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Full text of "La Bibbia nel giudizio di illustri Italiani [microform]"

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INTRODUZIONE 



r-y - iVfe/ rfare c/fe stampe questi appunti, che da parecchi ànni'vo 
%\-jaccogliendo, mi propongo un quadruplice scopo. 
l Anzitutto, mi preme mettere in rilievo il fatto — che moltis- 

C's/nii ignorano e a cui pochi pensano — che la Bibbia è, nel nostro 
V. paese, ignorante di cose religiose, o indifferente, o scettico, assai 
^^^ più conosciuta, letta ed apprezzata che non si creda, massime nelle 
l classi colte. 

Desidero, in secondo luogo, col ricordare le parole e l'esempio 

^^ di illustri Italiani i quali altamente stimarono, o stimano, la Bibbia, 

f^ incoraggiare chi legge la Parola di Dio a perseverare in questa 

^r santa abitudine. Certo, il cristiano non fa dipendere la sua fede 

\,da quel che credono gli altri, per quanto in alto essi si trovino, 

he il suo amore per la Santa Scrittura dall'estimazione iti cui 

'^r vien tenuta da altri, per distinti che siano; ma il sapere che uomini 

f^~di alta levatura intellettuale e morale amano e studiano la Sacra, 

:zJScrittura non può non essere per lui un incitamento ad amarla ed 

^.a studiarla viemaggiormente. 

^^ " Ricordando i giudizi laudativi di fanti uomini nostri d'ingegno, 
S-3 taluni anche di genio, vorrei, in terzo luògo, invogliare i miei 
^xgmpatrioti a seguire il loro esempio. Se persone egregie ed insigni 
ammirano ed investigano il Vangelo di Cristo, oh ! perche non po- 
trebbero e dovrebbero fare altrettanto tutti gl'Italiani? Perchè 



tei. 









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continuerebbero, molti che la pretendono a M a beffarèt^$ 

della Bibbia ed a guardare con un'aria di commiserazione chi IcÉ^ 
legge ? E perchè continuerebbe il popolo nostro a pascersi diyerùà^^ 
negligendo di attingere direttamente alla fonte viva della yérUà^i 
della morale e della civiltà? Ili 

Ed infine, desidero, pubblicando queste spigolature, fornire àv% 
miei colleghi nel S. Ministerio, agli Evangelisti e ai Colportòri^^ 
a quanti insomma si occupano di apologetica e di polemica crt^^ 
stiana, argomenti ad hominem per le loro discussioni e lotte cairn 
nemici del Vangelo. 1 

Riposi la benedizione divina su questo lavoro, inteso unica-xB 
mente a fare amare ed apprezzare come si merita la Parola 'lìelfM 
Signore. ^ 1^ 

AUGUSTO JAHIER. i^l 




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LA BIBBIA 



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Mel giudizio di illustri italiani 



I -POETI. 



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1^' Dante Alighieri, fiorentino, padre della lingua italiana 
3:^ sommò nostro poieta (1265f 1321), fa prova, nei suoi scritti, 

ndi una conoscenza non comune della Bibbia. I Libri Sacri e i 
iiPàdri della Chiesa gli erano così famigliari, ch'ei riempi le sui^ 
;^:prose e le sue poesie del loro stile e delle loro figure. Epperò, 
a ragione, scrive l'ottimo commentatore dantesco Scartazzini: 
; «il lettore di Dante deve sempre avere sul suo tavolo la Bibbia 
^^ in Somma di S. Tommaso». 

i A il Convito è pieno di immagini di sapore prettamente biblico. 
Ì^Ifl- quanto poi alla Divina Commedia, essa è satura dell'atmo- 
iy sfera e del pensiero della Bibbia. Un dotto inglese ha trovato 

sin -essa non meno di 302 citazioni scritturali: 63 neìV Inferno , 
^Ì2!è nei Purgatorio e 111 nel Paradiso. «Pochi scrittori medio- 
Seyali recenti — scrive il dott. Edward Moore — conoscono 
; la Bibbia come Dante la conosceva » (1). 
^t Scrive il prof. Angelo De Gabernatis: «Uno de' motivi della 
ll^randezza poetica delia Divina Commedia può essere la fre- 

^jguente ispirazione biblica, e quel carattere di universalità che 
^ fatto della Bibbia il libro di tutti » (2). 

!" Parlando della «maniera di scrivere» deirAlighierì, nella 

^Divina Commedia, il suo commentatore Pietro Fraticelli dice. 



(1) Rivista: The Sunday at Home, Marzo 1913. 

(2) Scritti vari: Lettera. 



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the il sòmmo^poefa aveva JsepittTlèt^^ 
altri poeti antichi^ ma specialmente quelle dei profeti èiblic^^ 
« Questa maniera... dì velare gli avvenimenti e i costumi sq|^^ 
figura d'allegoria..., moveva più particolarmente dai libri; pròfef^ 
tici del Vecchio e Nuovo Testamento, i quali offrono il più Ci^^p 
vincente esempio def parlare a due sensi »(1). C Sl^R 

Dante Alighieri tiene in grandissima stima la Bibbia : ft^iS 
documento della nostra salvezza : M 

«Avete il vecchio e il nuovo Testamento, "-ry-'ti^ 

E il pastor della Chiesa che vi guida: M^ 

Questo vi basti a vostro salvamento ». ;^^i^^ 

(Paradiso VV 76-78)pi 

È dessa -'^■""■;'^^')%fcÌS 

« ..... la verità che quinci piove ^{llpj 

Per Moisè, per profeti e per salmi, ■ -S 

Per l'Evangelio e per voi che scriveste :|i| 

Poi che l'ardente Spiro vi fé almi». ifll 

(Paradiso XXIV, 135-Ì38)M; 

Gli autori della Bibbia sono stati divinamente ispirati : :^|J| 

«Ma questo vero è scritto in molti lati 3i 

Dagli scrittor dello Spirito Santo ; iBi 

E tu lo vederai, se ben ne guati». ;#;:^ 

(Paradiso XXIX, 40-42]^ 

Gli autori sacri sono dal Poèta chiamati : S^ 

« lucenti incendi ; ^ 3;Ì| 

dello Spirito Santo». : fi 

(Paradiso XX/, 100-101)11 

Pariando dell'ispirazione dell'Antico e del Nuovo TesfJ?^ 
mento, così si esprime : ; -Ij 

« la larga ploia fp 

Dello Spirito Santo, eh 'è diffusa SI 

In su le vecchie e in su le nuove cuoia »r ' /:?ì^ 

(Paradisa XXIV, 91^^^^ 



(1) Firenze, Barbera, 1887, pag. -24, -^^^IÌ 



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Dante afferma' che Iddio si espresse, talvolta, in modo infan- 
^f^tile> per' mezzo di figure, di antropomorfismi, per adattarsi 
'^"all'intelligenza degli uomini: 






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« Per questo la Scrittura condiscende ; " 

A nostra facultate, e piede e niano 
Attribuisce a Dio, e altro intende»'. 

(Paradfeo /V; 43-45); 



1%-vo 



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Bonef-Maury scrive: «Dante pone la Scrittura Santa al di 

sopra di tutte le decretali dei Papi e delle massime dei Padri.: 

\p^S In fondo, egli si appella dalle decisioni spesso inique dei Pón- 

;tefici alla coscienza assistita dallo Spirito Santo e dalla Sacra 

Scrittura »(1). ^ 

L'Alighieri osserva, con tristezza, che l'Evangelo è, dalla 

Chiesa di Roma, abbandonato : 

« . . . . . . l'Evangelio e i Dottor magni 

Spn derelitti, e solo ai Decretali 

Si studia si, che pare a' lor vivagni. . 
A questo intende il papa e i cardinali: 

Non vanno i lor pensieri a Nazzarette, 

Là dove Gabriello aperse l'ali ». 

(Paradiso IXy 135-140): 

Amaramente poi si lagna che, posposta o torta la Divina 
Scrittura, e taciuto l'Evangelo, si riempiano i pergami delle 
chiese di predicatori favoleggianti, cianciatori od istrioni: ^ 

« Ed ancor questo, quassù si comporta 

Con men disdegno, che quando è posposta 
La divina Scrittura, o quando è torta. 

Non vi si pensa quanto sangue costa 
Seminarla nel mondo, è quanto piace 
Chi umilemente con essa s'accosta. 

Per apparer ciascun s'ingegna, e face 

Sue invenzioni; e quelle son trascorse 

Dà' predicanti, e '1 Vangelio si tace. , 



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(1) Les précarseurs de la Ré/orme, pàg, 109. 






Non disse Cristo al SUO primo Convento: 
Andate, e predicate al mondo ciance ; 
Ma. diede. lor verace fondamento.. 

E quel tanto sonò nelle sue guance; V- 

Sì ch'a pugnar, per accender la Fede, \----É 

Dell'Evangelio fero scudi é lance». 

(Paradiso XXIX, 88-96 ; 109-114). 

Francesco Petrarca, di Arezzo^ il sommo poeta lirico 
(1304 f 1374), s'inchinò rispettoso dinnanzi alla Bibbia. In essa^ 
e per essa, trovò la speranza ed il segreto per ben morirei-^ 
Gli sguardi rivolti a Gesii, divenuto suo Re, il Petrarca più 
non teme l'ora suprema. In presenza delle sofferenze e della 
morte della santa vittima, la morte ha perduto i suoi terrori : 

«Né minacele temer debbo di morte, 
che '1 Re sofferse con più grave pena 
per farmi a seguitar costante e forte ! ». 

Il cantore di Laura espresse il desiderio che, allorquando 
sarebbe vicino a morire, il Salterio di Davide, ch'egli a quanto 
pare prediligeva, gli fosse posto sotto il capezzale. 

Il Petrarca suggerì al Boccaccio, non di abbandonare le let- 
tere, ma di cangiar «le inutili novelle colle storie e colle leggi 
di Dio » (1). : 

Francesco Berni, poeta di Lamporecchio, contemporaneo 
della Riforma (1496tl535), conobbe il Vangelo. 

Narra lo storico Cesare Canta (2) che il Panizzi, nel pubbli- 
care un'edizione inglese del poema bernesco V Orlando Innamo- 
rato, unì a questo un opuscolo del vescovo Vergerlo, « dov'è 
asserito che il Berni a quel burlesco poema intarsiasse dottrine 
anticattoliche, le quali poi furono espunte dopo morto l'autore, 
e allega 18 stanze, prologo al XX canto». Queste hanno per- 



(1) Sen. Lib. I. epist. 4. 

(2) Eretici d'Italia, 1, 424. 



Ili'' - - ~ - - - 

|,4^Ìitolo : Stanze deÌBerni con tre sonetti del Petrarca; dove si parla 

LdélV Evangelio e della corte di Roma Basilea, 1554. Una dt. 

IfC queste è la seguente : 

« La parola di Dio s'è risentita, 

E va con destro pie per TAIemagna, 
E tesse tuttavia la tela ordita. 
Scovrendo quell'occulta empia magagna, 
Che ha tenuta gran tempo sbigottita 
E fuor di sé la Francia, Italia e Spagna, 
Già per grazia di Dio fa intender bene 
Che cosa è chiesa, caritade e speme». 

Vittoria Colonna, marchesa di Pescara, gentile poetessa 
del secolo XVI (1490 f 1547), detta «la Divina», si dilettò della. 
Bibbia. Scrive il Canta di lei : « A' suoi discorsi (del riformata 
Giovanni Valdes) infervoratasi del Vangelo, ella non trovava 
pace e consolazione che nella parola di Dio » (1). 

Mortole il marito, essa si rinchiuse nel Monastero di Santa 
Caterina, a Viterbo, e là — dice ancora il Cantù — «v'avea 
frequenti colloqui col cardinale Polo, ivi residente, e col Fla- 
minio, col Carnesecchi ed altri suoi amici di lui, studiosi della 
Scrittura » (2). Piìi tardi, in una lettera al cardinale Morone,. 
essa rimpiange le conversazioni che aveva avuto col cardinale 
Polo, « massime quando le ragionava di quel libro che sì bene 
apre spesso » (3). Allusione evidente alla Bibbia. 

Vittoria Colonna cantò : 

«Due. modi abbiam da veder l'alte e care 
Grazie del ciel : l'uno è guardando spesso 
Le sacre carte, ov'è quel lume espresso 
' • Che all'occhio vivo sì lucejite appare ; 

L'altro è alzando dal cor le luci chiare 
Al fibro della croce, ov'egli stesso 
Si mostra a noi sì vivo e sì dappresso. 
Che l'alma allor non può per l'occhio errare». 



(1) Eretici d'Italia, I, 410. 

(2) Eretici d'Italia, I, 414. 

(3) Eretici d'Italia, I, 416. 




Vitfdrid Alfieri^ 11 più grande pC>|t%^ 

in Asti nel 1749 e morto in Firenze nel 1803/ conobbe? i)^^ 

la S. Scrittura. Nel 1799 (aveva allora-50 anni) si mise nelPanim^^ 

di studiare sistematicamente, e distribuì la materia di stucUii^ 

in un orario settimanale. II Lunedì e il Martedì, nelle tre ptriniéii 

ore del mattino, appena svegliato, davasi alla lettura ed àllp|| 

studio delia Sacra Scrittura, «libro — scriveva egli — chéì^ij 

vergognavo molto di non conoscere a fondo, e di non àv^ì^ 

anzi mai letto sino a quell'età». ^^IJ 

« La Bibbia -r- egli prosegue — la leggevo prima in gr&^fM 

versione dei LXX, testo Vaticano, poi la raffrontavo col testgj 

alessandrino,, e quindi gli stessi due o al più tre capitoli dil^ 

quella mattina, li leggevo nel Diodati, italiani che erano feciéfl 

lissimi al testo ebraico; poi lì leggevo nella Vulgata latina;ipqli| 

in ultimo nella traduzione interlineare fedelissima latina 7^0||| 

testo ebraico » (1). \ ■'/''■'^Wii 

Questo egli fece per più anni. ^Ì 

Aggiungo che dalla Bibbia l'Alfieri trasse l'ispirazione perii 

la sua tragedia Saul. 7 7 -Ji 

Ugo Foscolo (1777 1 1827), l'illustre autore dei Sepolcr§^ 
deve pure essere annoverato fra i lettori della Bibbia. Dauriajy 
lettera di Silvio Pellico ad una signora, si ricava che negli in-' j 
verni trascorsi a Milano prima della sua prigionia, il prosatoregj 
€ poeta saluzzese aveva passato molte sere assieme al FoscolOi^^J 
intenti a leggere la S. Scrittura. — Secondo il CatfaneOf Ùg 
Foscolo fu un «assiduo citatore della Bibbia». .7 3|; 

Altro lettore della Bibbia fu Gabriele Rossetti, poeta i^ 
abruzzese (1783f 1854), al quale venne eretto, anni or sono/- 
un monumento a Vasto, sua città natale, e un busto marmòreo :^^ 
sul monte Pincio, a Roma. Emigrato in Inghilterra per motivt^ 
politici, venne colà alla conoscenza del Vangelo, ch'egli àb-e 
braccio, studiò e professò finché visse. Di lui scrisse il critico/i 
Settembrini, con mal celato disprezzo: «... Con quella suamo-J 
bile fantasia, in Inghilterra si trasformò in inglese e adorò^^ 
ahch'egli il Dio Bibbia» (Lezioni di Letter. italiana^ III^ 3^11 



(1) Vita, Epoca quarta, Cap. XXVII. 






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^ ;«l^gji affàftnì:den'^^ J : 

^ Tu parlando al cor nii vieni. 

Santo libro che contieni 
La parola del Signor : 
Tu consìglio nel periglio. 
Tu conforto nel dolor. ' 

Sol ch*io t'apra, già si calma 
La mia mente tempestosa; 
Tu sei riride pietosa 

D'ogni turbine crudel, ^^ 

E la calma di quest'alma 
Sembra un'estasi del ciel. 
Quando oppresso dalle ambasce 
M'abbandono ai miei lamenti. 
Sol ch'io legga i documenti 
'" Che derivano da te. 

Da te nasce, in te si pasce 
Carità, speranza e fé». 
- Ed ancora : 

«Tu m'illumini, se cieco; 
Mi rialzi, se depresso; 
E se cado in qualche eccesso, 
Men fai subito pentir! 
Io ti recò sempre meco 
E con te desìo morir» (1). 

Divenuto quasi cieco, all'età di 63 anni, egli prova un gran 
dolore di non poter più leggere la sua cara Bibbia. Cosi canta : 

«... Ed or, qualvolta solitario io seggo, 

Brancolo, trovo il libro, al cuor mei premo; 
L'apro, inchino la fronte, e non tr veggo, 
E dal fondo del cuor sospiro e gemo. 
Ahi da qual grave duol quest'alma è colta I 
Par ch'io ti perda una seconda volta» (2). 



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(1) Poesia : La Bibbia. — È pure del Rossetti la poesia « Scrivi tu di propria 
mano» che trovasi nei vari innari evangelici. 

(2) Poesie di G. fossetti, ordinate da G. Carducci. — Edizione Barbera, 
. Firenze, 1879, pag. 441. 






— 1^ 



L'Antico e il Nuovo Testamento, ma specialmente il Nuovo, : 
erano famigliarissimi al Rossetti; Si dolse, nella tarda età, dÌL| 
essere stato di quelli che giudicano e sprezzano il VangelaM 
senza conoscerlo: • ' 

«Legge di Cristo, anch'io talor ti mòrsi ( 

fra insulsa società disordinata; .- 

ma quando poi ti lessi, io chiaro scorsi /* 

che tu da papi e re sei conculcata; 
non tuoi fedeli son, ma tuoi nemici, 
e spesso ti fan dir quel che non dici». 

Nel poemetto religioso di 600 versi // Veggente in solitudine (1), 
in cui Gabriele Rossetti confuta gli errori del Cattolicismo Ro- 
mano ed incita l'Italia a tornare alla pura fede evangelica, ecco 
come egli parla del Vangelo : 

« Codice di celeste sapienza. 

Che aspira a far dell'uom l'esser sublime 

Che di figlio di Dio meriti il'nome, 

In terra benedetto, in ciel beato ! 
Sacro volume, che ogni di rivolto 

Per meditar con anima raccolta 

L'efficace di Dio parola eterna, 

Deh ! come mai chi liberal si vanta 

E per l'umanità ferve di zelo. 

Deh! come mai può rinnegarti? Ei getta 

Volontario la sola arma potente 

Con cui difender può la causa santa 

Per cui combatte, e mentre i rischi affronta 

D'aspro certame, inerme ai colpi s'offre 

Di chi li pervertì, perchè tu serva 

Ai rei disegni suoi. Codice eccelso, 

Arma nostra tu sei, che Dio ci addusse 

Dagli splendori delle somme sfere 

A ciò che il debii, sol di te munito, 

A combatter valesse incontro al forte 

E superarlo ». 



(1) Pubblicato a Palermo nel 1849, e ripubblicato dal duca Francesco Di 
Silvestr i-Falconieri, nel giornale La Luce, numeri I e 2 del 1913. 



Nel i 851, furono cacciati in carcere, in Firenze, i coniugi 
'rancesco e Rosa Madiai, rei d'aver letto il Vangelo, in casa 
loro, con alcuni amici. Avuto sentore della cosa, Gabriele Ros- 
setti compose una poesia, rimasta inedita, che comincia cosi: 

* Misera Italia! Chi con vero zelo 
Ivi chiedendo al ciel pietoso ajuto 
Medita i detti del divin Vangelo, 
Tosto punito n'è da un clero astuto! 
Che orror ! Talché per questo scellerato 
La parola di Dio divien peccato». 

Rivolgendosi, da ultimo, al granduca di Toscana : 

- «Pronunzia dunque, se TEtrusca Astrea 

Ha ben deciso presso alla tua reggia: 
È il leggere il Vangelo òpra sì rea 
Che con lunga prìgion punir si deggia? 
O per esso il Cristian miglior si rende? 
Tutta l'Europa, il tuo responso attende». 

In una delle sue ultime poesie, tuttora inedita, rivolgendosi 
all'Italia, il Rossetti così l'esorta: 

«Pietra angolar di libertà sia Cristo, 

!Non qual te l'ha dipinto un falsò zelo. 
Ma qual tei manifesta il suo Vangelo!». 

Nel suo Testamento y accennato alle illusioni di cui fu vittima, 
ne prende argomento a così esortar l'Italia: 

«Una via di salute or sol rimane; 

Se andiam dal falso al ver, salvi saremo; 

Italia, il sol Vangelo al ver t'adduce. 

Deh ! ch'ei sparga su te di Dio la luce» (1). 

Giovan Battista Niccolini, poeta toscano (1782 f 1861), 
nel suo Arnaldo da Brescia (atto I"), getta questo grido d'in- 
dtghazione contro la Chiesa Romana: 



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(I) Dal Testamento di Gabriele Rossetti (strofa 35>), pubblicato nel 1903 dal 
prof. Giovanni Luzzi in Le idee religiose di G. Rossetti, Firenze, Tip. Claudiainà. 
~p. 34 ; e nel 1910 dal prof. D. Ciampoli nelle Opere inedite di G. R., voi. l". 
Lanciano, Carabba. 



; -■ - ■ :^^' ^--^ ià -S?^* 



Interprete crudel ; l'odio s'impara 
Nel libro dell'amore ..... ». 

Nell'atto ir, il poeta accusa i papi d'aver sepolto il Vangelo 
e messi, in vece sua, i loro decreti. In un'apostrofe ad Adriano, - 
dice: 

«... Io ben conosco 

Quell'alta legge a cui servir dovresti, 
E nel volume suo non si cancella. 
A te sol non ragiono : ornai tu segui 
Antichissimi esempi e sta sepolto 
L'Evangelo di Dio sotto i Decreti 
Dei Romani Pastori ». 

Nell'atto IIP della medesima tragedia, il Niccolini ha una 
bella parafrasi poetica dalla parabola del Buon Samaritano. 

Silvio Pellico (1788f 1854), poeta e prosatore saluzzese 
e patriota martire, fu lettore assiduo dei Libri Santi. Nel car- 
cere, in cui fu gettato per le sue opinioni liberali, trovò la sua 
consolazione nella lettura della Bibbia, ch'egli portò seco, e 
gelosamente custodì, come cosa oltremodo preziosa. L'ebbe a 
compagna nella prigione di S. Margherita, a Milano {Le Mie 
Prigioni, Capo VI), nei Piombi dì Venezia (Capi XXIV e XXV), 
nelle carceri di S. Michele (Capo L). E quando, nello Spielberg, 
pei cresciuti rigori della spietata polizia austriaca, il povero. 
Pellico venne privato dell'uso della sua Bibbia, un grido di 
dolore gli si sprigionò dal cuore. «Allora — ei dice — il carcere 
divenneci una vera tomba, nella quale neppure la tranquillità 
della tomba ci venne lasciata» (1). 

Parlando della Bibbia, il Pellico lasciò scritto queste parole : 
«Questo divino libro ch'io aveva sempre amato molto, anche 
quando pareami d'essere incredulo, veniva ora (in prigione) da 
me studiato con più rispetto che mai... A poco a poco divenni 
capace di meditarvi più fortemente, e di sempre meglio gustarlo. 
Siffatta lettura non mi diede mai la minima disposizione alla 
bacchettoneria, cioè a quella divozione malintesa che rende 



(1) Le Mie Prigioni, Cap. LXXX. 









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plliànime Ò^àtià^ :]^àinar pio ir gii 

Éijiii^ a bramare sempre più il^ 
tìr^ le iniquità pedonando gli inìqui » (1). 
rt|E più lungi^ « La Bibbia, grazie alxielo, io sapea leggerla.; 
ìf|cln tira più il tempo ch'io la giudicava con la meschina critica: 
Iplli-Voltaire, vilipendendo espressioni, le quali non sono risibilt 
-|jfaisè, se non quando, per vera ignoranza, o per malizia, non 
vSppènetra nel loro senso. M'appariva chiaramente quanto fos- 
W^à' il codice della santità e quindi della verità » ^. 
Wh^pi è stata conservata la Bibbia che fece^la consolazione dei 
p^ilìcp in- prigione. Ne era, in questi ultimi anni, proprietario 
||fURey. dott. Stefano Monini, già parroco dei Bagni di S. GiU- 
[IliatìQ, presso iPisa. È una grossa Bibbia latina, di 1060 pagine;:^^- 
iNé^suna annotazione o postilla si riscontra nel corsa di tutto 
liijlibrp. Qua e là sono evidenti impronte di baci e macchie, di 
^lagrime,' segnatamente ai Salmi. E che Pellico talora piangesse 
Éirottamente sulla Bibbia, ce lo dice egli stesso nel suo libro (3). 



■: Giuseppe Ginsti, poeta satirico e scrittore toscano (1809 
^01850) f conobbe là Bibbia, largamente sparsa, al tempo suo, 
iìri Toscana, tanto ch'egli poteva scrivere: «La Divina Com- 
ifanedia e la Bibbia oggi sono sul tavolino di tutti» (4). 
pvlhtttia. sua lettera a Giuseppe Montanelli, in data 25 Maggio 
-:1845, il Giusti scrive : «Io nelle mie angustie crudeli non trovando 
tsòccorso in nessuno..., ho letto e rilettoci libro di Giob, unico 
JlibrO che sia veramente ispirato da un dolore alto & profondo ; 
le liie ne veniva un mesto convincimento che chi soffre dav- 
vero non sarà, mai inteso he consolato dagli uomini, e dietro 
(qiiestà consolazione un conforto solenne, un riposo sicuro in 
i^iò e in me stesso » (5). 



péro) Le Mie Prigioni, Cap. VI. 

::;|- (2XXc Mie Prigioni, Cap. XXV. Si rilegga neiCap. XXIV e XXV il comnio- 

■^éifté episodio, in cui il Pellico narra come, dopo aver per qualche tempo tra- 

Iscurata la lettura della Bibbia, vi fosse ricondotto dall'ingenua osservazione di 

4iin ragazzo, e trovasse in quella lettura la sorgente della fiducia in Dio e della 

"^iràssègnazione nella sventura. 

^ :V /J^) Chi desiderasse maggiori ragguagli sulla Bibbia del Pellico, potrebbe 

%^^tVltalia Evangelica 1899, p. 332, e 1902, n. 27, e La Luce 1912, n. 23. 

^^3^é(^ Una chiacchierata a' lettori di Dante. 

ikyjì^ Epistolario, ordin. da G. Frassi,:MaÌta 1870, VoL li, pag. 124. 



i 



IO — - - , - 

Camillo Mapei, poeta, filosofo e storico abruzzese (1 
Ì^1853), convertitosi al Vangelo, gli fu fedele.per tutta la vit 
Per lui la Bibbia 

«è di sole amico raggio ? 

che ravviva, che consola ; 
è la manna a noi largita 
nel deserto della vita» (1). ,,. 

La parola di Gesù> racchiusa nel Vangelo, risponde ài più 
antimi bisogni del cuore e sedale tempeste della coscienza: 

«Mio Gesù, la tua parola » 

frena i venti e calma il mar; 
Deh! mi parla, mi consola, 
vieni i nembi ^ a dileguar » (2). -i' 

«Dalla santa tua parola t; 

qual conforto il cor deriva ! 
ci rinfresca, ci consola, 
la speranza in noi tien viva 
che non lungi è il lieto giorno, 
in cui tu farai ritorno 
sulla terra a trionfar» (3). 

Il Mapei è il primo innografo evangelico moderno. Molti 
dei nostri cantici furono composti da lui. 

Il comm. Angelo Fava, mancato ai vivi nel I88I, distinto 
letterato e poeta, non solo, ma uomo pio, aveva una mente ed > 
un cuore volti alle grandezze di Dio. Siamo debitori alla sua j 
pietà ed alla sua valentìa dì un' ottima .traduzione poetica dei ; 
Salmi, nella quale si ammira fedeltà airoriginalè, eleganza di 
iorma, varietà di ritmi e armonia del versò. 

Nella prefazione del suo libro, scrive: «Cotesti canti nazio- 
nali, inspirati dal cielo, e ritornanti al cielo con voci di lode 
<x di preghiera, sebbene dettati in età diverse, serbano fra loro 
meraviglioso legame, e richiamandosi l'un l'altro, costituiscono; 
nel loro complesso una serie non interrotta di- idee, di sénti- 



(1) Giovanni Luzzi: Camillo Mapei, Firenze, Tip. Claudiana,, p. 351. 

(2) » » Camillo Mapei, » » » p. 340. 

(3) » » Camillo Mapei, » » » p. 360. 



iSètóii dì fatti/ di memo che si^ pptrèbhè dire il compendio 
delia storia del popolò di Dio, il quadro animato dèlie sue 
credenze e dei suoi riti» (i). 

^ Giovanni Pascoli (1855 f 1912), successore del Carducci 

-, quale professore di letteratura italiana nell'Università di Bor 

logna, dolcissimo poeta, che il D'Annunzio chiama «il più 

grande dopo il Petrarca», conosceva e amava la Bibbia. Scrive 

Padre Gaudioso da Massa ch'egli « ammirava il Vangelo com<e 

un libro sublime » é aveva in animo di tradurlo in versi. Lo 

aveva sempre aperto sul tavolino da lavoro, assiduamente lo 

. leggeva e con ammirazione lo annotava in margine con carat- 

- teri chiari e minuti. 

- Aveva una predilezione tutta speciale per Gesù. A proposito 
^'della poesia, in cui Gesù benedice i bambini, nota Luigi Pietro' 
bono (nella sua Scelta di poesie del P., Bologna, Zanichelli, 1918): 
«Solo per questo carme il Pascoli meriterebbe di esser chia- 
mato il poeta di Gesù». 

In vari suoi componimenti poetici il Pascoli trasse ispira- 
zione dal Vangelo. Ricordiamo : Il piccolo Vangelo, che la morte 
gl'impedì di completare, dove descrive scene varie della vita 
di Gesù ; la Buo/za Novella, in cui rievoca la nascita di Cristo, 
apportatore di pace ; Viano a Mazzini, nel quale descrive la pas- 
sione, la crocifissione e la morte di Gesù. 
_ Tra i suoi poemetti latini è da mentovare il Centurione, in 
cui un capitano romano, che era stato di guarnigione in Pale- 
stina al tempo della vita di Gesù, racconta a un gruppo di sco- 
. laretti le varie circostanze in cui s'incontrò col dolce Rabbi. 
Il Pascoli per primo in Italia ha introdotto nelle sue Anto- 
logie passi del Vangelo (2). Il suo Fior da fiore sì apre colle 
tre parabole del Buon Samaritano, di Lazaro e il ricco epulone 
_ e del Figliuol Prodigo, da lui tradotte. Sono accompagnate dalle 
. seguenti parole : « A capo di questo libro stiano come una be- 
nedizione, queste tre divine parabole, che insegnano l'amor del 
prossimo, la pazienza della sventura, il perdono del peccato» (3). 



(1) / Salmi, nuov3L versione poetica, Firenze, Le Mounier, 1870. 

(2) Lo osservava laiCuUura Contemporanea, anno 1912, p. 276. 

(3) Fior da flòre, editore Sandron, jp. 1-4. 



Ed aggiunge nella Nota alla 2» edizione: ...... Ho cominciato, 

con tre piccoli racconti che cambiarono il mondo». 

Anche nell'altra sua antologia Sul Limitare, il Pascoli ha in- 
serito dieci parabole del Vangelo, da lui tradotte, con questa 
postilla: «Queste... sono ben più e ben meglio che modèlli di 
stile: sono voci divine di una penetrante semplicità» (1). 

Fra i poeti nostri viventi conoscitori della Bibbia, va men- 
zionato il torinese Corrado Corradino, autore del bellissimo 
poema intitolato La Buona Novella, che in 24 canti narra la 
vita di Gesù. 

La Buona Novella, anticamente portata dal Cristo, ed ora dà 
moltissimi dimenticata, vuole egli portare agi' Italiani. Da molto 
tempo egli l'ha conosciuta, se ne è innamorato con quel suo 
cuore generoso che non si raffredda per- volgere d'anni; e già 
n'ha lasciata qualche traccia nelle sue poesìe precedenti. Ora, 
« il d^gno intento » di recarla per intero alle orecchie dei con- 
cittadini indifferenti gli «ha acceso l'amore entro ogni vena», 
com'ei dice poetando. Desidera raffigurare degnamente la per- 
sona del Cristo, di cui ha sentito nel profondo dell'anima la 
potenza, ed esporne efficacemente la dottrina a 

« quante anime stanche 
chiedono al cielo i segni dell'Avvento». 

II letterato Balsamo-Crivelli scrive del La Buona Novella, nel 
1910, l'anno medesimo della pubblicazione del poema: «A Cor- 
rado Corradino piacque ritenere della novella di Cristo la sola 
parola di amore, e di questa divina parola è tutto pieno ed 
olezzante il suo poema, in cui segue la. vita di Gesù dal pre- 
sepe di Nazaret alla croce del Golgota » (2). 

Fausto M. Martini scrive, nella Tribuna, che nel poema del 
Corradino « Gesù di Nazaret sempre appare agli uomini di tutti 
i tempi come il profeta, il Maestro per eccellenza, di guisa 
che il Vangelo per l'Umanità è più che un libro: è il libro». 

Da notarsi, nel bellissimo poema del Corradino, la parafrasi 



(1) Sul Limitare, editore Sandron, 4» edizione, p. 378-83. 

(2) Avanti, 1910. 



- 19 -=^ : 

del Padre Nostro, che il critico Valente, dice «ispirata al testo, 
ricca di soavità e d'armonia» (1). 

Lettore della Bibbia è pur'anche... chi l'avrebbe mài pen- 
sato ? ... Gabriele D'Annunzio, il poeta sensuale e imagi- 
nifico. Il D'Annunzio ha letto tutta la Bibbia, in particolare 
Isaia e Geremia, le due epistole ai Corinzi e i Vangeli. Ma non 
già per cercarvi Cristo, sibbene belle parole, frasi altosonanti, 
fiori di lingua e squarci d'eloquenza. Per tal modo lo stile^ 
d'annunziano è saturo di biblicismo. 

La sua Nave è un bel lavoro di mosaico. Un critico vi ha 
trovato più di 150 citazioni scritturali. In essa egli imbarcò! 
tesori letterari dei profeti e di S. Paolo, dei quali portò squarci 
interi quasi senza modificarli. E ciò fece senza mai citare la 
Bibbia ! 

Parecchi giornali notarono questo plagio, fra i quali la Stampa, 
il Giornale d'Italia, il Savonarola, la Vita religiosa e la I^ivista 
Cristiana (2). 

NqìV Orazione alla Sagra dei Mille, pronunciata iì 5 Maggio 
1915, D'Annunzio parafrasò le beatitudini del Vangelo. 

Il D'Annunzio ha letto la Bibbia e l'ha saccheggiata pren- 
dendone ad imprestito molti brani per adornarne i suoi scritti. 
A parte la profanazione implicita in questi plagi del sacro testo, 
ci piace rilevare questo fatto quale prova che, anche conside- 
rato dal punto di vista letterario, il Sacro Volume contiene 
grandi bellezze, e non è già quella congerie di astruserie e di 
puerilità come viene gabellata da tanti cosiddetti spiriti forti. 



(1) Fanfttlla della Domenica, 18 Maggio 1913. 

(2) Chi avesse vaghezza di rilevare i rapporti di analogia e di identità let- 
teraria tra la Bibbia e la Nave, potrebbe leggere l'articolo di Giov. E. Meille : 
Reminiscenze bibliche nella «Nave» di Gabriele D'Annunzio, pubblicato nella 
Rivista Cristiana, di Firenze, 1908, pagg. 69-78. 



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II -STORICI. 

Pietro Giannone, famoso giureconsulto ed avvocato na- 
poletano (1676 f 1748), autore di pregiate opere storiche, quali 
V Istoria Civile del Regno di Napoli, il Triregno è la Propria vita, 
conobbe la vera religione del Vangelo, l'abbracciò e segui per 
tutta la vita. Scrive: «Seriamente riflettei sopra il libro degli 
Evangeli e gli Atti di S. Luca e, specialmente, l'Epistole di S. 
Paolo, che aveva sempre nelle mani » (1). Ed ancora : « In questi 
studi e fra tali considerazioni..., istruiva me stesso, drizzan- 
domi unicamente per essere di norma, così nella credenza come 
ne' costumi, al mio essere d'uomo interiore» (2). 

Citando la parola d'Eusebio, scrive il Giannone : « Quanto 
bisognava per la nostra salute fu a noi tramandato per le divine 
Scritture, che contengono l'intiera e solida credenza che l'uom 
dee avere, e la vera regola dei costumi alla quale dee atte- 
nersi, per essere immutato, e, da terreno, farsi degno d'un 
régno celeste » (3). 

'Accusali papa e i principi italiani di aver fatto «ogni sforzo 
e posto ogni studio di far abolire, bruciare ed affatto estinguere 
ogni memoria degli Evangeli di Cristo, degli Atti degli Apo- 
stoli, dell'Epistole di S. Paolo, e di quanto è compreso ne* 
libri del Nuovo Testamento». E dice le ragioni di questa con- 
dotta: «Non bastava essersi insegnate nuove dottrine, disse- 
minate altre massime, e fatti nuovi Evangeli : bisognava estin- 
guere quelli di Cristo: sempre che questi rimangono, altro non 
si fa ora, che metter gli uomini in una perfetta confusione, e 
pretender, da' medesimi che si abbino a storcere il cervello e 
perdere ogni diritto discorso, con fargli divenire peggiori di 
bruti... Bruciati che fossero gli antichi sacri libri e spenta di 
lor ogni memoria, si vedrebber gli uomini in calma, ed adatte- 
rebbero la lor mente alle nuove dottrine ed al nuovo sistema. 



(1) La vita di P. Giannone, scritta da lui stesso, p. cura di F. Nicolinì, 
Napoli, L. Pierre, 1905, p. 240. 

(2) Triregno, p. 247. 

(3) La vita di P. Giannone,.., p. 249. 



che si. vuole che oggi si abbia della religione cristiana... Altri- 

mente, rimanendo, non potran loro apportare se non confusioni 

^^cóstringerii a far forza à' loro intelletti di altrimenti pensare, 

;é tòrcere ilor discorsi contro ciò che la natura, la ragione, la 

esperienza ed il comun senso gli guida e detta: cosa alla quale 

non arrivarono i più crudeli e spietati tiranni, che avesse avuto 

(il mondo giammai » (1). 

i^> 'Gino Capponi, ultimo discendente della celefaire famiglia 
fiorentina di questo nome, letterato e storico (1792 f 1876), nelle 
sue Opere inedite, pubblicate nel 1877 da Marco Tabarrini, lasciò 
scritto: «Se uno mi dice che l'Evangelo è un libro come un altro, 
e che c'insegna una morale come un'altra, che la vita e la morte 
di Gesù Cristo hanno un qualche esempio che vi si accosti ; a chi 
mi dicesse queste Cose, non trovo alla prima da dare altro che 
una risposta sola: voi siete un minchione. Napoleone rispondeva 
al Monge : «En honimes je m'y connais, Jésus-Christ n'est point 
un homme ». 

E altrove: « Se tutti coloro che il dubbio affatica, o grava il 
peso d'una scienza che non sappia porre a sé medesima i confini, 
cercassero il termine alle, investigazioni della mente là dove ha 
riposo il cuore dei semplici, verrebbe la pace nei nostri peur 
sieri, né mai la scienza avrebbe dissidio col sentimento della 
umanità. Provvide a noi Colui che disse: Venite a me voi tutti 
a cui la vita é un travaglio, e che portate addosso un troppo 
gran carico ». 

Cesare Can tu (1805 1 1895), lombardo, il pifr fecondo, se 
non il più imparziale degli storici italiani — (scrisse 514 opere, 
maggiore delle quali la Storia Universale, tradotta in tutte le 
lingue europee) — ^, così parlò della Bibbia : «Carattere delle opere 
dell'uomo è l'imperfezione ; né v'ha filosofo per grande, sulla 
cui tomba non siasi assisa la posterità per rivelarne errori, 
ignoranze, contraddizioni. Nella Bibbia, no. Eppure essa tocca 
le questioni più elevate e capitali, tutti gli enigmi della scienza, 
tutti i misteri dell'Uomo morale e fisico, del tempo e della 
eternità. Forma essa un tutto unico ; sviluppa in grande la stessa 



il) Là vita di P. Giannone, p. 252-255. 



— 22 — " /> 

idea, l'argomento istesso, l'uomo eil popolo di Dio, ora diri- 
gendosi più specialmente alla divina redenzione, ora al con- 
sorzio degli uomini eletti a custodire la parola della vita, 
applicarla e diffonderla ; e non che trovarvi quella mistione 
d'elementi che nelle altre letterature accenna una lotta, poi una 
transazione fra le caste, le credenze, gli stadj della civiltà, vi 
appare costantemente un solo Dio, un solo culto, un'unica stirpe j 
un vedere nel passato, non il pascolo della curiosità, ma tutto 
Tessere, la nazione, l'unità; nell'avvenire, un cumulo di sublimi 
promesse. Onde al considerare come in quei libri, scritti da molti 
autori, lontani di tempo, di luogo, di condizione, invano si 
cercherebbero due idee che ripugnino, due fatti che si smenti- 
scano, siamo costretti riconoscervi una derivazione comune, un 
comune dettatore. 

« Giob desiderava che le sue parole fossero scolpite nella 
selce ; il re profeta cantava : Queste pagine sieno scrìtte per le 
generazioni future ; « e popoli che non esistono ancora benedi- 
ranno il Signore» (Sai. CI, 19). E furono esauditi, partecipando 
essi dell'eternità ; poiché, mentre negli scrittori profani sen- 
tiamo le limitazioni che pongono al pensiero i luoghi, i tempi, 
l'abilità ; la Bibbia è il libro di tutti i secoli^ di ogni gente, dì 
ogni condizione ; ha conforto per ogni dolore, tripudj per ogni 
contentezza, verità per ogni tempo, consigli per ogni stato; e 
intanto che pascola le anime colle parole della vita, eleva l'in- 
telletto, coltiva il gusto del bello..., ispirò la Divina Commedia, 
il Paradiso Perduto, le Orazioni funebri di Bossuet, V Atalia di 
Racine, la Messiade dì Klopstock, gVInni Sacri dì Manzoni. 
Quanto poi al pensiero umanitario, mentre i libri degli antichi 
tendono a stabilire Tinferiorità di alcuna razza e l'odio alle 
straniere nazioni..., la Bibbia, coll'unità di Dìo, proclama la 
unità della schiatta umana e una giustizia superiore alle poli- 
tiche combinazioni, e ci fa tutti fratelli a collaborare nell'esilio 
alla reintegrazione dell'accordo spezzato dalla prima colpa» (1). 

Il professore torinese Ercole Ricotti (flSSS), senatore 
e storico, scrìve : « Il Vangelo, fondato totalmente sulla carità, 



(1) e. Cantù, storia Universale, Torino, Unione Tipog. Edit., 1884, Voi. I, 
pag..305. 



■i >-t ';- . 



.-23^ 



'^_^^mutò aspetto al mondo; perchè non la proclamò .passiva né 
ì^^ platonica, ma attiva, risoluta, disinteressata, illimftata... A fronte 
^^: di essa tutti gli uomini furono eguali di diritti e di doveri, 

fìgliupli d'un sol Padre, redenti di un uomo-Dio, tutti chiamati 

'- ad amarsi ed amarlo. Questo principio era il germe di un pro- 

• ' . gresso indefinito e vero, perchè convenientemente^ espUcaito, 

includeva il principio di eguaglianza e per conseguenza di 

libertà» (1). 



Ili - FILOSOFI. 



L'abate Antonio Rosmini (1797 f 1855), di Rovereto, 
porta questo giudizio sulla Bibbia: « Nei principi! della Chiesa 
là Divina Scrittura era l'unico testo dell'istruzione popolare ed 
ecclesiastica ; questa scrittura che è veramente il libro del ge- 
nere umano, la scrittura per autonomasia. In un tal codice la 
umanità è dipinta dal principio sino alla fine; comincia colla 
origine del mondo e termina colla futura sua distruzione ; l'uomo 
vi sente sé stesso in tutte le modificazioni di cui è suscettivo, 
vi trova una risposta precisa, sicura e fino evidente a tutte le 
grandi interrogazioni che ha sempre a fare a sé stesso, e la 
mente di lui vi resta appagata, colla scienza e col mistero, 
come il suo cuore vi resta pure appagato colla legge e còlla 
grazia. Egli è quel libro grande di cui parla il profeta, scritto 
collo stile dell'uomo (Is. Vili, 1), perocché in quel libro l'eterna 
verità parla in tutti quei modi à cui si piega l'amana loquela : 
ora narra, ora ammaestra, ora sentenzia, ora canta: la me- 
moria vi é pasciuta colla storia ; l'immaginazione dilettata colla 
poesia; l'intellètto illuminato colla sapienza; il sentimento 
commosso insieme in tutti questi modi; la dottrina vi è cosi 
semplice che l'idiota la crede fatta apposta per sé e cosi su«- 
blime che il dotto dispera di trovarci fondo : il dettato sembra 
umano, ma è Dio che in esso parla » (2). 



{\) Discorsi sulla Rivoluzione Protestante. E. Loescher, Roma, 1874. 
(2) Ab. A. ROSMINI '.Delle Cinque Piaghe della Chiesa. 



Vincenzo Caohertì WlfhriS^); ìilufe 
tista torinese, presidente del Gotisìglio dei Ministri nel 1848, "^ 
così scrive : « La Bibbia è divina, perchè l'idea vi è rappre- A 
sentata in modo sovrano, cioè perfettissimo. L'Idea, sempre di- . 
vina in sé stessa, si appalesatolo imperfettamente, fuori, della 
parola rivelata ; là quale è l'effigie del divino, è, per quanto è 
:possibile, lo adegua e lo rappresenta. Se non che, la luce ideale 
non è la stessa in ogni parte del biblico dettato, che è quasi 
un quadro, in cui i colori e le tinte son più o meno vivi, i lumi 
digradano,~ mischiati d'ombre, e variamente diffusi. Il puntojn 
cui tutta la luce si raccoglie, ed è come il centro o fòco luminoso 
della pittura, è la figura di Cristo, espressa dagli scrittori evan- 
gelici. La quale spicca e risplende di una divinità sua propria, .- 
che le dà la doppia prerogativa di essere incomparabile ed 
ineffabile... L'eccellenza sovrumana, che riluce nella vita e nei 
discorsi del Redentore, si apprende con un intuito immediato, 
-come l'Idea stessa, di cui è la più bella e più sublime imma- - 
gine. Questo argomento interno della divinità della Bibbia, 
quando è ben sentito, basta a comprovarne l'autenticità, la ve- 
rità storica, la celeste origine, e ad annullar le obbiezioni che 
nascono dalle apparenti ed accessorie anomalie della narrativa : 
onde Videa prova i fatti, e luparie ideale delle scritture ne mette 
in sicuro la parte storiale. I razionalisti moderni fanno un so- 
Ifisma non tollerabile, ogni qual volta riconosceodo la dottrinai 
perfezione di quelle, si ostinano a presupporre errori e favole 
nei loro racconti. Il che deriva dal sensismo dei principii, dal 
logico predominio dato ai fatti sulle idee, e dal tenore analitico - 
del discorso; imperocché, in vece di inferire la divinità del 
libro da quella dell'Idea che vi sfolgora e lampeggia, riferi- 
scono il dettato ad umana origine, perchè in qualche parte ac- - 
cessorìa ed estrinseca di esso sì trovano le. apparenze della 
umanità. 

Le difficoltà della Bibbia, e le oscurità della fede, come le 
asprezze della virtù, nascono dalia condizione intrinseca del- 
l'ordine morale. Il quale richiede che la religione sia difficile in 
ogni sua parte, e non si mostri facile, se non a coloro che ani- 
mosamente superano quelle prime malagevolézze..... 

Un'altra nota della Bibbia, che la chiarisce divina, è la sua 
semplicità. Nelle scritture dei profani pensatori e capisetta. 




nelle compilazioni di Viasa, di Laotsè, dei~ Buddisti, dei Sofì; 
degli Alessandrini, dei teosofi e panteisti tedeschi, svevi e fran- 
cesi, trovi a costa dell' Idea imperfetta... i chiarissimi indizi 
della debolezza e della^ imperfezione dell'intuito umano, che 

;^ tenta di/spadroneggiare il concetto, e dopo inutili conati per 
avvivarlo, ricade ansante e affannoso sopra di sé medésimo : 
il subbiettb si mesce all'obbietto, e lo guasta, l'intorbida, l'of- 
fusca..... Insomma la confusione e l'impotenza ideale si mani- 

., f estano a ogni passo in questa sorta di opere, qualunque siano 

. d'altra parte i loro pregi e ornamenti. 

All'incontro nei libri sacri non v'ha il menomo sentore dr 
tali sforzi, né del sincretismo che gli accompagna. L'intelligi- 
bile vi è messo in quella maggior luce, di cui è capace; il so- 
vrintelligibile vi alberga simboleggiato nella sua semplicità 

: maestosa; senza la menoma pretensione e presunzione di pe- 
netrare nelle sue viscere. Cosicché non ti accorgi del lavoro 

-' intuitivo o discorsivo dello scrivente : non trovi fiore di stento, 

- né di affanno in quel suo sermone, che scorre schietto e so- 

- lenne colla spontanea autorità di un oràcolo, perché l'idea gli: 

- fu data, e non cercata, e perchè la parola, che l'esprime, è^ 
, obbiettiva,, nascendo dalla cosa esposta, non dairesponìtore* 

'„ ~ Non odi già un uomo che peni e travagli a cercar Tidéa e si 
studii di renderla presente a chi legge ; ma si bene l'Idea stessa, ' 
che spontaneamente); si profferisce: il dottore insegnante. è la 
stessa virtù insegnata, e il verbo è maestro di sé medesimo. . 
Questa obbiettività di dettato, che fa dimenticar lo scrittore,^ 
-^';-risp.lende sopratutto negli Evangeli; i quali, narrandoti il divinò 
V rinnovamento del mondo morale, paiono richiamati ai principia 
r-de^ umano, e renderti spettatore della prima pubblica- 
£ ziòne del vero fatta divinamente ai nostri progenitori. Ti av- 
;K~? visi a tanta schiettezza e sublimità di eloquio che vi si tratta,^ 
9 : lion già di un rifacimento umano, ma di una instaurazione di- 
i;i:^Arinà-del vero primitivo; e che l'Idea é ripubblicata da quel 
4' -medesimo oracolo, che a principio la promulgò ». 

i^ . Gac^ Negri/ filosofo, storico e letterato milanese, der 
1^^ putato e senatore (1838 f 1902), afferma che sotto la tutela della 
|y chiesa di Roma « si pèrde persino la voglia di leggere le Sacre 
:t Scritture. I libri non solo dell'Antico Testamento ma anche 






quelli del Nuovo, il Vangelo stesso, non vi $i leggono affàtto/^v 
perchè raUtorità della Chiesa vi ha preso il posto deirautÒrìt^ v 
diretta della parola divina. Ciò ha fatto sì che quei libri hànnp| 
perduto ogni interesse pei cattolici. O son considerati come 
reliquie, da conservarsi in una specie di arca santa di cui solo 
il sacerdote ha la chiave, come documenti umani e incompren- 
sibili al profano; oppure si guardano come una raccolta di 
leggènde senza valore e senza importanza. Che il Cristianesimo 
si debba studiare non già in S. Tommaso, nel Concilio di 
Trento, e nei teologi ortodossi, ma semplicemente nel Vangelo 
e nelle lettere di Paolo, è un pensiero estraneo al mondo cat- 
tolico, a tutte le frazioni di destra e di sinistra di cui anche 
quel mondo si compone» (1). ^ 

Scrive altrove il Negri: «Il Vangelo era stato propriamente 
la buona novella. Gesù era venuto a rivelare quel sublime 
principio della fratellanza e della solidarietà umana, che è la . 
sola fonte da cui può scaturire la moralizzazione del mondo». 

Raffaele Mariano (1840 f 1912), professore di filosofia 
all'Università di Napoli, si occupò con amore della Bibbia e 
del Cristianesimo. Egli aveva trasformato la sua famiglia in un 
vero e proprio santuario dove l'Evangelo era letto e meditato 
regolarmente. Nel 1891> dinnanzi alla 9» Conferenza dell'Alle- 
anza Evangelica che teneva le sue sedute nel teatro Salvini di 
Firenze, il Mariano proferì, facendole sue, queste parole del^ 
l'Apostolo : «/o non mi vergogno dell'Evangelo di Cristo!». 

Già nel 1876, egli aveva reso questo bell'omaggio al Van- 
gelo, in un giornale della capitale: «Io sono bene alieno dal 
negare le possenti virtù delle verità evangeliche. Sono pronto 
invece a riconoscere che chi sia in grado di leggere e di guar-!- 
dare con occhio profondo nello spirito di quel codice dell'uma- 
nità potrà attìngervi inesauribile tesoro di grazia, di pace, di 
vigore interiore e morale » (2). 

Stima il Mariano «opera altamente meritevole» quella «di 
spargere l'Evangelo nel mezzo delle nostre moltitudini » (3) •— 



(1) Rumori mondani, p. 346. 

(2) // Diritto, 1876, N» 42. 

<3) Papa, Clero e Chiesa in Italia, p. 339. 



..- Scrive ancora : « Per quello che si riferisce al popolo italiano..., 
■. ciò che preme è che esso rìassurga alla visione schietta del- 
^FEvangeio» (1). E rivolge ai suoi compatrioti questo invito'v 
' « Leggano e rileggano i figli del popolo nel Vangelo, e ne tro- 
veranno dovizia grande di virtù forti e sublimi e di conforto 
salutare contro le avversità e i dolori dell'esistenza». 



IV - ROMANZIERI. 

Alessandro Manzoni (1785 f 1873), insigne letterato e 
poeta milanese, autore dei Promessi Sposi, tradotti in tutte le 
lingue, « attinse — come dice il Canta — le poetiche aspira-^ 
zioni dalla Bibbia e dalla fede» (2). Egli era vissuto incredulo, 
nei suoi giovani anni. Nel 18()8, si prèse in isposa la: figlia di 
un banchiere ginevrino stabilito a Milano, Enrichetta Blondel. 
Celebrò il matrimonio, secondo la religione evangelica rifor- 
mata, il pastore G. Gasparo Creili, famoso latinista. 

L' Enrichetta, protestante, volle ricondurre lo sposo alla fede. 
Vi riusci. Ma il Manzoni, a sua volta, la condusse seco lui al 
cattolicismo, ad un cattolicismo illuminato, evangelico. Scriveva 
l'Enrichetta, nel 1811 : «La sera mio marito ci legge un poco 
della Religion méditée {.... pubblicazione cara ai giansenisti), e 
un libro che io amo molto e di cui cerco di leggere qualche 
cosa ogni giorno : il Nuovo Testamento...» (3). 

Il Manzoni confessa che la Bibbia è di divina ispirazione, 
che in essa e per essa conosciamo la perfetta volontà di Dio. 
Egli scrive : «S'immagini ogni sentimento di perfezione : esso 
si trova nel Vangelo ; si sublimino i desideri dell'anima la più 
pura da passioni personali fino al sommo ideale del bello mo. 
rale : essi non oltrepasseranno la regione del Vangelo e nello 
stesso tempo non si troverà alcun sentimento di perfezione, al 



(\) La mia professione di fede; n^Wa. Rivista Cristiana, di Firenze, 19(B, 
p. 131. 

{2) Eretici d'Italia, m,SZì. 

(3) Lettera all'abate Degola, Gennaio 181 1 . 



quale col Vangelo tiotis! possa as^gnaré una raigipn àssòiutay 
e un motivo preponderante, legati ugualmente a tutta la rive-. ^ 
lazione» (1). \ 

E ancora: «Se gli uomini seguissero i precetti del Vangelo; 
godrebbero fra loro di quella pace che si può avere in questo . 
mondo. Le gare vengono dal volere ognuno possedere quelle 
cose, che il mondo chiama beni, H Vangelo insegna a sprez-~ 
zarli (sic) ; ognuno se ne ritirerebbe, e aspirerebbe a quei beni, 
per cui non ci può esser gara litigiosa, essendo essi infiniti e 
potendo ognuno acquistarli non solo senza privarne gli altri, 
ma cooperando a farli acquistare agli altri. Mirabile sapienza 
del Vangelo e mirabile corruttela dell'uomo ! » (2). 
^ Dagli Evangeli, il Manzoni trasse ispirazione pei suoi bel- 
lissimi /nm Som. 

Massimo D'Azeglio (1798f 1866), romanziere, autore di 
Ettore Fieramosca e Niccolò de' Lapi), pittore e statista, mini- 
stro di Vittorio Emanuele II, ebbe una predilezione speciale 
per la Bibbia. Nel suo programma per V Opinione Nazionale Ita- 
liana, ei sostiene che «il Vangelo sia la sola vera, la sola utile 
direzione, e che le nazioni cristiane sieno debitrici al Vangelo ' 
della loro incontrastata superiorità». Ed ancora: «11 vero So- 
cialismo, la santa legge agraria, è quella del Vangelo^ (3). 
Scrive ancora il D'Azeglio : « Interessa tutta la civiltà che non 

si perda il senso religioso ; ma non si darà vigore alle idee 

religiose finché il papa mette il Vangelo in mezzo a due gen- 
darmi» (4). 

Giovanni Raffini (1807 fi 881), cospiratore ligure e aur 
tore dei romanzi Lorenzo Benoni e Dottor AntoniOy era lettore" 
assiduo della Bibbia. Vissuto a lungo in Inghilterra, fra gente 
che della S. Scrittura fa il cibo suo spirituale cotidiano, egli 



(1) Sulla Morale Cattolica, Cap. Ili e IV. 

(2) Opere inedite, III. Questa e la precedente citazione sono riportate in- 
Le più belle pagine di A. M., scelte da G. Papini, Milano, Treves, 1921, p. 248- 
e 256 ; quivi può anche leggersi un bel brano « Il Vangelo al villaggio » (p. 253--^ 
296) ricavato dalla Morale Cattolica. 

(3) I miei ricordi. Il, p. 282-285. 

(4) Scritti postumi, passim. , 






^r . aveva acquistato famigliarità con essa. Probabilmente Timpulso 
''S^a quella lettura gli venne anche dall'affettuosa consuetudine 
^..^con Giuseppe Mazzini, profondo conoscitore ed ammiratore 
, - ~' della Bibbia. LMlIustre agitatore genovese, ch'era stato la guida 
^ -- -ed il maestro del suo giovane" amico e compagno d'esilio nello, 
studio della Divina, Commedia, fu pure quegli, molto verosimil- 
mente, che lo invogliò a leggere il libro dei libri, per indicargli 
la- fonte e la chiave, il segreto e l'ispirazione del sublime poema 
dantesco/ ' 

Nel suo romanzo Dottor Antonio, il Ruffini ci fa assistere ad 
'\ - una scenetta interessante. Lucy contempla il mare; e il Dottor 
Antonio, dopo aver ammirato con lei il maraviglioso spettacolo, 
osserva che molti poeti hanno cantato il mare, ma nessuno con ■ 
maggior forza di Davide. E, presa una Bibbia inglese che sta 
sul tavolino, legge alcuni versetti. Lucy rimane stupita; ha 
sempre sentito dire che i cattolici romani non conoscono la^ 
. ^ Bibbia. 

1^' Risponde il Dottore: «Questo è un errore comune ai Prote- 
stanti. Se conoscete le cerimonie della nostra Chiesa, saprete 
/ che una parte delle Scritture ne forma la sostanza principale; 
l|' e che son lette è cantate ogni dì nelle nostre chiese, mattina 
e sera; in latino, è vero, ma se ne trova una traduzione in 
tutti i nostri libri di divozione. Infatti la Bibbia tradotta in ita- 
liano è a disposizione di tutti i lettori, a due condizioni sole: 
primo, che sia la traduzione delle Scritture chiamata comune- 
mente la Volgata, comparata e completata da San Girolamo; è 
secondo, che il testo latino sia stampato a lato dell'italiano. 
Se la Bibbia non è tanto generalmente diffusa in Italia, come 
potrebbe desiderarsi, credo dipenda in parte da mancanza di 
istruzione popolare e principalmente dal poco incoraggiamento 
dato dal clero a quella lettura. Tuttavia posso assicurarvi che 
~ molti fra le classi colte, in Italia, conoscono profondamente la 
^.. Bibbia e la leggono, sia rielle traduzioni permesse, sia nelle 
f proibitelo). 

Nei Lorenzo Benoni, il Ruffini considera il Vangelo quale un 
^ codice di uguaglianza e di fraternità.. Tratteggiando la figura di 
_ VittoriOj giovane ufficiale d'artiglieria e cospiratore, dice : «Era 



(1) Dottor Antonio. 



30 — - 

un fervente cristiano, onde il suo ideale di perfezione era di 
realizzare e stabilire sulla terra quei principii di eguaglianza e 
di fraternità che sono banditi nel Nuovo Testamento» (1). * 

Fra i lettori della Bibbia va menzionato Emilio De Mar- 
chi (1852 f 1901), romanziere, poeta e scrittore milanese, il 
quale chiamò le S. Scritture « ì libri dell'anima» (2). 

Antonio Fogazzaro (1842 -J- 1911), insigne scrittore vicen-^ 
tino, romanziere cattolicamente liberale e autore di libri beri 
conosciuti, leggeva assiduamente la Bibbia, ch'egli molto ap- 
prezzava e di cui era profondo conoscitore. 

Il bel volume recente di T. Gallarati-Scottf : La vita di Antonio 
Fogazzaro, documenta largamente il posto che il sacro volume 
ebbe nella sua vita religiosa. 

«II suo libro prediletto, di quel periodo, — scrive — e che 

gli resterà compagno di via, era la Bibbia Vi è un quaderno 

di note manoscritte, con gli estratti dei brevi spunti di com- 
mento, che ci lasciano penetrare Io spirito con cui meditò il 
Libro cercando di nutrirsene». Descritta l'impressione che il 
Sacro Volume faceva sul Fogazzaro, come poeta ^ come cre- 
dente, il suo biografo conclude: « Certo quella lettura non fu 
senza un'influenza costante sul suo spirito. La fonte della sua 
ispirazione religiosa rimase sempre la Bibbia, fino agli ùltimi 
giorni » (pagg. 109-112). 

Il giornale intimo del Fogazzaro è tutto pieno di versetti del , 
Vangelo, dì parole di esortazione e di promesse, ch'egli appli- 
cava alla sua vita spirituale. Ecco una citazione, fra tante: 
«6 Novembre 1893. Letto il Vangelo. Letto, riletto con avidità 
della Parola di Vita eterna, divina Parola, chiara come la Luce, 
tutta vivente d'Amore e di Sapienza... » (p. 243). 

Narra ancora lo Scotti che, nell'ultima sua malattia, sentendo 
avvicinarsi la fine, «pregò che gli si liberasse la camera di 
libri ; che gli si lasciasse solo la Bibbia, l'Imitazione di Cristo, 



(1) Lorenzo Benoni, Ediz. L. Trevisini, Milano ; versione di G. RiGUTiNl. 
pag. 396. 

(2) Emilio De Marchi: Età preziosa. , - 






V 



la Divina Commedia. Non voleva più udire che le poche, grandi 
voci che parlano di eternità » (p. 540). 

Nel 1910, ringraziando la Fides et Amor per rinvio della sua 
versione del Nuovo Testamento, del quale si dichiarava con- 
tentissimo, scriveva il Fogazzaro: «Tutte le Chiese Cristiane 
devono desiderare la diffusione del Vangelo» (1). 

Amaramente rimpiangeva la negligenza in cui era lasciata, 
dai suoi compatrioti, la S. Scrittura: «È d'uopo confessarlo.. > 
Un gran numero di donne pie..; si nutrono deirascetismó in- 
sipido che trabocca dai loro libri di pietà favoriti, e mai o quasi 
mai delia Bibbia. Ve ne hanno molte che hanno appena letto 
il Vangelo, non ve ne hanno quasi che abbiano letto le Epistole. 
Quanto ai grandi libri dell'Antico Testamento, esse ne igno- 
rano, tranne poche eccezioni, persino il nome» (2). 

Nel suo libro Leila, tutti i migliori personaggi leggono la 
Bibbia, dal tisico di Seghe e da Marcello Trento a don Aurelio^ 
da Massimo Alberti a donna Fedele Vayla di Brea. 

Dora Melegari, figlia del senatore Melegari, per molti 
anni ministro d'Italia àirestero e per poco tempo ministro degli 
Esteri in Italia, nel suo recente libro: Ames dormantes (Il sonno, 
delle anime), suppone, anzi raccomanda la lettura del Vangelo. 
Essa scrive infatti : « La dottrina evangelica racchiude... quél 
che v'è di. meglio nelle altre religioni o filosofie» (p. 17). — 
« Il Vangelo è il libro in cui sono attinte le nozioni di morale 
della società attuale» (p. 51). -r- « Vi è nelle Scritture un equi- 
librio divino : ogni ordine che, eseguito con eccesso, potrebbe 
diventare una causa di pericoli sociali, è controbilanciato da un 
altro comandamento » (p. 85). — « La letteratura immaginosa 
dell'Oriente ha la sua espressione più alta nelle Scritture, e la 
bellezza vi si trova ad ogni pagina. Ascoltiamo parlare il Cristo r 
le sue parole sono improntate a grazia, a dolcezza, a maestà. La 
cupa grandezza delle visioni del vecchio Isaia raggiunge la su- 
blimità tragica. I canti del re Davide, grida di angoscia strap- 
pate alle profondità dell'anima, estasi d'amore, immagini soavi. 



t^ 



iWFede e Vita, 1911, pag. 131. 

(2) Conferenza sulle idee religiose di Giovanni Selva. V. Rinnovamento di 
Milano, 1907, pag. 143. 



esprìmono tutta la^ bellezza che li timóre o la sp^ piiò 

fare sgorgare dal cuore dell'uomo » (p. 142). -— « Pei jcrédenti, ^. 
la Bibbia non è solamente un libro maraviglioso ; è la parolai 
divina che non può ingannare» (p. 144).. 

Caldamente raccomanda lo studio della Bibbia ai suoi let- . 
tori, la vivente scrittrice torinese Nlaria di Borio. — Nel suo 
libro recente L'infima gioiOy essa fa scrivere quanto segue da. 
Donna Cristina Graneri alla sua figlia Mariola : « Leggi il Van- 
gelo. Non subito lo intenderai bene, complètamente : ma lo' 
intenderai sempre meglio, a misura che lo mediterai, e la tua 
anima prenderà un più forte slancio verso Iddio, e finirai collo 
scoprire i tesori di quella dizione perfetta, nella quale nulla è 
esagerato, ma tutto è pieno di una vita profonda. Leggilo, e 
non sarai una cristiana incerta, fiacca, facile ai compromessi 
colla natura e col mondo. Ogni giorno consacra una mezz'ora 
a questa lettura spirituale, Vangelo, Epistole, Atti degli Apo- 
stoli, interpretazioni date dai Santi Padri della Chiesa. L'igno- - 
ranza è la grande nemica delle anime ». 

E le dà quale esempio il padre, il quale « non essendo mai 
riuscito a trovare il libro scientifico ove sia detta l'ultima pa- 
rola, ha finito... col ricorrere sempre più ai libri di Dio, alla 
Bibbia, al Vangelo, dove trova- la quantità di luce e anche la 
quantità di ombre che formano il più perfetto equilibrio per la; 
mente umana ». 

E più lungi: «Anch'io, insieme col babbo, lessi molti libri 
di letteratura, di scienze sociali, di storia; ma più vado. avanti 
•cogli anni, e più sento come una forza alle spalle che mi spinge 
a cercare più in alto, nella parola di Dio, la verità regolatrice 
della vita. E* la religione quella che mi addita la via nei mo- 
menti più ardui e dolorosi, che porge una soluzione a tutti i 
problemi del mio spirito, risponde a tutti i frementi perchè del 
mio cuore ; mi trasporta lontano sulle vette, e mi sorregge forte 
sull'orlo dell'abisso ; mi fornisce savie e pratiche ragioni nelle" 
contingenze della vita giornaliera, e mi schiude sentieri lumi- 
nosi in regioni divine. 

«La dottrina del Vangelo è continuamente presentata a noi 
come un argomento di vita, e le anime più incredule si sentono 
scosse allo spettacolo di questa vita che splende in noi e che : 



a^ìòfa Vièti mancando... £ questa fofza di vita dèVè anche sai- 
vare l'umanità presente da unà.co.rrente minacciosa, il cui fra- 
gore fqrse di già è giunto, o presto giungerà fino a te» (1). 



V-GRITIGL 

i; JMctro Giordani, illustra letterato piacentino (1774tl848y, 
Jiàsciò scritto: «Là Bibbia, bisogna leggerla, massime un prete; 
e i)redicatore». Egli stésso teneva ih alta stima la versione ^él 
jDiqdati, ch'egli leggeva assiduamente. 

Del marchese Basilio Paoti, celebre letterato egramma^ 
ticò napoletano, chiamato dal De Sanctis Vattimo dei puristi, 
mrrà Luigi Settembrini, che gli fu discepolo affezionato, quésto 
commovente episodio: «Un giorno parlavamo di quei gloriosi 
[martiri politici] del 99, ed éi mi disse di avere un libro pre- 
zioso» una Bibbia che suo zio prete portò a leggere aquei conv 
dannati, ed essi leggendo in quella si prepararono a morire. 
E levatosi, prese quella Bibbia e la baciò, e l'aprì, e la baciai 
anch'io...» (2). 

Niccolò Tommaseo (1802 f 1874), insigne critico e letterato 
dàlmata, ministro della Pubblica Istruzione nell'effimera Repub- 
blica di Venezia del 1848, fu studioso affezionato della Parola 
di Dio, e si doleva che questa fosse poco nota ed apprezzata 
nella sua patria: «È doloroso a pensare — scriveva — che 
Orazio e Virgilio abbiano più traduttori che non l'Evangelo, e più 
attènti leggitori nel mondo». Scriveva ancora: « Colpa non è 
dèi Vangeli se nelle scuole non se ne additano le bellezze» (3). 
Tommaseo tradusse egli medesimo gli Evangeli e verseggiò 
ì Salmi dì Davide. Cominciò il suo volgarizzamento, che ha 
mèriti singolari, nel 1848, mentre si trovava nelle carceri au- 
striache di Venezia e piuttafdi lo condusse a termine. Il mano- 
scritto delia traduzione dei Vangeli, insieme con alcuni altri 

1^. dell'illustre letterato dalmata, fu regalato, nel 1919, da unpa- 

l^triota di Sèbenìco al Re d'Italia.. 

:- - ^r (iM'fnWnia gioia. Lettere. — Torino, S. Lattes, 1919, pagg. S5^, passim. 
?r-^ (2):L. SETTEMBRINI, Leziotii di Letteratura Italiana, III, 382. 
^^ (3) Dizionario Estetico. 18617/ p'ì27. 






Francesco De Sanctis (1818fl88^> insigne critico napò^ 
letano, patriota, deputato e Ministro dèlia Pubblica Istruzione . 
sotto Cavour, lasciò scritto una bella pagina, in cui racconta ^ 
come egli cominciasse a leggere la Bibbia, pel suo proprio 
conto, in prima, e, dipoi, ai suoi studenti universitari: «... Avevo 
sete di cose nuove, e quello studio (la lettura del libro di Giobbe, 
dei Salmi e dei profeti) era per me novissimo. Non avevo letto, 
.mai la Bibbia, e i giovani neppure. Con quella indifferenza 
mescolata di disprezzo, che allora si sentiva per le cose reli- 
giose, la Bibbia, come Parola di Dìo, muoveva il sarcasmo. 
Lessi non so dove, maraviglie di quel libro, come documento 
di alta eloquenza, e tirato dall'argomento delle mie lezioni, 
gittai l'occhio sopra il libro di Giobbe. Rimasi atterrito. Non 
trovavo nella mia erudizione classica niente comparabile a 
quella grandezza. Portai le mie impressioni calde calde liella . 
scuola. Avevo già fatto una lezione sopra l'origine del male e" 
il significato di quel libro, e fu udita con molta attenzione. Ma 
quando lessi il libro tutto intero, la mia emozione e la mia 
ammirazione guadagnarono tutti. Preso l'aire, c'immergemmo in 
quegli studi. Furono molto gustati la Cantica, un Salmo di Da- 
vide, dove, dalla contemplazione delle cose create, si argo- 
menta la potenza e la grandezza del Creatóre, e qualche Treno. 
(Lamentazione) di Geremia. Era per noi come un viaggio in 
terre ignote e lontane dai nostri usi. Con esagerazione di neo- 
fiti, dimenticammo i nostri classici, fino Omero, e per parecchi 
mesi non si udì altro che Bibbia. C'era non so che di solenne 
e di religioso nella nostra impressione, che alzava gli animi. 
Chiamammo questo sentimento il divino, e intendevamo sotto 
questa parola ciò che di puro e di grande è nella coscienza». 
E conclude: «Mi maraviglio come nelle nostre scuole, dove sì 
fanno leggere tante cose frìvole, non sia penetrata un'antologia 
biblica, attissima a tener vivo il sentimento religioso, eh' è 
Io stesso sentimento morale nel suo senso più elevato. Stac- 
care l'uomo da sé stesso, e disporlo al sacrificio per tutti gli 
ideali umani, la scienza, la libertà, la patria, questo è la mo- 
rale, questo è la religione, e questo è l'imitazione di Cristo» (1). 



(1) La giovinezza di Francesco De Sanctis, frammento autobiografico, pub« 
blicato da Pasquale Villari. Napoli, Edit. Morano, 1889. 






ATtro^ letterato conoscitore e tettore della Bibbia, si è Bo- 
naventura Zombini, mirabile critico letterario, quasi auto- 
didatta, autore di pregiati libri e grande ammiratore della poesia 
biblica, dei Salmi in particolare, ch'egli considera come la più 
alta poesia che esista. 



VI - SCRITTORI VARII. 

Il pubblicista savonese Pietro Sbarbaro (1833 f 1893), 
eruditissimo professore di Filosofia e di Diritto nell'Università 
di Macerata, deputato al Parlamento, in un articolo di giornale, 
intitolato: Il Re e i Valdesi, chiaramente vede nell' Evangelo 
runico rimedio ai mali attuali e il sommo fattore di civiltà e 
di vero progresso, ed ha fede che l'Italia, svegliandosi dal 
suo sonno, ed abbandonando lo scetticismo e l'incredulità, ri- 
tornerà al Vangelo. E conclude : «No! non può essere che ri- 
manga eternamente il privilegio di poche migliaia di credenti 
liberi ai pie delle Alpi, ciò che deve essere condizione regolata 
di vita normale e di prosperità immarcescibile per tutta una ^ 
nazione »(1). ' 

Lo stesso Sbarbaro propone che « all'ideale gesuitico della ^ 
vita, si contrapponga altamente, incessantemente, da sopra i 
tetti, a tutte le ore del giorno, l'ideale della moralità evangelica 
che ha fatto grandi le nazioni protestanti, e rifarà grandissima 
... l'Italia». E soggiunge: «Studiare il problema economico 
della redenzione delle plebi colli occhiali e cor soffio di vita 
del Vangelo, è tanto naturale, logico e necessario, dopo 18 se- 
coli di vita cristiana, come lo studiare i fenomeni e le leggi 
dell'astronomia, della chimica, della fìsica, della storia naturale, 
col metodo di Galileo, di Isacco Newton, di Kepler, di Cuvier, 
di Linneo, di Volta, di Galvani, di Lavoisier, ecc.» (2). 

Del professore Contardo Ferrini (f 1902), insigne roma- 
nista, professore di Diritto Romano all'Università di Pavia, 



(1) La Libera Parola, 2 Ottobre 1892. 

(2) Le Forche Caudine, 4 Gennaio 1885. 



fe- >;Ì:';:;!^t;K:'.;^^:Ss?-;J5^^^3?^^ 



Uòmo piisslrnò, anzi. propósto alla beàtifiGàziòriè^s^ 
nàie m ilànèse : ^Pinò dà gióvane^ egli si èf à IniìàittòtàtÒ dèi 
santi libri, ne era divenuto in seguito studioso tanto che còtiò* 
scèva a mente per intero parecchi libri dèìlà Bibbia, còitìiè lì 
Libro dei Salmi e l'Ecclesiaste. Ma più in là àncora si eifà 
spinto in questo studio che a luì serviva per la sublimazione 
e la esaltazione dello spirito. Egli, cultore profondo del greco 
e del latino, aveva appreso l'ebraico, l'aramaico, il siriaco ed 
il caldeo, per poter leggere i libri sàhti nei loro testi orginali 
ed attingerne tutto il significato integro, gustarne le bellezze 
più nascoste» (1). . 

Filippo Perfetti, scrittore elètto^ professore all'Univer^ 
sita di Perugia, scriveva nel 1878: «La coscienza religiósa 
degli Italiani è stata finora assopita sotto l'ammasso delle ce- 
rimonie e delle pratiche della Chiesa Cattolica. Bisogna risve- 
gliare negl'Italiani questa coscienza religiosa, bisogna educarla 
ed invigorirla. Ciò si otterrà sopra tutto colla lettura dei libri 
santi : la Bibbia è il vero pascolo deiranìma. Diamo al popolo 
la Bibbia e lasciamo che fruttifichi la divina semenza» (2). 

Molti anni addietro, il prof. Ludovico Paschetto — allora 
studente all'Università di Roma — si rivolse a parecchi pro- 
fessori e scrittori d'Italia, pregandoli di scrivere quel che pen-<- 
savano della Bibbia. I più non risposero. Alcuni si scusarono 
di non rispondere, adducendo, gli unì la propria incompetènza^ 
altri l'impedimento per impegni già assunti. Alcuni pochi sola- 
mente si fecero vivi, inviando scritti j fra questi i professóri 
Labanca e De Gubernatis, di Roma, e De Sarto/ dì Firenze. _ 

Ecco, in riassunto, le loro risposte, riprodotte nella rivista 
Bilychnis (anno 1912, pagine 18 a 26). 

Baldassare Labanca (1829 f 1913), professore di Storia 
delle Religioni nell'Ateneo di Roma, cosi scrive : «... Io sono 
un sincero ammiratore della Bibbia... La Bibbia — dal greco 



(1) Corriere della Sera, Maggio 1911. 

(2) Rivista Cristiana, di Firenze. Lettera al suo Direttore, 1878, p. 84. 



Tct Bt^Xia, che vuol dire Libro dei libri -^ è il Libro dei libri 
$acri, o religiosi, non già Libro dei libri storici, scientifici e 
politici », 

Dice quindi che la Bibbia, il cui primitivo scopo è senza 
4ut|tl)iò relìgiosOi «non può contenere tutta la storia, tutta là 
scienza e tutta la politica del passato e deiravveniré »i Deve 
essere ritenuta « quale documento dei documenti religiosi, anche 
rinvenendo in essa degli errori storici, scientifici e politici», 
E prosegue : « La Bibbia, letta da milioni d'individui, -^ così 
pOQo ietta fra nói, ed ostacolatane, quel ch'è più, la lettura #' 
la critica dalla chiesa cattolica, -^ è necessario che venga, letta 
coti lo spirito religioso, come bene sentenzia il celebre voilu-! 
metto Gè imitatione Cftristi, al quale è stata indirizzata, e con 
il quale è stata scritta». ^^ 

Accenna quindi al «posto eminente che tocca alla Bibbia^ 

rivelazione appunto di uomini santi dotati e guidati da spirito 

- di Dio, intenti con virtù da, eroi a fare santi gli altri uomini, 

e a creare nel loro cuore e nelle loro azioni una religione pura 

e immacolata (Qiac.I, 27)*. 

Nel Congresso degli Orientalisti, tenutosi a Roma nel 1899/ 
il prof. Labanca pronunziò, fra Taltre, queste parole: «Lo 
scopo precipuo della Bibbia non è la scienza, ma quello 
di portare le anime alla santificazione e alla pratica della sana 
morale». 

La medesima idea espresse più tardi, nel 1904, in un articolo 
della Rivista d'Italia: «Lo scopo primario della Bibbia è mo^ 
rale e religioso, in quanto nella Bibbia si espongono soltanto 
quelle verità che possono rendere l'uomo buono, giusto e santo 
s^ecòndo Dio e il Cristo » (1). 

Notiamo ancora che il Labanca a più riprese e con sempre 
rinnovato calore, insistette — ma con poco risultato, purtroppo^ 
— sul bisogno imperioso di studi religiosi e biblici nelle Uni- 
versità Italiane. 

. Il prof. Angelo De Gnbernatis (t 1912), dell'Università 
di I^oma, risponde al Paschetto : «Ella m'invita a significarle 
che cosa penso della B/òiiia. 



(1) divista d'Italia, Maggio 1904, art. La Bibbia e la filosofia cristiana, 



' ^ — 38 — ' ' ■ . V 

« Non posso appagarla ; dico soltanto che bisogna leggerla ; 
e che un uomo che non l'abbia letta è quasi un infelice, perchè 
si è privato di una delle maggiori consolazioni e delle più larghe 
fonti d'ispirazione. 

« Dal libro della Genesi al libro dei He, dal libro di Ruth al 
libro di Giobbe, dairEcclesìaste al Cantico dei Cantici, dalle 
Profezie ai quattro Evangeli, Tumanità nelle sue relazioni con 
Dio s'è rivelata co' suoi accenti più vivi e più eloquenti. La 
Bibbia è forse il libro più umano e più divino che esista; 
manda mille voci, ed è oracolo infinito. Uno dei motivi della 
grandezza poetica della Divina Commedia può essere la frequente 
ispirazione biblica, e quel carattere di universalità che ha fatto 
della Bibbia il libro di tutti. II Vangelo ne è la corona lumi- 
nosa, il Paradiso ; i Profeti, il libro di Giobbe, i Salmi, i Pro- 
verbi, il Cantico de' Cantici ci fanno spirare un'aura di Purga- 
torio. Altre parti del Vecchio Testamento ci danno figura 
d'Inferno. La Bibbia è un mondo ». 

Il professore Francesco De Sarlo, dell'Istituto degli Studi 
Superiori dì Firenze, scrive: «La Bibbia rappresenta per. me 
il migliore mezzo di educazione morale e religiosa di cui di- 
sponiamo. Se come opera d'arte pur facendosi penetrare nel- 
l'anima di uh popolo che presenta caratteristiche tanto spiccate; 
pur contenendo bellezze incomparabili," non si può dire che 
abbia un valóre assoluto, come mezzo atto a svegliare e man- 
tenere vivo il senso del bene e del divino, è addirittura insu- 
perabile. Non è leggendo o sentendo leggere di tanto in tanto 
dei brani della Bibbia che se ne possono aspettare efietti utili, 
ma occorre rivolgervi metodicamente l'animo tutti i giorni senza: 
però trasformare ciò che è per sua natura condimento in pasto 
esclusivo. Bisogna avere quel libro sempre vicino a noi ; oltre 
che meditarlo, farne parte essenziale della nostra vita». 

Dopo aver detto dell'efficacia educativa dell'Antico e special- 
mente del Nuovo Testamento; il De Sarlo prosegue : « Lo studio 
della Bibbia adunque non può che fortificarci moralmente ed 
elevarci all'adorazione dello spirito. Leggendo la Bibbia, impa- 
riamo che la vita e la salvezza è nell'azione buona, è nella 
fede che Dio è il Bene». 

Più lungi : « La Bibbia... non è né un libro di storia, né un 



■t -,-- ^ ■* ^^ 0*J ■^~' - * ~ ^ -^ 

libro di scienza : è un libro in cui si trovano raccolte delle 
verità morali e religiose che hanno formatoli sostrato della 
civiltà più progredita che conosciamo. 

«E siffatte verità morali e religiose vengono a trasfondersi 
nel nostro animo dalla lettura del libro, non per via di dimo- 
strazioni scientifiche e di prove logiche, ma perchè noi in esse; 
abbiamo come a dire la rivelazione di noi stessi, con esse ci 
apparisce chiaro innanzi alla mente ciò di cui avevamo sol- 
tanto un presentimento confuso. Noi facciamo sangue nostro 
le verità morali e religiose della Bibbia, perchè vi troviamo 
quello che l'anima nostra per lo innanzi invano aveva cercato. 
E le dette verità non si stampano nel nostro cervello a guisa 
di formule morte, ma vengono come ad ingenerarsi e a svilup- 
parsi nella, nostra mente inseguito all'azione efficace esercitata 
dallo studio continuato del libro santo. La lettura della Bibbia 
può riuscire veramente proficua solo alle anime che si sentono 
àirunisono con chi proclamava la prima volta quella verità». 

Gaetano Trezza (1838 f 1892), ex-prete, hiosof 6 epicureo, 
e professore di letteratura latina all'Istituto degli Studi Super 
dori di Firenze, tenne preziosa la Bibbia nei primi anni del 
suo ministerio sacerdotale. Citava volentieri l'Evangelo « cosi 
mal giudicato da chi -noi comprende». Ricordando le parole 
di Cristo riboccanti di amore del cap. XVII di S. Giovannf, 
notava: «Chi legge l'Evangelo di S. Giovanni, dopo il Fedro, 
il Timeo, il Banchetto di Platone, s'accorgerà dello smisurato 
intervallo che li divide: indarno si desidera, in quei dialoghi 
stupendi, l'infinito nell'amore com'è rivelato in quel sovrumano 
capitolo ». 

Scrisse il Trezza due opere religiose: S. Paolo e // Gesù, 
delia leggenda e il Gesù della storia, seguendo, per quest'ultima, 
passo passo la «Vita di Gesti» del Renan. 

Nel 1907, il Coenobium, rivista internazionale di studi, 
che si pubblica a Lugano (fascicolo Luglio-Agosto), apriva una 
inchiesta sui libri che potrebbero costituire la biblioteca di un 
libero Cenobita: «Se voi dovreste ridurre la vostra biblioteca 
a 40 volumi, ... di quali la compórreste ? ...Ed inoltre quale è 
il libro che amate di plìi?». 



Delle 250 peHpnalità; -della ?ci<^^ 
nalismp interpellate, più di 100 risposero, 67 delle qiiàli di^i|| 
dero la preferenza alla S. Scrittura, fra queste gritalianii4»'^ 
Mqrzorati Q Giuseppe Zoppola, 

Il Marzorati scrive : «... Dovendo riassumere in un sòl J 
libro i miei più impellenti bisogni spirituali, mi accontenterei 
della Bibbia. Vorrei però una traduzione che conservasse tutta 
la indeterminata profondità dei termini originali, cosi che in 
essa io potessi trovare tutto ciò che Tànima cerca e il cuore 
desidera». 

Giuseppe Zoppola scrive : « Per me v'ha un libro soltanto ] 
il quale soddisfi pienamente alla condizione posta dall'inchiesta : 
la Bibbia (Vecchio e Nuovo Testamento). Essa sola basta a 
costituire la mia biblioteca d'elezione...». 

Il prof, David Castelli (1836 1 1901), dotto ebraicista livor- 
nese e professore all'Istituto Superiore di Firenze, pubblicò, " 
nel 1896, una raccolta di buon numero di p^issi imniOrtali dei 
due Testamenti da lui medesimo tradotti, sotto il titolo: Aff?- 
maestramenti del Vecchio e del Nuovo Testamento (Firenze, Bsìt- 
bera). Nell'Introduzione così scrive : « É un fatto troppo noto 
che... se l'Italia, nella scienza, nella storia e nella filologia in . 
genere ha portato in quest'ultimo mezzo secolo un contributo 
d^gno del suo risorgimento politico, tutto al contrario avviene 
per gli studi biblici. Non si fa quasi nulla in Italia, eccetto 
pochi isolati tentativi. E questi rimangono senza eco nella np^ 
stra crìtica letteraria e filologica; quindi nessuno ne prende 
cognizione, né per approvarli, né per censurarli : insomma la^^ 
Bibbia non é in nessun modo studiata; e le persone più colte, 
etiche i dotti, ne mostrano talvolta una maravigliosa ignoranza». 

Più lungi : «La civiltà nostra non può trascurare l'elemento 
cristiano, che è stato uno de' suoi grandi produttori; non può 
per conseguenza trascurare la Bibbia, che del cristianesimo ' 
contiene i primi germi e le origini». 

Nota ancora il Castelli che se Dante prese a guida Virgilio, 
ei lo fece con pensiero essenzialmente cristiano, tanto che 
« non può appieno intenderlo e gustarlo chi della Bibbia non 
ha cognizione ». 



^ ~ ^ Il professore Paolo Orano, in" utr articolo della Rivista 
(VltaliQ (Febbraio 19Ò4), intitolato : Babet md Bibel, stima la 
fibbia «grande per la esagitazione stupenda di un contenuto 
morale nuovo cui partecipa fervido e profondo un popolo in> 
tero, e perchè ciò che chiamiamo ancor oggi etica è/prodotto 
biblico od ebraico per la prima volta nel mondo stòrico, perchè 
si determinò dalla vita del popolo ebreo il problema morale 
della colpa, del peccato, della responsabilità psicologica. Ecco 
perchè è gigantesca ed immortale la Bibbia». 

Nel 1910, la Società « Fides et Amor » mandò una copia ' 
del Nuovo Testamento, e negli anni che seguirono una copia 
del librò dei Salmi e di quello di Giobbe, tradotti dal dottor 
Giovanni Luzzi, a molti letterati italiani. Risposero, ringra- 
ziando, parecchi fra i quali i professori Ermanno Ciampolini^ 
Pio Rajna, Arturo Linaker, Guido Mazzoni, Isidoro Del Lungo^ 
Pietro RagniscOf Paolo Orano, Enrico Caporali, Giacomo Puccini^ 
Luigi Ambrosi, Nicola Festa, Ferdinando Sbigoli, Italo Pizzi, Ales- 
sandro Chiappelli, Raffaello Fornaciari, A. Serena, Benedetto Croce, 
E. G. Parodi, Alfredo Galletti, (l) 

Prof. Ciainpoliiii: « ...Il Nuovo Testamento è un'opera di 
vero valore critico e di ottima edificazione morale. Volesse 
Iddio che andasse per le mani di molti... e ce ne sarebbe biso- 
gno..., io continuerò a leggere il Nuovo Testamento che è in 
sostanza il fondamento della. nostra vita morale e della nostra 
civiltà». 

Prof. Grand'Uff. Rajna: «Il Nuovo Testamento mantiene 
anche in questo nostro mondo moderno la sua mirabile virtù 
^vvivatrice e rinnovatrice. Ho caro trovarmelo accanto accura- 
tamente tradotto e dottamente illustrato». 

« Beh si capisce che lo studio e la meditazione de' Salmi 
abbia dato al suo cuore molto del conforto di cui aveva bisogno^ 
in questo periodo travagUatissimo. Io penso quanto la lettura 



(1) V. Relazioni annuali della Fides et Amor. 



— 42 — " / ' ; 

e la recitazione di una poesia così alta e i)rofonda conforte-^^ 
rebbe ed eleverebbe gli animi dei nostri soldati nelle trincee. 
Dirado s'ebbero condizioni a cui convenissero altrettanto,..», t 

Prof. Linaker: « ...Questo libro non mi abbandonerà; lo 
sostituirò, tornando a notare i passi che son solito rileggere, 
al vecchio che mi ha accompagnato sempre e che sta unito 
alla Divina Commedia». 

Senatore prof. G. Mazzoni: «... A me il libro de' Vangeli 
sarà una nuova occasione per tornar sopra le immortali sen- 
tenze e godere ancora di tanta luce di soave poesia». 

Dal fronte, il senatore Mazzoni scriveva : « Nessuna lettura 
s'intona, quassù, meglio dei Salmi biblici, alla grandiosità degli 
spettacoli naturali e al tremendo conflitto degli animi e delle 
fòrze naturali. Grazie del dono! Subito ho cominciato, non dirò 
a leggere, ma a studiare, e più a sentire, la nobile opera Sua 
d'interprete e d'illustratore». 

Il senatore prof. Isidoro Del Lungo dice di avere « a 
fondo inteso e gustato il libro immortale» di Giobbe, squisi- 
lamente tradotto ed annotato dal Luzzi. 

Il prof. Gaetano Jandelli pubblicò, nel 1902, un libro in- 
titolato : Della morale insegnata da Cristo secondo i luoghi evan- 
gelici più significanti scelti e commentati. È una scelta dei detti 
e dei discorsi di Gesù tolti dai sinottici, secondo la versione 
del padre Curci e del prof. Alberto Revel «dotti del pari ed 
accurati ». In questo lavoro, ben sentito e nobilmente concepito, 
ritrovasi l'insegnamento del Cristo «così sublime nel suo con- 
tenuto, così scultorio nelle sue forme sentenziose, cosi vivace 
nelle sue forme paraboliche. I lettori cattolici «poco versati 
nella conoscenza delle Sacre Lettere » vi troveranno cose, per 
loro, nuove, belle e ben dette, vi attingeranno un alto concetto 
della morale evangelica, e, coll'autore, riconosceranno che « il 
sentimento religioso e cristiano non potrà mai meglio ritem- 
prarsi che nella lettura e nella meditazione del Vangelo » (1). 



(1) Milano 1902, Società Editrice Libraria. 



Giaseppe Paccianti, noto letterato, compose, nel 1909, 
^ un'antologia biblica intitolata ; Dagli Evangeli. Nelle note, inseri 
una sua paraifrasi del Pater JVosfer, molto bella nella sua sem- 
plicità. 

Nel Gwr/zaZe d'/ifa/w, Carlo Paladini, parlando dell'antologia 
del Puccianti, cosi scrive: «Il libro buono ed utile che rifa la 
gente, il libro dei libri è il Vangelo... La vera civiltà umana 
avrà sempre il suo fondamento storico nel Vangelo... 
- « Il libro che meno si legge fra gli italiani è appunto il Vanf 
gelo. Lo rispettano, ma non lo toccano... Il Puccianti è sovra- 
tutto dispiacente che il libro dei libri non sia letto neppiùre 
dalle donne. Le signore anche buone e pie, mentre leggono 
tanti libri, specie romanzi e non pochi altri di cose devote, 
quanto al Vangelo IO lasciano stare anche loro; contente di 
quel pochissimo che ne sanno o credono di saperne, cosi per 
sentito dire o per averlo anche letto qua e là in altri libri ». . 

Nota in appresso il Paladini che l'antologia biblica del Puc- 
cianti potrebbe utilmente entrare anche nelle scuole. « Quei 
giovani, i quali ebbero dalla fortuna il modo negato ai più di 
darsi ai nobili studi che prima si chiamavano « umani...», co- 
noscono appena di nome il Vangelo, e mentre studiano la storia 
di tutto il mondo, ne saltano a pie pari l'episodio più saliente 
e importante — quello che lo ha trasformato — dando nuove 
forme e intenti nuovi alla letteratura e all'arte». 



Gennaro A volio, nelle sue Battaglie d'Oggi (6 Ottobre 1907), 
sostiene l'influenza benefica del Vangelo nell'educazione dei 
giovani: «Perchè, accanto a delle vere insulse letture nelle 
nostre scuole, a principiar da quelle del popolo, non s'intro- 
duce la lettura del Vangelo, cioè della storia più genuina, più 
drammatica, più commovente della vita del Cristo, del suo 
eroico apostolato, del suo amor tenero pei deboli, per gli afflitti, 
pei diseredati, del suo martirio per la giustizia e la libertà? 

«Chi può dire l'influenza che la lettura del Vangelo ha eser- 
citato sull'educazione, sul carattere, sulla vita di tutti gli uo- 
mini veramente grandi?... Chi può dire l'influenza che una tal 
lettura avrebbe sull'educazione degli italiani, per la formazione 
del carattere nazionale ? ». 



Angelo Crespi, coltQ e brillante giornalista iQmbarcIp; iit| 
t|n articola intitolato: Le domeniche inglesi (Coiifessìò fideif^i:^ 
cosi parla della Bibbia: «...E la Bibbia? Da noi la disprez? - 
zano sopratutto coloro che non la conoscono e non la leggQiiQ^ 
mai. In Inghilterra essa ha guidato una rivoluzioiie ; è connessa t 
con la conquista della libertà: Il Magnifljcat è considerato come 
una Marsigliese assai più rivoluzionaria dell'altra ; i Salmi son& 
considerati come l'espressione più pratica di tutte le esperiènzi^^ 
più intime e profonde della vita. ^ / 

« Essa (la Bibbia) è considerata come la letteratura in cui là 
esperienza etico-religiosa del divino ha trovato la sua più alta: 
espressione» (1). 

Il Crespi, in uno splendido articolo sul problema religioso,^ 
pubblicato nel Coenobiam (Luglio-Agosto 1907), dice che io Stato 
ha il dovere di interessarsi a che nella cultura generale, anche 
quella religiosa abbia la parte che le spetta^ e che, come si 
lèggono e si studiano Omero e Dante, si leggano e si studino , 
la Bibbia e il Vangelo, e che vi siano letti e studiati seria- 
mente e con intelletto d'amore e con imparzialità come ogni 
altro testo sacro della cultura umana. La lettura del Vangelo 
anche nelle Scuole Elementari è cosa che può giovare a tutti, 
senza offendere alcuna coscienza in particolare, e che anzi dOr 
vrebbe essere parte della coltura di tutti, come è parte della 
storia di cui slam figli. 

In una conferenza tenuta a Milano, nel 1909, sul problema 
dell'insegnamento religioso f il Crespi sostenne non esservi alcun 
libro più atto all'educazione etica che la Bibbia. 

Giovanni Papini pubblicava, nel 1919, nei Rèsto del Car- 
lino (Dicembre), un notevole articolo sul tristissimo stato di 
cose presente, e sosteneva che «tutti i mali di cui soffriamo 
non vengono dall'esterno ma dall'interno. Non basta cambiare 
i regimi e gli statuti. L'anime degli uomini devono essere cam-^ 
biate... V'è bensì una guida dove potremmo anche oggi trovare 
alcuni dei principi a cui dovremo per forza ritornare se non 
vogliamo morire nelle torture dell'ultime disperazioni. È un 



(1)7/ Tempo, 18 Agosto 1907. 



;> piccolo volume diviso in quattro librétti, che fu scritto dicióttb 
(i^'ò diciannove secoli fa. Tutti lo conoscono,, mólti lo JeggonOf 
^nessuno lo- segue. Si chiama \* Evangelo di Gesù Cristo*. 

Nella prefazione alla sua Storia ài Cristo, mentre giustifica il 
fy suo lavóro còl fatto qhè ógni genefàÉione; deve tradurre nel 
'~ ^ì-opriò linguàggio ì'ahticó Evangelo, il Papini proclama là su- 
blimità dei quiattfó Vangeli canonici : 

«Nessuna Vita di Gesù, anche se là scrivesse uno scrittóre 
di genio più grande di quanti furono, potrebbe esser più bella 
è perfetta degli Evangeli. La candida sobrietà dei primi quattro 
storici nòli potrà mài èsser vinta da tutte le meraviglie dello 
stile e delia poesia» (p. XI). 

Il giornale // Tempo (Ottobre 1919), pubblicava un articolò 
di Adriano Tilgher intitolato : Scuòla ài Stato , in cui criticava 
le~ nostre scuòle governative, che, preoccupate di serbare in- 
tatto il caràttere laico, sono cadute nella più crassa ignoranza 
[; per tutto ciò che riguarda il problema religioso. E scriveva : 
«La Bibbia è un libro in cui sonò raccòlti i frutti di una ela- 
borazióne spirituale dieci vòlte secolare. Nei Proverbi, nei 
Vangeli, nelle lettere di S. Paolo, lo spirito umano ha raggiuntò 
vette non più superate. Nella sua infinità ricchezza e varietà, 
tutti i più diversi atteggiamenti spirituali vi sono rappresentati». 

Il professore livornese Dino Provenzal, pubblicava ulti- 
mamente, nel B/(vc/ì/2/s (Luglio 1920, pagg. 38-43), un articolò 
intitolato: « Gócce d'un mare ignoto »j nel quale, dopò avere 
dimostrato rinfondàtezzà di alcune affermazioni del Ruffini nel 
romanzò Z)o^or Antonio, circa la lettura della Bibbia in Italia 
(vedi pag. 28), e deplorato là noncuranza dei nostri compatrioti 
pel sacro Volume, ch'egli chiama «il Libro dei libri», sògr 
giunge : «Eppure dà quel librò ignoto derivano espressioni è 
paròle che scriviamo e diciamo ogni giorno; eppure, tanti detti 
che si credono usciti dairofficina anonima dei proverbi popo- 
lari sono, invece, msegnamenti di Cristo ; e a tali massime molti 
conformano la propria vita, lìon immaginando qual sia il maestro 
acni ne sòn debitori». * 

E termina il suo interessante articolò con quésto caldo in^^ 
Vito alla lettura della Bibbia: «E io dico agl'Italiani : Ora che 



-^_ 46 — 

la nostra Patria riprende faticosamente il proprio camminQ e^ 
si misura con le altre nazioni \civili e -vede in^ sé stessa lacune 
intellettuali é morali che si affretterà a colmare, aprite la ÌBibbia r 
leggete e meditate le pagine dei profeti e dei poeti, dei mo- 
narchi e dei legislatori, degli apostoli- e dei martiri. Libri scritti 
durante più secoli e raccolti in un solo volume senza che la. 
varietà delle forme turbi l'armonia dello spirito unico, conte- 
nevano, già prima che noi nascessimo, la storia delle nostre 
lotte e lo specchio dei nostri dolori : potremo attingerci con- 
forto per ogni sofferenza del corpo e dell'animo, incitamento 
al bene, lume per comprendere e compatire e aiutare i nostri 
fratelli erranti. 

« Leggete la Bibbia. Chi, deluso per lo scetticismo e l'indif- 
ferenza dei propri concittadini, mormora, nell'abbandonare il 
paese, le amare parole Némo propheta in patria^ vedrà con me- 
raviglia che quelle parole furono già pronunziate, ma con se- 
rena pietà, da Gesù Cristo, reduce a Nazaret... E la folla che 
marcia sotto le mie finestre intonando inni con accento di sfida, 
guardando il cielo in aria di minaccia,' che dirà, scoprendo che 
la legge scritta sulla sua bandiera fiammeggiante « Chi non la- 
vora non mangi» fu predicata già dall'Apostolo delle Genti? 
Anzi, prima che proferite, quelle parole erano state confortate 
con l'azione e l'esempio: «Non abbiamo mangiato il pane ri- 
cevutolo da alcuno in dono ; ma con fatica e travaglio, lavo- 
rando notte e giorno, per non gravare alcuno di voi. Non -già 
che non ne abbiamo il potere, ma per darvi noi stessi per esem- 
pio, affinchè ci imitiate. Poiché quando eravamo fra voi, vi ordi- 
navamo questo : che chi non vuol lavorare non mangia. 

«Fra le tenebre del caos che abbuiano i primi versetti e le 
tenebre dell'avvenire che le ultime pagine tentano di squar- 
ciare con visioni di paura e di speranza, corrono fiumi di lucè. 
Se i più grandi pensatori e i più nobili artisti di ogni tempo 
e di tutti i paesi a quella luce si accostarono riverenti, perchè 
vorremmo noi privarci di tanta gioia ? 

«... Nella vita di Cristo e nelle lettere dei suoi apostoli Im- 
pareremo poi l'amore delle gioie semplici, della pace, del la- 
voro, della purezza : amore ch'è necessario più che mai a chi 
esce sconvolto da un turbine di sangue e di morte. 



<:^^ iiòté : £ là sensazione "sarà 

jj^ doppiamente gratai come quando, andati per la prima volta^^ 
^ ad ascoltare una musica, sentiamo che molti dei suoi motivi 
> già da un pezzo ci erano famigliari e, senza conoscerne rori- 
t^ gine, li avevamo più volte cantati nelle ore di solitudine o lì 
<- avevamo uditi sonare jper via. 

: «Troveremo anche parecchie frasi che fin allora avevamo 

pronunziate per ischerzo o attribuendo loro un frivolo signifi- 
cato: e vedendole adoperate' in un senso alto e puro, rimar- 
remo turbati, commossi come chi scorge, sopra un viso solita- 
mente lieto, una ruga, una piega dolorosa del labbro, uiia 
7 lagrima». 

Il prof. Remigio Sabbadinl^r dell'Accademia scientifico- 
letteraria di Milano, rispondendo all'on. Torre, ministro della 
Pubblica Istruzione, sui modi più acconci per facilitare nei gin- 
nasi lo studio del latino e del greco, scrive: «Qual è il primo 
tèsto di lettura che daremo ai nostri scolari?... Il primo libro 
di lettura ch*io propongo è il Nuovo Testamento, opportuna- 
mente trascelto, nel doppio testo greco e latino, con accanto 
la traduzione italiana » (1). 

Lniaa Giulio Benso, scrittrice torinese, da vari anni pro- 
pugna con nobili intendimenti la necessità di un risveglio della 
coltura religiosa, tra le donne italiane, e di un ritorno allo 
studio del Vangelo (2). È fondatrice della « Unione internazio- 
nale delle Signore Cristiane Liberali ». 

A proposito della attività della Fides et Amor durante la 
guerra scriveva, in una «lettera mensile» indirizzata a detta 
«Unione»: «Ih questi giorni il Nuovo Testamento, per opera 
di una nobile istituzione, corre fra i soldati, li conforta nelle 
lunghe ore d'attesa nelle trincee, li solleva fra i dolori nelle 
infermerie degli ospedali. La parola di Gesù va fra gli umili, 
con nuova attrazione, e nelle menti dei nostri soldati apporterà, 
a pace conclusa, un bene di cui per ora non possiamo misu- 
rare l'importanza » (3). 



>' 



(1) Bilychnis, Gennaio 1921, ji. 41, che si riferisce al volume di ANDREA 
Torre : La filosofia e la preparazione degl'Insegnanti, 1920. 

(2) Lèggasi il suo Appello alle Signore... in Fede e Vita, 20 Dicembre 1914. 

(3) Lettera, Agostol 1915, pubblicata in Fede e Vita, Agosto-Settembre 1915. 



In un articolo ìn^ióìéìòiÀtÙitiséòàsài Dònne d^liàlia, là É^rià^ 
concludeva con queste parole : « ;.. E sé tutti i libri dlmofàtè, 
di sociologia cònteniporàfièa non ci basteranno, proviàtnò à sfo- 
gliare il Vangelo, là dove Sant'Agostino é Vico trovarono utià 
ionte contìnua di rinnovamento é il riposo al loro grande spi^ 
rito; noi vi leggeremo la parola che ci aiuterà a far rivivere 
l'anima umana che, come l'antico schiavo, tenta di romperei 
ceppi, per liberarsi dalla materialità Che l'avvilisce e non trova 
ancora il suo redentore» (1). 



VII -SCIENZIATI. 

Galileo Galilei, celebre fisico, matematico e astronomo 
toscano della prima metà del XVIP secolo (1564 fi 642), dice 
«doversi avere somma considerazione de' luoghi delle Sacre 
Scritture». 

Nella sua Lettera atP. Castelli (16Ì3), egli esprime, con molta 
elevatezza di dottrina, la sua opinione circa il portare la Bibbia 
in dispute di cose naturali. Anzitutto, egli stabilisce questo prin- 
cipio : « Non può mài la Sacra Scrittura mentire od errare, ma 
sono i suoi decreti di assoluta ed inviolabile verità». 

Quindi prosegue: «Sebbène la Scrittura non può errare, po- 
trebbe nondimeno errare alcuno de' suoi interpreti ed esposi- 
tori in vari, modi, de' quali uno sarebbe gravissimo e frequen- 
tissimo, quando volessimo fermarci sempre sul puro significato 
delle parole. Ora, siccome nella Scrittura si trovano molte pro- 
posizioni delle quali alcune, quanto al nudo senso delle parole^ 
hanno aspetto diverso dal vero, ma sono poste in cotal guisa 
per accomodarsi all'incapacità del volgo, così, per quei pochi 
che meritano d'esser separati dàlia plebe, è necessario che i 
sàggi espositori pruducano i vari sensi, e ne additino le ragióni 
particolari perchè sieno cotali parole proferite. Stante adunciue 
che la Scrittura in molti luoghi è non solamente capace, ma 



(1) in La Luce, 21 Luglio 1920. 



novamehté bisognosa d'esposizione diversa dall'apparente signi- 
ficato delie parole, mi pare che nelle dispute matematiche eira 
dovrebbe essere riserbata nell'ultimo luogo, prevalendo l'argo- 
mento filosofico al sacro... Ed essendo manifesto che due verità 
(procedendo dal Verbo divino la Scrittura Sacra e la Natura) 
non possono mai contrariarsi, è offizio de' saggi espositori af- 
faticarsi per trovare i veri sensi de' luoghi sacri concordanti 
con quella conclusione naturale, della quale prima il senso 
manifesto o le dimostrazioni necessarie ci avessero resi certi 
e sicuri... ». 

Continua : « Io crederei che l'autorità delle Sacre Lettere 
avesse la mira di persuadere agli uomini quelli articoli e quelle 
proposizioni che sono necessarie per la salute loro e, supe- 
rando ogni umano discorso, non potevano per altra scienza né 
per altro mezzo farsi credibili che per la bocca dello Spirito 
Santo. Ma che quel medesimo Iddio che ci ha dotati di sensi, 
di discorso e d'intelletto, abbia voluto, posponendo l'uso di 
questi, darci con altro mezzo le notizie che per quelli possiamo 
conseguire, non penso che sia necessario il crederlo, e mas- 
sime in quelle scienze delle quali una minima particella e in 
conclusioni diverse, se ne legge nella Scrittura; quale appunto 
è l'astronomia, di cui ve n'è così piccola parte, che non si tro- 
vano pur numerati tutti i pianeti». 

Alessandro Volta, illustre fisico comasco della prima metà 
del secolo scorso (1745 f 1826), l'inventore della pila che porta 
il suo nome, lesse e meditò la Bibbia. Intrattenendosi, un 
giorno, con Silvio Pellico, uscì in queste parole: « Ho riflettuto 
a lungo ; lungamente l'anima mia s'è fermata nel dubbio. Mi 
turbava assai l'udire i principi della scienza dichiarare che 
l'Evangelo e Dio eran buoni solo pel popolo... Ho gettato uno 
sguardo profondo nell'Evangelo al pari che nella natura. Ho 
trovato la sua verità onnipotente. Sento che l'antico peccato 
mette sossoprà l'umanità; e la lotta del bene e del male è il 
mio tormento perpetuo. Sento che il Creatore è rimasto l'amicò 
dell'uomo miserabile pei suoi peccati. Égli ci ha dato «il be- 
nedetto » del Cielo per modello. Devo vivere animato da un 
amore ardente per lui. Adoro il mistero della croce; in esso 
pongo ogni mia confidanza». 



Il prof, senatore Paolo MàntegMzà (1831 i- Ì91^^^^^ 
Monza, popolarissimo scrittore di scienze/ dimostrò, un giorno» 
di apprezzare la Bibbia. Alla domanda rivolta, nel 1903, dai 
dottori Guìcciardi e De Sarlo a molti scrittori: «Supponete di 
essere condannato ad un esilio intellettuale perpetuo, e che vi 
si offra come solo conforto di portare con voi cinque opere. 
Quali scegliereste?». Egli, fra i cinque libri, volle prima la 
Bibbia (1). 



Vili - PITTORI E SCULTORI. 

Michelangelo Buonarroti (1474 f 1564), pittore, scultorer 
architetto e poeta fiorentino,'Uno dei più grandi intelletti d'Italia, 
anzi del mondo, che l'Ariosto chiama: 

«Michel più che mortale angel divino», 

fu lettore assiduo, appassionato del Sacro Volume. 

, Scrìve di lui il suo biografo e discepolo affezionatissimo 
Condivi (2) : Egli «ha con grande studio ed attenzione lette le 
Sante Scritture sì del Testamento Vecchio come del Nuovo, e 
sopra ciò s'è affaticato». 

Riferendo questo, lo storico Canta aggiunge che, allorquando 
il sommo artista « sentivasi talvolta preso da scoraggiamento, 
non leggeva più che la Bibbia e Dante, non tratteggiava che 
soggetti sacri, e rifuggiva sotto l'ale della misericordia eterna. 

« Né pinger, né scolpir fia più che queti 

L'anima, vòlta a quell'amor divino 

Ch'aperse a prender noi 'n croce le braccia » (3). 
» 
A questo studio della Parola di Dio, siamo debitori d'una 

serie di sonetti (XLVI - LVI), che vanno annoverati fra le più 

belle rime del Buonarroti, nonché di parecchi suoi capolavori 

artistici, quali le statue del Mosé e del David e gli affreschi 

della Cappella Sistina, primo fra i quali il Giudizio Universale. 



(1) Fra i libri. Treves, 1903. 

(2) Condivi, § LXV. 

&) Eretici d'Italia, Voi. I, p. 397, 



Nel 1875, in occasiona- del 4° Centenario di Michelangelo, 
IMlltìstre poeta Aleardo Aleardi pubblicò un discorso sul grande 
artista fiorentino. In esso si legge :« Michelangelo sentiva la 
nobile necessità di una continua ascensione verso il bello e il 
buono. Anche nei suoi profondi scoramenti. Dio gli fu sempre 
pifesente... I suoi libri erano la Bibbia, la Divina Commedia e 
I sermoni di Savonarola, al quale martire ispirato, fu debitrice 
Tanìma di lui nelle relazioni verso Dio e verso la patria». 

Arturo Farinelli, professore all'Università di Torino, scrive 
del Buonarroti : « I quaresimali e le prediche del Savonarola gli 
additavano la Bibbia come 11 Sacro Libro, da cui unicamente 
poteva venir luce all'umanità traviata e contristata e gli accreb- 
bero quell'amore per l'Antico Testamento, il Vangelo suo pre- 
diletto, già radicato in lui nella prima gioventù. L'« ebraica 
verità », che Leonardo soleva chiamare la « somma verità », 
era la sola a cui s'inchinasse... Dalla Bibbia scendevano alni 
le immagini più gagliarde ; e le scosse, gli smarrimenti, i ter- 
rori per la pochezza del nostro vivere, le accensioni improv- 
vise avute alla lettura dei Salmi de' suoi gravi profeti, avevano 
maggior potere sull'anima sua e della sua arte d'ogni ispira- 
zione venutagli dall'opera di Dante e dagli scritti e dai discorsi 
de' neoplatonici. Quanti dei suoi schizzi hanno origine dallo 
stùdio e dalla meditazione delle Sacre Scritture!... ». 

E più lungi: «Si turbava... vedendo così sciupato e altei'ato 
a' suoi tempi ancora il linguaggio austero e sentenzioso dei 
Salmi, travolta la verità evangelica, semplice, divina; bollava... 
la poca umiltà di chi ad essa s'accostava, la gonfiezza e i deliri 
de' predicanti ; e fremeva... pensando agli sciagurati che, quando 
non posponevano la Divina Scrittura, miseramente ia torcevano, 
dimentichi delle vite spese, del sangue sparso per « seminarla 
nel mondo » (Farad. XXIX, 91). (1). 

Il prof. P. Robert, uno dei primi pittori della Svizzera, dice 
del Michelangelo ch'egli « dall'alto della Sistina proclama la 
gloria della Rivelazione e i rigori dell'ultimo giudizio » (2). 



(1) Rivista Bilychnis, 1917, fascicoli XI-XII, p. 286. 

(2) Discorso a S.te Croix (J«ra), nel 1909. 



— 52 -T^ . ^ 

fienveniito Celimi, celebre orefice, incisore, scultore e 
letterato fiorentino del sec. XVI (1500 f 1571), si trovò, un giorno^ 
di fronte alla Bibbia. Fu rinchiuso da papa Paolo III Farnese 
in un sotterraneo di Castel Sant'Angelo, in Roma, « in una stanza 
oscurissima — racconta egli stesso nella sua autobiografia — 
dov'era dell'acqua assai, piena di tarantole e di molti vermi 
velenosi ». L'indomani della sua incarcerazione, chiese alcuni 
libri da leggere. « Mi portarono -^ dice — un mio libro di 
Bibbia volgare, con un cert'altro libro dov'erano le Cronache 
di Gio. Villani... Cominciai da principio la Bibbia, e divotà- 
mente di giorno in giorno la leggevo e consideravo, ed ero 
tanto invaghito in essa, che se io avessi potuto, non avrei fatto 
altro che leggere : ma come che mi mancava il lume, subito mi 
saltavan addosso tutti i miei dispiaceri, e davanmi tanto travaglio 
che più volte io mi ero risoluto in qualche modo di spegnermi 
da me medesimo». 

Ed invero narra il Cellini di un tentativo di suicidio che, for- 
tunatamente, non riusci. Poi continua : « Ripreso di nuovo il 
vigore... e seguitando di leggere la mia Bibbia, mi ero di sorte 
assuefatto gli occhi ih quella oscurità, che dove prima io solevo 
leggere un'ora e mezzo, io ne leggevo tre intere...; e conti- 
nuamente, quando con orazioni, e quando con ragionamenti 
volti a Dio, sempre stavo in questi pensieri in Dio; di modo 
che e' mi cominciò a venire una dilettazione tanto grande..., 
ch'io non mi ricordavo più di nessun dispiacere, che mai io 
per l'addietro avessi avuto, anzi cantavo tutto il giorno salmi 
e molte altre mie composizioni tutte dirette in Dio » (1). 



(1) Vita di Benvenuto Cellini, orefice e scultore fiorentino, da lui medesimo 
scritta — Milano, 1806, pagg. 422-427, passim. 



/ 



— 53 — 



IX -MUSICI. 

Giuseppe Verdi (1813 f 1901), il sommo musico italiano, 
il «Cigno di Busseto», autore di 28 opere, fu lettore della 
Bibbia, come egli stesso ci fa conoscere. — Narra Giulio Ri- 
cordi, editore delle sue opere immortali, che, un giorno, aprendo 
il librétto del Solerà «Nabucco», consegnatogli poco innanzi 
ond'ei lo musicasse, gli occhi di Verdi caddero, per caso, sul 
verso: 

«Va, pensiero, sull'ali dorate». 

«Ed allora — così racconta il Verdi al Ricordi — scorro ì 
versi seguenti, e ne ricevo una grande impressione, tanto piti 
che erano quasi una parafrasi della Bibbia, nella cui lettura mi 
dilettavo sempre» (1). 



X - ARTISTI. 

La celebre Eleonora Dose scriveva, nel 1919, al dottor 
Luzzi, che le aveva mandato una copia della sua versione del 
Nuovo Testamento, dei Salmi e di Giobbe: «Lunghe giornate 
di malattia, di silenzio, mi resero grave ogni cara cosa, e fra 
queste quella di renderle grazie come desideravo per il terzo 
dono, cioè il terzo volume che ricevetti nel Novembre scorso. 

« In questi tre ultimi anni di guerra, ho ricevuto da Lei, io, 
a Lei ignota, il dono che consola, // Libro che non ha l'eguale. 

«Nel dirle grazie, sento che una è la forza che tutti ne guida, 
e tutti ne sostiene. 

«Il segno di riconoscimento, è «no, ma parlarne non so. 

«Iddio parla ora in un modo 
ora in un altro, 

parla per via di sogni e di visioni, 
e conferma i suoi ammaestramenti». 



n) Art. stampa, n Giugno 1915, int. I Canti patriottici di Verdi. 



«Siamo usciti, da giorni, dalla guerra crudele, dalle annate 
d'angoscia; ognuno e tutti cerchiamo la strada di certezza... ; 
pure, nell'ansietà di quest'ora, prego bene accogliere ranjmo 
riconoscente, per il conforto che gli venne da Lei»(l). 



XI - PRINCIPI E MONARCHI. 

Margherita di Francia (1523tl575), figlia di Francesco I, 
e sposa di Emanuele Filiberto, duca di Savoia, era una fervente 
riformata e costante protettrice dei suoi correligionari d'Italia 
e dell'estero. 

Leggeva regolarmente la Bibbia. Il volume che essa usava è 
conservato a Torino. Porta, nell'interno, l'iscrizione: <^Le Uvre 
est à Madame Marguerite de France » ed è una delle due sole 
copie complete che si conoscano della versione di Lefèvre 
d'Etaples. 

L'ambasciatore veneziano alla corte di Torino, Morosini, 
scriveva, nel 1570: «Madame legge volentieri le cose della 
Scrittura Sacra, il che è causa (insieme con aver tutta la sua casa, 
così di uomini come di donne, piena d'Ugonotti), che alcuno 
abbia anco sospettato qualche cosa di lei in proposito di reli- 
gione, e specialmente il papa, il quale per questa causa ha 
sempre fatto far gagliardissimi officj dalli suoi nunzi con il 
signor duca, e con lei ancora, che non tenesse a suoi servizj 
alcuno che fosse infetto di quella religione; cosa che fino a 
quest'ora non ha potuto ottenere» (2). 

Come scriveva il Morosini, nel 1570, cioè cinque anni prima 
della morte della duchessa, questa mai. abbandonò la fede rì- 
fprmata e la sua abitudine di leggere la S. Scrittura. 

Essa suonava pure sul liuto le melodie di Goudimel, in uso 
nella Chiesa Riformata di Francia, carteggiava affettuosamente 
con Calvino e Bèze, coi magistrati e pastori di Ginevra, di 



(0 Terza Relazione della Fides et Amor, pag. 8. 
(2) Alberi, II, 168. 



j Grenoble e delle Valli Valdesi, e coll'italiano Pietro Carne- 
^, secchi. Accolse alla Corte di Torino il pastore valdese Noèl/ 
/ e io fece predicare in sua presènza, a dispetto dell'inquisitore. 
Teneva pure presso di sé, alla Corte, vari illustri fiformati. Le 
sue stanze erano ornate — lo ricorda Massimo d'Azeglio stesso 
—'dei quadri di Calvino, di Erasmo, di Lutero e di Caterina: 
di Bòra (1). 

Renata di Francia (1510 f 1576), sposa del Duca di Fer- 
rara, Ercole II d'Este, fu anch'essa protettrice dei Riformati, tra 
i quali Calvino, cui diede asilo, alla sua Corte, dal 1536 al 1541. 
Spinto dal papa, il Duca la tenne alquanto appartata, per via. 
della sua religione. Calvino le mandava conforti e messaggi. 
Scrivevale, fra l'altro: «Giacché piacque al Signor Iddio nella 
infinita Sua misericordia, visitarvi colla tema del Suo nome, e- 
( illuminarvi nella verità del Suo santo Vangelo, riconoscete la 
' vocazione vostra; giacché ci trasse dagli abissi delle tenebre 
ove eravamo cattivi, affinché seguiamo direttamente la luce Sua 
senza declinare » (2). 

Nel suo testamento, dettato nel 1573, Renata d'Este chiede 
«umilmente perdono a Dio di averlo offeso in vari modi, spe- 
cialmente per essersi dimostrata ingrata di fronte all'immenso 
privilegio d'aver potuto essere istruita nella pura Parola del 
Signore». 

E più lungi : «Finalmente, essa esorta e prega in nome dì 
Dio i suoi figliuoli tutti di volere attendere alla lettura ed au- 
dizione della Parola di Dio, nella quale essi rinverranno ógni 
sorta di consolazione e la vera regola di condotta per cam- 
minare versolo scopo della lor vocazione, cioè la vita eterna». 

Carlo Alberto (1793t 1849), re di Sardegna, l'emancipa- 
tore dei Valdesi e degl'Israeliti, datore dello Statuto, il magna- 
nimo, dà giovane, fu a Ginevra, in casa del pastore e professore 
di teologia Vaucher. Il principe sabaudo subì, quivi, l'influenza 



(1) Chi avesse vaghezza di avere maggiori dettagli su questa illustre Du- 
chessa di Savoia, fervente cristiana evangelica, protettrice di artisti e letterati> 
e chiamata, per le sue rare doti, mitJre dei popoli, legga la Storia della Riforma 
in Piemonte, del prof. Giovanni Jalla. Firenze, Libreria Claudiana, 1914. 

(2) Lettere di Calvino, Tom. I, p. 44-34— V. Eretici d'ItLda, II. 92. 



^ 56 — _ ' - 

della Riforma. Il prof. Ber// dichiara laparte ch'ebbe la dottrina 
calvinistica della Predestinazione suiranimo di Carlo Alberto; 
che n'ebbe un potente eccitamento a promuovere le guerre della 
italiana indipendenza. 

Carlo Alberto conobbe la Bibbia e la lesse. L'afferma lo 
storico Costa de Beauregard, il quale scrive che^ alla vigilia del 
Congresso di Vienna, egli si diede «allo studio della Bibbia 
ed a profonde ricerche dei Sacri testi». Non però per nutrirne 
l'anima, bensì per motivi interessati e mondani, «... per cer- 
carvi — dice il Beauregard — argomenti in favore della sua 
eventuale ascensione al trono di Sardegna» (1). 



XII - MINISTRI DI STATO. 

Il celebre statista torinese conte Camillo Benso di Ca-> 

yonr (1810f 1861), ministro delle finanze, presidente del Con- 
sigliò, il preparatóre della Indipendenza Italiana, il proclamatore 
della celebre formula : «Libera Chiesa in libero Stato », ebbe a 
madre una ginevrina, Adele de Sellon, protestante di nascita e 
per educazione ; evangelici pure erano i suoi congiunti dalla 
parte di lei, i quali esercitarono sulla mente e sull'animo del 
giovane conte una felice influenza. 

Compiacevasi Camillo, col suo fratello Gustavo, a soggior- 
nare a Ginevra. Osserva a questo proposito lo storico Dome- 
nico Berti: «Sul lago trovavano i due giovani governo nuovo, 
una religione nuova, una vita e persino una natura nuova». 

Nella capitale del Protestantismo, conobbe, il giovane Cavour, 
vari pastori, quali Cellérier e Munier, coi quali conversava vo- 
lentieri. Ebbe poi a maestro Alessandro Vinet, pastore e pro- 
fessore, letterato e filosofo di Losanna, il quale esercitò su di 
lui una influenza grande e duratura. Scrivendo allo zio conte 
P. Giacomo de Sellon di questa influenza della Svizzera pro- 
testante sulle sue idee, Cavour così si esprimeva : « Dopo l'ul- 
timo mio viaggio a Ginevra, si è prodotto in me un grande 



(1) Costa de Beauregard: Lettere inedite di Carlo Alberto. 



Rf 



j mutamento ; ;.. ho Iettò i libri che mi erano stati' dipinti come 
^^ empii, e non potei non accorgermi del fragile fondamento delle 
5 nostre credenze religiose». 

' Piuttardi, da Torino, il Conte scriveva alla sua zia Cécile 

de Bude, fervente calvinista, che lo aveva esortato a leggere 
la Bibbia: «L'ho letta, e profondamente meditata da tre anni;^ 
Io non potrei dirle abbastanza quanto io sono stato colpito dalla 
divinità della morale dell'Evangelo, che lascia a una distanza 
infinita tutto quel che gli uomini hanno potuto immaginare » (1). 

Fra i grandi statisti e patrioti italiani che amarono e stu> 
diarono la Bibbia, merita una menzione tutta speciale il toscano 
Giuseppe Monf anelli (1813 -{-1862), avvocato, professore uni> 
versiitario a Pisa, giornalista, scrittore dotto e profondo, de« 
putato del Granducato di Toscana, Presidente di un Ministero 
e, nel 1849, triumviro, con Guerrazzi e Mazzoni, della Toscana^ 
più tardi esiliato, garibaldino e deputato al Parlamento Italiano. 
A questo patriota insigne s'innalzò un monumento, nel 1892^ 
a Fucecchio, paesello in quel di Firenze, sua patria, coll'inter. 
vento di Ferdinando Martini, ministro dell'Istruzione Pubblica^ 
e di Giosuè Carducci. 

Quello che pia c'interessa nel Montanelli si è ch'egli venne 
a contatto coIl'Evangelo ie diventò un suo fedele e zelante se- 
guace. Egli stesso racconta, in un libro che vide la luce nel 
1853(2), la sua conversione. Conobbe> dieci anni prima, in Pisa> 
un certo Carlo Eynard, ardente evangelico ginevrino. Entrato 
in affettuosa famigliarità con lui, gli svelò il suo stato morale» 
Eynard gli consigliò la preghiera, e gli mandò trascritti, in una 
lettera, alcuni versetti dell'Evangelo. Passarono alcuni mesi 
senza eh 'ei facesse caso di quel consiglio. Disastri potitici,. 
nonché la perdita subitanea di uno dei suoi più cari amici, gli 
fecero sentire cosi profondo il disgusto della vita, che fece ri- 
soluzione di andarsene al mare e di gittarvlsi. Per via, si ricordò- 
del consìglio dell'Eynard, e volle pregare Iddio. Da questa eie- 



(1) Domenico BERTI: //Confe di Cavour avanti il 1848, Roma, Voghera^ 
Tip. di S. M., 1886, p. 306. _ 

(2) Memorie sull'Italia e specialmente sulla Toscana. 



vàzione dell'anima, gli veniie la forza che gli era ihancata^ é: 
fin d'allóra introdusse la preghiera nelle sue abitudini. 

Lesse i Vangeli. « Oscuro su alcuni punti, — scrive — il Nuovo 
Testamento mi colpì della luce deìrevidenza in due cose: l^per 
la sublimità dell'insegnamento morale; 2° per la coscienza di 
una missione redentrice sentita e significata dal Cristo». 

Il Montanelli partecipò, di poi, alle riunioni evangeliche che, 
di nascosto, tenevansi in case private a Pisa e a Firenze, alle 
quali prendeva parte, fra gli altri, l'abate Lambruschini. Egli 
scrive: «Alle riunioni di Pisa, che tutte le domeniche si tene- 
vano in casa mia, intervenivano alcuni sacerdoti cattolici, caldi, 
ad un tempo di sensi liberali e cristiani ; leggevamo' un capi- 
tolo del Vecchio Testamento e uno del Nuovo, e ascoltavamo 
inginocchiati la preghiera che uno de' sacerdoti ad alta voce 
faceva ». 

Il barone Bettino Ricasoli, celebre statista di Firenze 
<1809f 1880), presidente del Governo Toscano nel 1859, poi due 
volte presidente dei Ministri del Regno d'Italia, soprannominato 
«il barone di ferro» e «il fiero barone», era uomo sincera- 
mente religioso e la cui pietà aveva subito in modo segnalato 
l'influenza del Protestantismo. 

Ed invero, il Ricasoli trascorse qualche tempo in Ginevra, 
ove, come il Cavour, ebbe parentela ed intime relazioni, e trovò 
le migliori sue ispirazioni. Egli aveva letto con attenzione gli 
scritti del Vinet, e con assiduità udite le meditazioni che il 
prof. Cellérier faceva sopra le epistole di S. Paolo. Volle scri- 
vere, dicesi, almeno un rigo della Chiave Biblica, quando la si^ 
compilava a Ginevra, perchè vedeva nella Bibbia la chiave per 
la soluzione del problema religioso in Italia. 

Piuttardi, il Ricasoli scriveva alla figlia Bettina: «Distingui 
gli errori del cattolicismo dalla vera fede cristiana. Pascolati 
sempre e senza sazietà nel libro della salute, nella Bibbia, e 
in ispecie nel Nuovo Testamento. Sodisfa ai precetti della Chiesa, 
finché essi non contradiscono alle massime sublimi e solenni 
della fede di Cristo. Fuggi la teologia e i teologi; la dottrina 
del Cristo non ha bisogno di spiegazioni» (1). 



(1) Lettera del 6 Agosto 1850. 



:t È^n*àltrà yólia r « Leggerai la Bibbia coii. tutto il cuprea ■ 
per la tua edificazióne, còme sei stata avvezza a fare fin dalla - 
tua più tenera età coi tuoi genitori» (1). - 

Egli stesso, per conto proprio, praticava il consiglio che dava^ 
alla figlia : leggeva e meditava ogni giorno la S. Scrittura, va- 
lendosi, per questo studio, della concordanza dei quattro Evan-' 
geli dello svizzero Burnier. Anzi, si racconta che, neirestaté, 
trovandosi nel suo vecchio castello feudale di Brolio, nel Chianti, 
il barone fosse solito radunare ogni Domenica, ad una data ora . 
della sera, in un'ampia sala, domestici e contadini, e, a capò 
scoperto, leggere solennemente ad essi un capitolo della Bibbia 
e una preghiera. 

Alla morte del I^icasoli, nel 1.880, la stampa liberale scrisse ^ 
che «nauseato dagli intrighi della Corte di Roma, s'era fatto . 
protestante». Il deputato Petruccelli della Gattina fu il primo 
ad affermarlo nei suoi: *I moribondi di palazzo Carignaiio ; \o 
dtsse, più tardi, il CapiYan Fracassa. Naturalmente, i giornali 
romàni smentirono -la cosa, avvertendo che il Barone era ed 
era rimasto cattolico, ma cattolico a modo suo. Si aggiungeva 
ch'egli leggeva la Bibbia, ma che non c'era da farne caso, és- 
sehdo quello un libro Santo anche (!) per i cattolici. 

Alcuni anni più tardi, Giacomo Barzelletti scrivendo di Bet- 
tino Hicasoli, così si esprimeva : « Ebbe per un toscano d'oggi 
anche questo di singolare e d'unico quasi, che si occupò a 
viso aperto della possibilità di riforme morali e religiose, senza 
aver paura di essere mostrato a dito come eretico o come pro- 
testante. E non mancò di correre di lui questa voce, col ridir 
colo ch'essa porta sempre con sé in Toscana e specie poi in 
Firenze» (2). 

Il conte Terenzio Mamiarii (1789 f 1885), filosofo e sto- 
rico, senatore del Regno e ministro della I. P., ringraziando, 
nel 1883, il comm. Matteo Prochet che l'aveva invitato ad as-^ 
sistere all'inaugurazione del Tempio Valdese di Via Nazionale 
in, Roma, e scusandosi di non aver potuto, causa una indispo- 
sizione, assistervi, soggiungeva: «Io mi propongo in altra oc- . 



(1) Lettera del 1850. 

(2) Nuova Antologia, 16 Giugno 1887. 



eo — 



'-'^'j^' 



casione di visitare il Tempio Valdese/ adorarvi il Signore Iddio 
e, udirvi spiegare il Vangelo nella semplicità sublime della pa- 
rola di Gesù Cristo» (1). 

Giovanni Lanza (1815 f 1882), illustre statista piemontese. 
Ministro della P. I. e dell'Interno e Presidente del Consiglio, 
possedeva e leggeva la Bibbia. Il suo biografo avv. Enrico Ca- 
vallini, scrisse (1890), che prediletti f ra jtutti i suoi libri erano 
«la Bibbia, i Vangeli, le Confessioni di S. Agostino, e le Epi- 
stole di S. Paolo». Leggeva pure con amore V Imitazione di 
Cristo, 

Nel 1878, il Lanza scriveva: «Ritengo fermamente che il 
Vangelo racchiude i germi di un progresso civile e umani- 
tario pressoché infinito. Questo divino libro che proclamò 
l'abolizione della schiavitù, la fratellanza universale, la pace in 
terra, l'obbligo di dare ai poveri fratelli il soprappiù, ecc., deve 
avere la virtù di appagare tutta la giusta esigenza della civiltà 
la più inoltrata, ed essere il credo di tutta l'umanità» (2). 

Marco Minghetti (1818 f 1887), bella figura del Risorgi- 
mento Italiano, illustre statista bolognese, il più elegante ora- 
tore parlamentare del suo tempo, più volte ministro e presidente 
del Consiglio, scriveva, nel 1855: «L'Evangelio si volge ad 
ogni uomo singolarmente, e ponendogli innanzi siccome fine 
la vita futura, intende alla perfezione morale dell'anima qual 
necessario apparecchio di essa... Non precetti di ci vii reggi- 
mento, non parole di politica condotta, non un motto di alleanza 
fra Chiesa e Stato, né tampoco delle relazioni fra loro. La vita 
di Cristo é il tipo ideale della bellezza morale, del sublime 
che sorge dalla negazione di sé stesso. Quivi si predica e si 
cerca la purezza del cuore e l'integrità della vita, non la po- 
tenza, la grandezza e la gloria. E si può francamente asserire 
che non vi scorgi traccia di spirito mondano, né ombra alcuna 
di dominazione e di intolleranza... Contemplando l'essenza del 
Cristianesimo, ninna cosa vi apparisce più evidente e più splen- 



0) Lettera del 29 Novembre 1883. 

(2) Lettera pubblicata nel periodico bolognese La Patria, 1878, sotto il titolo 
«Una rettifica». 



F 



dida di quella che la libertà dello spirito: che anzi parmi che 
deiràver creata questa libertà e con essa sollevata la dignità 
personale a non mai più vista altezza, traggasi uno dei più bei 
titoli della sua gloria » (V). 

Cesare Correnti (18)5 f 1888), letterato milanese, patriota, 
senatore, è due volte ministro della P. I., discutendosi alla 
Camera, neìr Aprile del 1872, intorno alla soppressione delle 
Facoltà teologiche universitarie, disse, fra Taltro, nel suo di- 
scorso: «Io penso che le umili e utili virtù, il clero le impara 
dal Vangelo» (2). 

Ruggero Bonghi (1828 f 1895), napoletano, insigne filo- 
logo e filosofo, fecondo scrittore e versatilissimo giornalista, 
deputato e ministro della I. P., è stato uno dei pochi cultóri 
di studi religiosi in Italia. Ebbe una conoscenza intima della 
Bibbia, cui rese parecchie volte testimonianza nei suoi discorsi 
alla Camera e nei suoi scritti. 

Scrisse: « Io credo che una grande forza venga ai protestanti 
d'ogni denominazione dall'uso che fanno tanto largo della Bibbia. 
... La Bibbia è davvero un gran libro... Nel laicato, specialmente 
in Italia, v'ha molti che non danno così gran valore alla Bibbia; 
anzi le negano ogni valore. Vi citano, in aria vittoriosa, i rac- 
conti sconvenienti, persino osceni, che vi s'incontrano; le con- 
tradizioni di cui, a loro parere, è zeppa, e simili mende. Non 
avvertono che queste non la detraggono ; anzi le levano l'aspetto 
di libro che voglia fare da pedagogo ; il che vuol dire. Io sal- 
vano dal riuscire noioso, e lo gittano in mezzo alla vita. Ciò 
che ne fa il carattere altamente educativo e fortemente per- 
suasivo sugli animi e gli eleva e li trascina è l'alta idealità sua, 
quell'intimità sua con Dio, che, perfino negata, è la più potente 
idea che brilli nella mente dell'uomo, è la più potente parola 
che esca dalle sue labbra». 

A chi avrebbe voluto cacciare il sacerdote e la Bibbia da 
ogni istituto dello Stato, il Bonghi rispondeva, in Parlamento, 



(1) Dodici lettere sulla libertà religiosa, 1885, indirizzate a don Vincenzo 
Ferranti, professore all'Università di Bologna ; 3* lettera, passim. 

(2) Cultura Contemporanea, 1912, fase. 55-dd, p. 38. . 



nel 1886 : «Come mai, se la Bibbia è un così sicuro mezzo di- 
corruttela dello spìrito, e così un isicuro mezzo di abbassamento 
dello spirito — (questo avevano affermato l'on. Gallo ed altri), 
— è invece il libro più letto nei paesi nei quali il carattere è 
più fermo, in Germania, voglio dire, e in Inghilterra? Come è 
che, se le scienze teologiche le quali parlano dì. Dio, soflo 
adatte a comprimere lo spirito- sono adatte a comprimere ogni 
opierosità intellettuale*, fioriscono sopratutto in Germania e in 
Inghilterra, dove questa operosità è molteplice e più vasta?... 
Io credo che quel libro (la Bibbia) ispiri agli animi un forte 
amore di patria... Ciò che leggendo (la Bibbia) vi is'imprime 
fortemente nell'animo del giovane, nell'animo del fanciullo, è 
questo che v'ha un fine ideale all'andamento delle cose umane; 
e persuade e convince che qualunque cosa succeda, qualunque 
cosa si faccia, è conseguenza di quel supremo fine morale,' • 
idea:le, a cui sottostà ogni azione umana e ogni fatto umano... 
Nelle varie Chiese cristiane, più si è desiderato e voluto in 
ciascuno che il carattere si formasse, che il carattere resistesse, 
che si cercasse dalla stessa mente umana dove stia la dire- 
zione morale delle cose umane, e questa direzione morale cia- 
scheduna mente la ricercasse da sé, e più il pensiero è stato 
libero nel ritrovarla, e più ancora la Bibbia è stata il libro 
maggiormente sparso per le mani del popolo. In queste chiese 
cristiane, la Bibbia che doveva, secondo è stato detto, oscurar 
le menti, abbuiare i cuori, è stata invece il mezzo più efficace 
per invogliare a saper leggere... Quando gli è stato fatto sen- 
tire (al popolo), quando gli è stato detto, e gli è entrato nel 
cuore che il leggere per lui era il mezzo di mettersi in comu- 
nione con la parola del Dio in cui egli crede, allora il po- 
polo si è persuaso a leggere, e ha sacrificato a questo supremo 
bisogno del suo spirito quelle ore di lavoro, quei mezzi di 
guadagno che non è disposto a sacrificare per nessuna delle 
nostre leggi» (1). 

In altra occasione il Bonghi scriveva : « L'Evangelio, che 
evoca lauto pensiero e tanto affetto in chi lo legge, è adatto 
appunto perciò a trarre sopra di sé tutta la mente del lettore^ 
perché questi non si senta impedito dallo spaziare a sua posta 



(I) Dagli Atti parlamentari. 



A 



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.•^ tliCJ- ^t- ■ 






nel campo infinito d'orizzonti umani e divini ch-esso gli apre... 
L'Evangelo è il libro deglt ideali, degli ideali inesauribili » (l)^ 
.Ruggero Bonghi pubblicò pure una Vita di Gesù. A propo- 
sito della quale egli scrisse : «Quanto alla mia viia di Cristo, 
intendo che ai clericali paia un libraccio. Essa^ difatti, non è 
che una traduzione degli Evangeli; e questi devono parere a 
simil gente un libraccio. Io non ho voluto far altro se non dare 
un certo ordine cronologico ai fatti narrati nei tre sinottici e 
nel quarto Evangelio» (2). 

In lina seduta, parlamentare del 1874, discutendosi il pro- 
gettò di. legge relativo alla Pubblica Istruzione, Benedetto 
Cairoti (1825 f 1889), uno dei più begli eroi del nostro Risor- 
gimento, garibaldino, deputato di Payia per 30 anni, ministra 
degli Esteri, così si espresse: «...Il Vangelo racchiude le più 
pure e sante massime di morale..., ma il catechismo cattolico 
romano, il quale vorrebbe imporre le sue idee ad ogni costo, 
foss'anche coi roghi, è l'avversario più accanito del Vangelo ». 

Giuseppe Saracco (1821 f 1907), senatore, presidente del 
Senato, più volte ministro e presidente del Consiglio, Gran 
Collare della SS. Annunziata, conosceva la Bibbia, come ri- 
sulta dalle seguenti parole ch'egli scriveva, nel 1851, nella sua 
Lettera-programma ai suoi primi elettori: «Leggendo con rive- 
renza le immortali pagine del Vangelo, rispetto e onoro aitar 
mente la religione di Cristo». 

Francesco Crispi (1819 f 1901), patriota e cospiratore si- 
ciliano, mazziniano e garibaldino, deputato e più volte ministro 
e ìpresidente del Gabinetto, nel discorso pronunziato il 20 Set- 
tembre 1895, sul Gianicolo di Roma, per l'inaugurazione del 
monumento a Garibaldi, affermò che «il Cristianesimo con la 
parola di Paolo e di Crisostomo, potè senza l'aiuto delle armi 
temporali, conquistare il mondo», e proclamò il Vangelo «la 
verità». 



(1) Fanfulla delta Domenica, 28 Dicembre 1879. 

(2) La Cattura, 18 Dicembre 1892. 



L'on. Giuseppe Biancberi (1821 1 1908), di Ventimiglià, 
ministro e presidente della Camera dei deputati dal 1869 al 
1906, presiedendo, nel 1891, la Conferenza interparlamentare, 
fece allusione, in un sito discorso magistrale, «al Vangelo e 
ai suoi divini precetti». 

II professore Luigi Luzzatti, più volte ministro, e presi- 
dente del Consiglio, è, senza dubbio, fra gli uomini illustri 
italiani, uno di quelli che meglio conoscono la Bibbia. Egli la 
proclama « la voce ispirata che rompe il silenzio fra la terra e 
il cielo, e che dà la pace interna e le celesti speranze alle anime 
stanche » (1). 

Nel 1910, essendo egli presidente del Consiglio dei Minisiri, 
■scrisse una circolare contro la stampa immorale. Da questa 
stralciamo il periodo seguente': «Gli antichi romani, che sono 
i maggiori nostri, solevano dire che si deve ai fanciulli «la 
massima riverenza », e il Vangelo con mirabili parole si scaglia 
contro coloro che scandalezzano le anime infantili ». 

In una conferenza sul Buddismo (1912), disse che nell'Antico 
« sopratutto nel Nuovo Testamento «le parole sante, buone, 
si tramutano in formule eterne, rinnovanti nelle generazioni 
iuture l'effetto sperimentato da coloro che ebbero la gioia iri- 
•comparabile di udirle». 

Nel 1898, l'on. Leonardo Bianchi, piuttardi Ministro, ebbe 
il coraggio di rendere alla Bibbia questa testimonianza, in pieno 
Parlamento : « L'educazione dev'essere pratica, religiosa, e la 
educazione religiosa e pratica si può attingere in gran parte 
nella Bibbia, la quale noi possiamo considerare oggi il più 
grande documento umano, la più grande storia dell'umanità, 
dove sono molti coefficienti di morale e moltissimi elementi di 
quel principio autoritario il quale, innestato per tempo nell'animo 
del fanciullo nei primi anni di sua vita, vi germoglia e vale a 
temperarne gli istinti. Su la Bibbia potranno convenire tutte le 
eonfessioni, cattoliche e protestanti; essa offre vasta materia 
di educazione morale» (2). 



(1) Discorso sulla Scienza e la Fede, tenuto all'Accademia dei Lincei a 
l^oma. 

(2) Atti parlamentari, 1898. 







Il professore- Francesco Raffini, dell'Ateneo di Torino, 
y^ senatore e Ministro della P. I., in un bellissimo articolo pub- 
j blicato nella Gazzetta del Popolo (4 Maggio 1920) sul giovane 
'i e promettente scrittore Piero Jahier, accenna al «valore morale * 
, * ^ e aUo «immarcescibile aroma» dei versetti della Bibbia. -^ 

Uon. Giovanni Rosadi pubblicò, nel 1904, l'interessante 
' libro //Processo (fi Gestì (Firenze, Sansoni), in cui professa una 
grande ammirazione per il Cristo e per il Vangelo, ch'eglf- 
chiama < un libro grande e vasto come il mondo, con le radica 
negli abissi delia creazione, con la chioma negli azzurri segreti 
del cielo ». ■ - 



XIII - SENATORI E DEPUTATI. 

Andrea Moretti (1820tl881), lombardo, deputato al.Parr 
lamento Nazionale per tre legislature (dal 1860 al 1868), fu 
uomo profondamente religioso e intimamente convinto della 
ispirazione divina delle S. Scritture, ch'egli conosceva a mena- 
dito, citava spessissimo nei suoi libri e maneggiava con gran 
franchezza e maestria. 

Nel 1864, pubblicò lo scritto politico-religioso: La parola di 
Dio e ì moderni Farisei, in cui lanciava un grido d'allarme di 
fronte alla decadenza spirituale della Chiesa, e scongiurava i 
reggitori e conduttori di essa a far ritorno alla verità e purézza 
primiera. 

Le parole che aprono il libro fanno vibrare di commozione 
ogni anima credente : « Cristiano cattolico per fede e per intima 
convinzione, io non posso più oltre resistere al grido della mia 
coscienza, la quale mi chiama ad impugnare la spada dello Spi- 
rito, che è la Parola di Dio (Efes. VI, 17), contro quel nuovo 
farisaismo che domina nella Chiesa di Cristo». 

Nel 1867, il Moretti scriveva: «Io non mi sono mai sentita 
così fermo e securo nella mia coscienza, non mi sono mai sen- 
tito cosi intimamente crù//a/zo come da quell'istante che ho 
riconosciuta e professata solo infallibile la parola di Dio... Solo 



— 66 — : - 

dappoi che ho cessato d'aver fede negli uomini, qualunquesiano, 
e tutta la mia fede, tutta la mia speranza ho riposto unicamente 
nella Parola di Dio, mi venne fatto di provare nel mio cuore 
quella calma, quella tranquillità, quella pace qaae exsaperaf 
omnem sensumi Ecco quello che io posso attestare circa l'espe- 
rienza della vita mia propria » (1). 

Il senatore Alessandro Rossi (1818 f 1898), operosissimo 
industriale, benemerito economista, filàntropo, fondatore di un 
grande Lanifìcio in Schio (con 200 case operaie), che fece di 
Schio la Manchester veneta, lasciò le opere reputate : La que- 
stione operaia e La questione sociale, ove scrisse queste parole 
d'oro : « Senza il Vangelo, ciò che dagli economisti si chiama 
la morale universale è parola vuota di senso... L'economia 
politica proclama tutte le libertà come cosa sua, scordando che 
la libertà venne prima di essa, perchè la partorì il Vangèlo... 
Solo il Vangelo rimane a parlare all'operaio. Fuori del Van- 
gelo, gli economisti prendono l'uomo come cosa... Le rigene- 
razioni procedono tutte quante dal cristianesimo. Fuori di quello, 
farete ingordi epuloni e Lazzari pezzenti... ». 

L'on. Lnigi Griffini (1820 f 1899), agronomo cremasco, 
senatore del Regno, parlando dell'Evangelo cosi si esprime : 
« Ovunque il nuovo papismo addimostra la sua inferiorità mo- 
ralizzatrice, a petto delle religioni imperniate sul Vangelo ». 
E più oltre : « Noi abbiamo bisogno di una religione amica e 
di una religione che sìa livello della civiltà. Tutto questo lo 
possiamo trovare nel Cristianesimo. Il Vangelo scritto in una 
epoca di grande civiltà e di grande corruzione, sta al livello 
dei nostri tem^i, ed è mirabile il partito che ne trassero altre 
nazioni, le quali ebbero la fortuna di vederlo applicato nella 
sua genuinità. Il potere civile non deve occuparsi di teologia» 
ciò è vero, ma può e deve favorire ed incoraggiare coloro che 
se ne occupano, animati del vero spirito evangelico » (2). 

L'on. Pefruccelli della Gattina, in un discorso magi- 
strale alla Camera, nel 1877, stabilendo la superiorità dei popoli 



(1) Lettera all'Esaminatore, organo del neo-cattolicismo toscano, 1867. 

(2) Due articoli dell'Avvenire d'Italia, intitolati : La quistione urgente, 1S19. 



protestanti sui x:attqilici> disse, fra l'altro : « Il primo (Irecettp di 
r Lutero fu : istruite i fanciulli ! 11 primo precettò dei cattolici è : 
^ date loro i sacramenti/Laonde appena la Riforma mise l'Evan- 
gelio in mano ai contadini, il primo loro reclamo è ^aboli- 
zione della: servitù... Lutero, Calvino, Knox s'ispirarono alla 
Bibbia» (1). 

Il senatore marchese Francesco Nobili- Vitelleschi, in 

un articolo della Nuova Antologia {1900), deplora la mancanza 
dell'insegnamento religioso, e scrive : « Il Decalogo, questa 
nuovo Codice della moralità cristiana, è stato... relegato f ra i 
vecchi strumenti del clericalismo... Ora il Decalogo diceva a 
queste popolazioni così inchinevoli all'abuso della violenza, di 
non rubare, né ammazzare». 

S. E. Tancredi Canonico (1828 f 1908), giurista torinese, 
^ professore all'Ateneo di Torino, presidente della Corte di Cas- 
sazione eppoi del Senato del Regno, era un discepolo fervente 
1^ ^ di Andrea Towianski. Attaccato alla Chiesa Cattolica Romana, 
di cui seguiva rigorosamente le pratiche del culto, ne voleva 
^ però la riforma. Lasciò varie pubblicazioni sul problema reli- 
gioso. Egli possedeva e conosceva il Vangelo, del quale fu 
profondo studioso e del quale non si vergognò mai. Ogni sera 
soleva radunare intorno a sé i famigliari per la lettura e medi- 
tazione della Bibbia e per la preghiera. Diciamo, di passata, 
che il senatore Canonico segui con simpatia il tentativo della 
«Chiesa Cattolica Italiana» fatto in Roma nel 1882, ed ebbe 
intimi rapporti coi Vecchi Cattolici, in ispecie col Padre Loyson. 

Nel 1882, alla Camera dei Deputati, discutendosi il disegno 
di legge per l'ordinamento degli Istituti Superiori di Magistero 
Femminile in Roma e in Firenze, l'onorevole Giovagnoli disse: 
« La Bibbia non è soltanto un libro di sapienza morale, ma 
anche uno dei più splendidi libri artistici della letteratura an- 
glica » (2). 



(1) Dal volume Pensieri, Sentenze e Ricordi di uomini parlamentari, di 
ED. ARBIB. 

(2) Resoconto stenografico della tornata dei 13 e 14 Marzo 1882. 



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Leone Caetani, principe romano, studioso insigne e de- 
putato al Parlamento, scrisse, nel 1910, un articolo intitolato : 
// Cattolicismo anticlericale e la ribellione contro il Papato italiano, 
nel quale portò alcuni giudizt assai favorevoli alla Riforma e 
alla Bibbia. « La Riforma Protestante — scrisse — fu primo 
passo gigantesco verso Temancipazione, e la facoltà del libero 
esame e della libera interpretazione delle Sacre Scritture è stato 
uno dei maggiori trionfi della libertà di coscienza, garentendo 
presso i popoli protestanti la conservazione del sentimento re- 
ligioso in una forma sana, progressiva e perpetuamente adattabile 
alle nuove esigenze sociali ed ai progressi della scienza» (1). 

Bonaventura Mazzarella, già professore di Filosofia nelle 
Università di Bologna e di Genova, di poi magistrato integer- 
rimo e deputato al Parlamento, scrive : « La Bibbia non è es- 
senzialmente un libro di storia o di scienze; essenzialmente è 
un libro teologico, che rivela l'azione di Dio per darsi all'uomo... 
Chi sente, che né Vio, né la natura, riè qualunque altro scopo 
cercato qua e là, possono sodisfare quel bisogno (dello scopo 
supremo), se può correre al Vangelo, si pone in grado di sentir 
la verità della testimonianza cristiana. Imperocché l'Evangelo 
non contiene una legge da essere imposta, ma una verità che 
dev'essere accolta e sentita e che nel cuore e nella mente si 
prova per sé stessa, presentandosi... L'Evangelo non può es- 
sere ricevuto, se non da colóro che si trovano in condizioni 
tali, da sentire il bisogno d'uno scopo supremo alla natura, 
supremo in sé, assoluto, capace a render pienamente avvivato 
l'uomo com'essere morale, intelligente, teleologico... Non si 
può ricevere l'Evangelo se non per un bisogno supremamente 
teleologico» (2). 

In una nota, soggiunge il Mazzarella : « Parlando di religione, 
ho tenuto conto del Vangelo, perchè sono persuaso quanto a 
me che in esso, la pienezza dello scopo (Dio) è rivelata; e gli 
altri dovrebbero esser persuasi, che fino a che non scovriranno 
uno scopo più alto, più santo, più divino e più umano di quello 



(1) Riforma Laica, 11 Novembre 1910. 

(2) Crìtica della scienza, cap. XI, sez. IX della parte II. 



manifestato nel Vangelo, egli è ragionevol cosa, che d'esso si 
parli principalmente in quistioni concernenti la religione » (1). 

L'on. Pompeo Molmen ti, deputato di Venezia, in un suo 
discorso alla Camera, nel 1900, sull'insegnamento religioso 
nelle scuole, disse: «Deve proprio spettare all'Italia l'ignobile 
vanto di bandire Iddio dalla scuola, di escludere dall'insegna- 
mento i precetti dell'Evangelo?». Considerando poi la vitalità 
religiosa dei popoli protestanti, ne trae argomento per esortar 
ritalia a scuotere la sua indifferenza. 

. L'on. Romolo Murri, nel discorso inaugurale di un Con- ^ 
griesso generale della «Democrazia Cristiana», tenutosi nel: 
1902, a S. Marino, deplora la decadenza della Chiesa Catto-i^ 
lica Romana, e nota che si ritrova « nelle anime, una nostalgia 
diffusa e spesso acuta d'un cristianesimo più puro, più intenso^ 
più pratico, più cristiano, un ritorno accorato, pieno di desi- 
derio, alle origini, all'Evangelo più specialmente... Torniamo 
al Vangelo. Liberiamo il cristianesimo, nascosto e quasi coperto 
nella vita del popolo nostro, restituiamolo a sé stésso ed a noi 
nella divina bellézza de' suoi lineamenti, nell'alito caldo del 
suo puro fuoco spirituale... L'ora che corre, se sembra triste 
pel cattolicismo romano, è straordinariamente buona pel Cri- 
stianesimo » (2). 

L'on. Domenico Piccoli, socialista veneto, ingegnere e 
professore, morto in seguito a disgrazia il 14 Marzo 1921, era 
lettore assiduo della Bibbia. Racconta di lui Benedetto Croce> 
di averlo, un giorno, incontrato sul molò del porto di Napoli, 
assorto nella lettura di un libro. Chiestogli quale libro leg- 
gesse, si ebbe dall'egregio professore questa risposta: «Leggo, 
come ogni, giorno, la Bibbia, un libro dal quale si imparano 
sempre molte cose» (3). 



(1) Critica della scienza, cap. XI, sez. IX della parte II. 

(2) Libertà e Crtstianesimo, discorso pronunziato il 24 Agosto 1902. 
isy Stampa, ì5 Marzo Ì921. 



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XIV - PATRIOTI e GUERRIERI. 

Giuseppe Mazzini (1805f 1872), insigne patriota cospi- 
Tatore repubblicano, filosofo e letterato genovese, uno dei più 
grandi eroi del Risorgimento Italiano, che Carducci chiamò 
«l'Ezechiele d'Italia» e «Tultimo dei grandi Italiani antichi e 
il primo dei nuovi», teneva cara la Bibbia, ch'egli possedeva 
ed apprezzava, probabilmente per opera della madre Maria, 
donna di alti sensi religiosi e patriottici. Narra invero Pietro 
Ceroni, nel suo Diario, che la Bibbia del Diodati figurava, in- 
sieme con altri libri di pietà, nella di lei biblioteca particolare. 

Allorquando fu imprigionato nella fortezza dì Savona, nel 
1836, ottenne di poter avere tre libri: una Bibbia, Tacito e 
Byron. E questi lesse giornalmente, a confortare le sue lunghe 
meditazioni, durante i sei mesi di quella detenzione (1). ^ ^ 

Più tardi, trovandosi in Londra, ove soggiornò una diecina 
di anni e venne a contatto con molti Protestanti, continuò a 
leggere la Parola di Dio. Anzi distribuì egli stesso Bibbie e 
Nuovi Testamenti, quali libri di premio, agli alunni più diligenti 
della Scuola Italiana da lui fondata a Londra nel 1841. 

Ricordiamo qui che il Mazzini ebbe i suoi più fedeli e fidati 
amici fra i Protestanti. Fra questi il livornese Enrico Mayer, 
ardente patriota -^ e poeta, autore della famosa canzone cono- 
sciuta col nome di «Rondinella d'Aspromonte ». II pastore pro- 
testante di Langnau (Berna) lo ospitò e tenne celato nella sua 
casa per 19 mesi. 

Nel 1849, essendo egli triumviro a Roma, permise al pastore 
ginevrino Teodoro Paul di pubblicare il Nuovo Testamento 
del Diodati nella città dei papi. 

Racconta Bolton King, il miglior biografo del Mazzini, che 
quando, dopo la Repubblica Romana, il cospiratore genovese 
riparò nella Svizzera, si proponeva di preparare egli medesimo 
e pubblicare una traduzione dei Vangeli con note. 

Lo stesso King scrive : « La profonda conoscenza degli Evan- 



(1) V. Corrispondenza di G. Mazzini, Voi. I, pag. 36. 



ISCr! 



geli, 1* innata ^affinità con Io spirito loro lo fecero penetrare 
molto addentro Jiella mente del Cristo, ed egli parlò di Lui in 
parole magnifiche ed amorose » (1). 

S'egli è esagerato di dire — come qualcuno disse — che il 
Mazzini « conosceva la Bibbia a memoria», è pur vero — as» 
serisce Io storico suo Jessie W, Mario — che essa fu «il libro 
ch'egli amò fra tutti i libri, fin dai suoi giovani anni» (2). 

Molto il Gran Genovese attinse nel Vangelo, sebbene non 
ne avesse, forse, afferrato sempre il concetto fondamentale. Da 
esso trasse pensieri ed immagini, nonché i suoi più grandi ideali. 

Giuseppe Mazzini avrebbe voluto una riforma religiosa na- 
zionale ispirata dal Vangelo. Molto scrisse ed operò a questo 
fine. Nei suo Appello ai preti italiani, scrisse: « Fra Tumanità 
ed il papa, collocate il Vangelo... Comprendete voi il Vangelo? 
riguardate voi la parola di Gesù come una lettera morta, ovvero 
ne adorate lo spirito? tra Io spirito del Vangelo e la parola 
dei papi, siete voi veramente, decisamente risoluti di decidere 
per quest'ultima, senza esame, senza appello alla vostra co- 
scienza ? Siete voi credenti o siete idolatri ?... La parola.di Dio- 
brilla ella nella sua purezza vivificante e tale quale ella usciva 
dalla bocca di Gesù ? ». 

Ed altrove: «Il Vangelo vi mormorava amore e fratellanza 
universale, e voi avete seminato discordia, spirato odio, attiz- 
zato guerre; avete convertito la croce, simbolo dì sacrificio e 
di salute, in segno di dominio e di rovina.—- Il Vangelo par- 
lava di eguaglianza fra gli uomini davanti a Dio, e voi avete 
consecrato l'ineguaglianza, costituita un' aristocrazia religiosa, 
una gerarchia assurda. — Il Vangelo apriva una via di perfe- 
zionamento all'individuo, e. voi l'avete chiusa; avete imposto 
ceppi allo spirito, perseguitato gl'ingegni, dato alle fiamme G. 
Bruno, Arnaldo da Brescia e Savonarola. — Il Vangelo v'im- 
poneva purità, umiltà, povertà, e voi superbite nel fasto, avete 
dato spettacolo di corruttele, i paesi in feudo ai vostri figli... 

«I preti sanno che noi procediamo col Vangelo in una mano 
e la tavola dei doveri nell'altra. E questo Vangelo che i popoli 



(1) Mazzini. Firenze, Barbera, p. 252. 

(2) Della vita di Q. Mazzini. Edizione economica, Milano, Ed. Sohzogno, 
1891, pag. 264. 



commentano ora in azione/ perchè lo TSàcrifidtìèrebbero^^^ 
una parola di papi ó di re?... 

« Preti della mia patria: il primo tra voi che... leverà lo 
sguardo dal Vaticano a Dio, e he trarrà direttamente la propria 
missione ; — il primo tra voi che, consacrandosi apostolo del- 
i-umanità, raccoglierà le sue voci, e forte d'una cosciènza illi- 
ba.ta, inoltrerà col Vangelo nelle mani tra le moltitudini incerte, 
pronunciando la parola Riforma, — quegli avrà salvo il Cristia- 
nesimo, ricostituita l'unità europea, spento l'anarchia, e sug- 
gellato una lunga concordia tra la società ed il sacerdozio» (1). 

Giuseppe Garibaldi (1807tl882), l'c Eroe dei due mondi *.,: 
il «Leone di Caprera», conobbe ed apprezzò la Bibbia. Non 
solamente egli ne possedeva parecchi esemplari, regalatigli dà 
fervidi ammiratori protestanti, ma egli la leggeva, ed aveva, 
dicesi, una predilezione speciale pel Vangelo di S. Giovanni. 

Nel 1866, la British Leagae Bible-classes di Edimburgo e di 
Leith, mandò al generale Garibaldij a Caprera, una magnifica 
Bibbia italiana, in sette volumi, superbamente legata in maroc- 
chino rosso, con la seguente iscrizione in italiano e in inglese : 

«Offerta al generale Garibaldi dalla British Leagae Bibk-classés] 
per ricordo della loro ammirazione per i suoi nobili e patriottici 
sforzi in favore della libertà d'Italia, e come testimonianza di 
riconoscenza per il suo coraggio, e per i sacrifici da lui fatti 
per la patria, ai quali l'Italia, dopo Dio, deve il privilegio di 
poter godere liberamente della parola di Dio, la quale sola 
rende un popolo veramente libero ». 

Garibaldi fece rispondere al signor Hope, presidente delle 
Classi bibliche, con la seguente lettera : « Il generale è dispia- 
centissimo di non potere, per una indisposizione che ne lo im- 
pedisce, ringraziarvi egli stesso : io sono felice per essere stato 
da lui incaricato di esprimervi da parte sua tutta la sua grati- 
tudine per il dono che avete voluto fargli. Ricevete, ecc. 

FRANCESCO PAUJTELLl, Segretario del generale». 



(1) Intorno all'Enciclica di Gregorio XVI, in Scritti di Mazzini, Voi. III> 
p. 49 eseguenti. 



- L'anno seguente Garibaldi andò a Ginevra, a presiedervi un 
\ Congresso Internazionale per la Pace. In quella circostanza, fu 
^ avvicinato dal pastore ginevrino Richard, il quale gli presentò 
i in dono una copia della Bibbia. Ricevendo con gratitudine il: 
^.~ sacro volume, il generale disse: «Ècco il cannone che distrug- 
gerà il Vaticano!» (1). 



XV - ECCLESIASTICI. 

S, Francesco d'Assisi (1 182 f 1226), insigne monaco è 
filantropo, fondatore dell'Ordine dei Francescani, ^ conobbe e 
praticò il Vangelo, il quale occupò una parte importantissiùia 
nella sua vita. 

Entrato, un giorno, nella chiesa della Madonna in Porziuncula, 
senti leggere queste parole del Vangelo : « Non fate provvigione 
né di oro né di argento», e gli parve trovare in esse l'espres* 
sione dell'ideale che lo struggeva: la povertà. 

Un altro giorno, dopo aver pregato e sentito la messa, « prese 
— dice l'egregio suo biografo, Paul Sabatier, — di sull'altare il 
libro degli Evangeli, e lesse ai suoi compagni il passo che 
aveva determinato la sua vocazione, le parole di Gesù che 
manda i suoi discepoli in missione» (2), contenute in Mattea 
XIX, 21; Luca IX, 1-6; Matteo XVI, 24-27. Questi versetti 
del Vangelo furono, da principio, la sola Regola ufficiale del* 
rOrdine da lui fondato. 

Venuto à Roma per fare approvare da Innocenzo III la sua 
Regola, egli, dice il Sabatier, «solo desiderava che il papa 



(0 Secondo altri, queste parole, o parole simili, furono pronunziate da Ga- 
ribaldi, in un'altra circostanza, nel 1880 cioè, a Milano, allorquando rivolgen-- 
dosi alla Commissione di Evangelici presentatasi per rendergli omaggio, disse^ 
additando una Bibbia: «Ecco il cannone che abbatterà il Papato ! ». 

Narrano altri ancora che la Società Biblica Britannica e Forestiera offri a 
Garibaldi, a Caprera, per mezzo d'una sua delegazione, una copia riccamente 
legata della S. Scrittura; sul piano della legatura era incisala frase: «Il can- 
none che libererà l'Italia è la Bibbia I ». 

(2) Vita di S. Francesco d'Assisi, p. 60. 



approvasse la sua idea di menare una vita assolutamente con- 
lorme ai precetti dell'Evangelo» (1). 

Nel presentarlo al Pontefice, il cardinale Giovanni di S. Piaold 
disse: «Ho trovato un uomo perfettissimo che vuol vivere se- 
condo la forma del santo Vangelo, e in ogni cosa la perfezione 
■del santo Vangelo osservare» (2). 

Nel suo testamento S. Francesco lasciò scritto : « ... Nissuno 
mi mostrava ciò che dovessi fare ; ma lo stesso Altissimo mi 
rivelò che dovessi vivere secondo la forma del santo Vangelo» (3j. 

Il santo d'Assisi predicò ai suoi concittadini nonché in pa- 
recchie città e villaggi dell'Umbria e queste sue predicazioni 
erano piene di ricordi, di fatti biblici e di citazioni del Vangelo, 
iatte in lingua italiana, contrariamente a quanto si usava fino 
allora da frati e preti, che sempre facevano le citazioni scrittu- 
rali in latino. Il Canta disse S. Francesco « rinfrescatore mira^ 
bile del Vangelo » (4). 

Il cardinale Reginaldo Polo (f 1558), fu appassionato di 
«tudi biblici, tanto da parer sospetto di simpatia per la Riforma. 

Lo storico Canta dice di lui: «Dal cardinale Cortese era 
stato invaghito degli studi biblici » (5). 

Il Friuli, in una lettera al Beccaletti, del 28 Giugno 1537, ci 
ia sapere come il Polo, legato pontificio a Liegi, continuasse 
a leggere la Bibbia per sé e per gli altri, pei frati cioè di un 
convento. La sera, dopo aver cantato vespro, «il reverendis- 
simo legato si ha tandem lasciato exorare di leggerci le epi- 
stole di S. Paolo alternis diebus; ed ha incominciato dalla 
prima a Timoteo, con somma soddisfazione del vescovo e di 
noi tutti. Oh quanto desidero e voi ed 11 nostro dabbenissimo 
vescovo di Fano a questa santissima lezione da questo santis- 
simo uomo con tanta riverenza ed umiltà, e con tanto giudizio 
letta, che io non saprei certo desiderar meglio» (6). 

Scrive ancora il Canta: « Venuto nel monastero di Maguz- 



(1) Vita di S. Francesco, p. 77. 

(2) Opera citata, p. 78. 

(3) Opera citata, p. 292. 

(4) Eretici d'Italia, I, 91. 

(5) Eretici d'Italia, I, 402. 

(6) Eretici d'Italia, I, 403. 



zàrio, presso Bresciaì si trasse intorno moiijaci dottrepii, quaH 
Teofilo Folengo, Alessio Ugoni, un degli Ottoni, un Bornate, 
uh Massoto, che tutti invogliò a studiare la Bibbia» (1). 

Nel 1541, il cardinale Polo riuniva, in Viterbo, vari perso- 
naggi eminenti, fra cui Mons. Marcantonio Flaminio, Mons. 
Pietro Carnesecchi (che passò poco di poi apertamente dalla 
parte della Riforma), la marchesa di Pescara, Vittoria Colonna, 
il cardinale Gaspare Contarini ed altri ancora. In questi ritrovi 
spirituali, leggevansi le S. iScritture, e discutevasi intorno alle 
dottrine messe in evidenza dalla Riforma, cui molti aderivano 
segretamente. 

Il 9 Dicembre dello stesso anno, il Polo scriveva al cardi- 
nale Contarini : «Il resto del giorno io passo in questa utile 
e santa compagnia del sig. Carnesecchi e mons. Marc Antonio 
Flaminio nostro. Utile io la chiamo perchè la sera mons. Fla- 
minio dà parte a me e alla miglior parte della famiglia de ilio 
cibo qui non perii (leggi: della S. Scrittura), in tal maniera che 
io non so quando io abbia sentito maggior consolazione né 
maggior edificazione^» (2). 

Monsignor Marcantonio Flaminio (flSSO), veronese, 
buon medico ed elegante latinista, ridusse i Salmi in'bdi latine 
— messe all'indice da Paolo IV — e stampò ; In Psalmis brevis 
expositio, 1545. 

Canta scrive ch'egli «mostra conoscenza delle Scritture». 
«Nel 1535, il Flaminio scriveva a Pietro Pamfilio dì aver detto 
addio ad ogni studio, eccetto quello delle divine cose, e che 
proponevasi dedicare il resto di sua vita a meditare la fede 
cristiana» (3). 

Fra Paolo Sarpi (1552t 1623), veneziano, frate servita, 
detto, per le sue scoperte fisiche e fisiologiche, « Padre e 
maestro di Galileo», autore della celebre Storia del Concilio 
Tridentino, simpatizzò profondamente colla Riforma e fu amico 
di Giovanni Diodati, col quale divisò di far penetrare la Bibbia, 
da quest'ultimo tradotta, in Venezia. 



(1) Eretici d'Italia, I, 408. 

(2) Epistole, parte III, lett. 23. 

(3) CANTÙ: Eretici d'Italia, i, 339. 






Nei suoi scritti spesso Fra Paolo si apjpoggia sulla S^rScrit-^ 
tura, ch'éi cita volentieri. Asserisce «esser dottrina di San Paoip» 
— ed egli la fa sua — «che tutto quello eh' è nella scrittura 
divina è ordinato dallo Spirito Santo per nostra istruzione, 
acciò, imitando quelle azioni, siamo certi di non fallare» (1). 

Monsignor Antonio Martini (1720t 1809), dotto e pio^ 
prelato toscano, dapprima Rettore del Collegio di Superga, di 
poi arcivescovo di Firenze, pubblicò, in Torino, nel 1769, la 
versione del Nuovo Testamento, e nel 1781, quella def Testa- 
mento Antico. 

Nella Prefazione generale dell'opera sostiene il Martini, che 
rendendosi più comune, nel popolo, la cognizione della Parola 
di Dio, « puossi sperarne non solo una grande utilità per la 
riforma dei costumi, ma di piìi un certo e stabil sussidio per 
confermare nella fede i deboli, in tempo di tanto bisogno e in 
tanto pericolo di sovversione». 

Ed ancora: «... Qual miglior riparo alla inondazione dei pravi 
costumi, e alla corruttela del vivere divenuto quasi usanza in 
questi nostri tempi, che il rappellare i cristiani a que' primi in- 
segnamenti, i quali usciti dalla bocca divina dell'unico Salva- 
tore nostro e Maestro, e dalla grazia della medesima avvalorati, 
furono già da tanto di cangiare la universale corruzione di uo- 
mini in dolce fragranza di ogni virtù e santità! ». 

Scipione Ricci (1741 f 1810), vescovo di Pistoia, gianse- 
nista, si provò di riformare la Chiesa di Roma, sorretto in ciò 
dal granduca Leopoldo di Toscana. A questo fine convocò nella 
sua città, un Sinodo, il quale stabilì, fra l'altre innovazioni, 
che il culto d'or innanzi avesse a farsi in lingua a tutti com- 
prensibile. Fu decìso — scrìve Canta — che « ogni fedele deve 
leggere la Sacra Scrittura a tal fine volgarizzata » (2) . Ed ag- 
giunge che il Ricci «facéa recitare in volgare i Salmi » (3). 

Nel 1786, Monsignor di Colloredo, Principe Arcivescovo, 
emanò la seguente Istruzione pastorale, in cui caldamente rac- 



(1) Lettera al doge Priuli, del 26 Novembre 1621; 

(2) Eretici d'Italia, III, 475. 

(3) Eretici d'Italia, III, 477, 505. 






> 



comandava ai preti di leggere e far leggere la Bibbia. « Fra 
queste cure nulla meglio arriderà al Parroco zelante e addot- 
trinato, che di rendere più universale nella sua parrocchia la' 
lettura della Bibbia, e particolarmente del Nuovo Testamento^ 
che è il vero libro di rivelazione e della divina legislazione». 
Ricorda quindi che per promuovere fra il popolo cristiano 
la lettura della Bibbia, egli aveva ordinato già un'edizione del 
Nuovo Testamento, secondo le migliori traduzioni. «A questo 
pensiero ci condusse la persuasione di non vedere abbastanza 
appianata la strada conducente a questa preziosa ed inesauri- 
bile miniera d'ogni cristiano sapere, d'ogni più utile morale, 
d'ogni fondata pietà e consolazione. Sperammo, che diventando 
più comune la lettura della Bibbia, l'uomo rozzo penserà più 
chiaramente, deporrà gli errori e i pregiudizi, si renderà più 
docile e disposto a ricevere la vera cristiana istruzione, più 
inclinato alla pratica delle virtù cristiane e civili, quindi ci 
parve già di vedere accrescersi la cultura universale, coU'esten- 
dersi la cognizione della Bibbia. E siccome sopra l'uomo gros- 
solano influisce più l'autorità che la ragione, cosi la maestà ed 
autorità di Dio sarà il mezzo più efficace per condurlo al bene. 
Gli infelici distrutti da lunghe e gravi malattie, quelli che sono 
in preda ad angosciose passioni di animo, ed i moribondi stessi 
non possono meglio essere confortati ed acquietati, che ren- 
dendo loro previamente ben note le più ovvie sentenze della 
S. Scrittura, e presentandole nelle urgenze all'affannoso loro 
cuore. Questo divino libro siavi dunque più caro e pregevole 
che i tesori della terra, esso vi sia la sorgente, dalla quale 
caviate ogni giorno quanto fa d'uopo per illuminare, consolare 
e rinforzare il vostro gregge » (1). 

Gerolamo Calepi, nella prefdzk)ne del suo Nuovo Testa- 
mento, stampato a Bergamo nel 1791, scrive: «Un libro che 
racchiude i più grandi tesori della scienza e della sapienza di 
Dio, un libro che è la fonte più doviziosa d'ogni grazia ed 
unzione, un libro che si dovrebbe tanto più apprezzare, quanto 
più all'umane deesi preferire la divina parola, è nondimeno, 
generalmente non curato, pochissimo conosciuto, e manco letto. 



(1) Appendice al Sinodo diocesano di Pistoia, anno 1786. 



Ossia poiché questa noncuranza derivi dall'indolenza e spen- 
sieratezza che regna in moltissimi intorno alle cose di religione ; 
ossia che proceda dalle prevenzioni troppo ancora radicate sul 
leggersi le Scritture in volgare, e che quindi da coloro a cui 
si aspetterebbe, non venga questa lettura promossa, e inculcata 
a dovere ; ossia finalmente che se n'abbia a rifondere la ca- 
gione sulle frequenti oscurità che al dir di molti arrestar deb- 
bono i fedeli spezialmente men dotti; — il fatto è che... pochi 
sono quegli che amino di nutrirsi con questa lezione, e di nu- 
trire spezialmente non l'intelletto solo ma anche il cuore». 

L'abate genovese RafiFaele Lambrascbini (1788 f 1873), 
prete di costumi irreprensibili, educatore esperto, scrittore di- 
stinto, agronomo, conobbe il Vangelo, ed appoggiandosi su di 
esso, lavorò alla rigenerazione morale della sua patria, e spe- 
cialmente della Toscana,. ove s'era stabilito, e iniziò una ri- 
forma nel clero, a base della quale egli poneva il Vangelo. Per 
questo fu chiamato da taluno « il Luterino della Toscana » . 

Giovanni Gentili scrìve : «Il Lambruschini era d'avviso che 
la salute del cristianesimo verrebbe dallo sfrondare la semplice 
dottrina del Vangelo da tutte le definizioni dei teologi» (1). 

L'abate Lambruschini scriveva a Mons. Ferdinando Minucci, 
arcivescovo dì Firenze : « Oh quanto meriterebbe della religione 
un Papa di mente elevata che pieno dello spirito del Vangelo, 
« conoscendo profondamente i suoi tempi, accordasse ai cri- 
stiani la libertà dei figli di Dio ! » (2). 

Diceva ancora il Lambruschini : «Le dottrine sostanziali del 
Vangelo e sopra tutto lo spirito del Vangelo, è la cosa che 
dobbiamo curare ed aver cara: e quella dottrina e quello spi- 
rito sono immutabili » (3). 

Ed ancora : « Il libro che Iddio medesimo ha dettato, il libro 
delle nostre speranze, delle nostre consolazioni, il Vangelo, sìa 
sempre nelle nostre mani. Là ogni dubbio ritrova lo schiari- 
mento, ogni agitazione ritrova la calma, ógni dolore ritrova un 



(1) Critica, 20 Gennaio 1916. 

(2) Angiolo Gambaro : Primi scritti religiosi dì Raffaele Lambruschini» 
passim. 

(3) Ivi. 



^> ~ .^ ' :-, -79 — 

conforto: libro di tutte le età, di tutte le capacità: libro incaf 
più crescerete in sapere e virtù, più troverete da. apprendere 
le da divenire migliori» (1). 

Nella sua Guida dell'Educatore e nelle sue Lettere per i Fan- 
cìulli, l'abate Lambruschini raccomanda con particolare insi- 
stenza la lettura del Vangefo, come il mezzo più potente di 
azione sopra la mente ed il cuore. Egli insiste sul dovere di 
impartire un insegnamento religioso ai giovani. La parola dt 
Gesù è il latte dei bambini e il pane dell'adulto; quella santa 
parola, che si adatta all'ignoranza degl'illetterati come alla 
sciènza dei dotti, vuole scendere intatta nell'anima dei giovi- 
netti. È tempo adunque di dar loro il libro stesso dei santk 
Evangeli. 

Ai precetti, il Lambruschini aggiunse l'esempio. Negli Asili 
d'infanzia e nelle Scuole primarie da lui fondati si leggeva 
l'Evangelo, e lo si spiegava ai fanciulli, al fine di Compene- 
trarne l'animo di purità, di candore e di carità. 

Il bresciano Monsignor Pietro Emilio Tiboni, una delle 
più simpatiche personalità di cui si onorò il clero italiano della 
seconda metà: del sec. XIX, per 40 anni professore di teologia 
nel Seminario diocesano dì Brescia, era uno studioso indefesso 
della Bibbia. Nel suo grosso volume intitolato // Misticismo bi- 
blico, egli propugna francamente la necessità di studiare le Sacre 
Scritture nelle loro lingue originali. 

Altra opera notevole di Mons. Tiboni è La secolarizzazione 
della Bibbia. Secolarizzare la Bibbia vuol dire renderla al po- 
polo, per il bene della religione e della civiltà. «Ai tempi no- 
stri — scrive il Tiboni, — la Bibbia rifacendosi popolare con- 
tribuirebbe sommamente all'avanzamento della religione e della 
civiltà, ridestando la fede e riformando l'irregolato costume ». ^ 
Per riuscire a questo fine, «fa mestieri, lasciata nel suo ono- 
revole posto la Volgata, una versione volgare, fedele, imipe- 
diata». 

«Il bisogno di una tale opera si fa vieppiù vivo, poiché tutti 
avidamente leggono, ed è urgente ai libri cattivi contrapporre 



. (1) Angiolo Gambaro: Primi scritti religiosi di Raffaele Lambruschini^ 
passim. 



80 



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libri buoni. E nessun libro può tornare migliore della S. Scrit^~ 
tura, per la sua sublimità e semplicità^ per la sua origine divina, . 
e per quella sua azione sull'intelletto,, il cuore e la volontà, 
che la rendono il rimedio più opportuno contro ì disordini e la 
medicina più salutare alle ferite che la fede e la morale pos- 
sono toccare» (1). 

Gli avversari del progresso obbietteranno, àdducendo cita- 
zioni patristiche, che le S. Scritture sono oscure, e che alcuni 
ne abusano. «Ma costoro — dice il Tiboni — non considerano 
che i Padri, dal danno che taluni traevano dalla S. Scrittura, 
non hanno giammai inferito che gli altri avessero perduto il 
diritto a' vantaggi che da essa si ritraggono; né dall'abuso di 
alcuni, giammai pigliarono occasione di rimuovere la Bibbia 
dalle mani di tutti; ed in quella vece, dalla oscurità della S. 
Scrittura, argomentarono non di proibirne la lettura, ma di 
ammaestrare i popoli onde tornasse, il più che si poteva, ad essi 
chiara e proficua» (2). 

Scrive altrove Mons. Tiboni : « La Bibbia, mentre ci guida 
e manuduce al cielo, ci rende ad una amici e benefattori della 
famiglia, della patria e del prossimo ; facendosi maestra di vita 
domestica e civile. 

«Così gli. uomini crederanno più facilmente alle promesse 
eterne della Sacra Scrittura, quando la vedranno sollecita eziandio 
della loro felicità temporale » . 

Il prete siciliano Gregorio Ugdnlena, professore all'Uni- 
versità di Palermo, dotto ebraicista e critico profondo, scrive, 
nella Prefazione della sua versione della Bibbia — (rimasta, 
disgraziatamente, incompleta) — quanto segue : « Pei fedeli, per 
la loro edificazione, ho scritto propriamente questo libro ; perchè 
vorrei che tutti potessero attingere alla purità incorrotta della 
fonte que' principi di morale cristiana e di virtù, a' quali deb- 
b 'essere informata la nostra vita ; vorrei che tutti potessero 
render ragione, a qualunque gli domanda della fede e della 
speranza ch'è in noi » . 



(1) Misticismo biblico. 

(2) Prefazione della Secolarizzazione della Bibbia, proposta da Mons. P. 
E. Tiboni,.., Bergamo, Fratelli Bolis, 1877. 



L'arcivescovo Passavalli, che inaugurò il Concilio Vaticano 
dell870, nell'opera sua Separazione della Chiesa dallo Stato, 
pensieri di tifi sincero credente, proclama il Vangelo «il vero 
codice delle nornie giusta le quali devono regolarsi i diritti è 
i dovéri dèi credenti in Cristo». 

Padre Carlo Maria Ctirci (ISlOf 1891), napolitano, ce- 
lebre ex-gesuita, fondatore della Civiltà Cattolica e autore di 
varie opere pregevoli, fra le quali // moderno dissidio e // Va- 
ticano regio, che sollevarono grande scandalo nel campo degli 
intransigenti, fu uno studioso indefèsso della Bibbia. 

Nella Prefazione della sua traduzione degli Evangeli (1873), 
scrive: «Fu pietosa provvidenza che il più sublime dei libri 
ispirati fosse, al tempo stesso, il più piano, il meno espostò a 
difficoltà ; tanto che esso è, a preferenza degli altri, quello che, 
pure formando l'ammirazione dei massimi ingegni onde si onori 
la umana natura, può essere letto con grande utilità e senza 
inciampo dalle persone, anche non gran fatto perspicacie, poco 
istruite. Tuttavia il S. Evangelo non è letto, forse neppure co- 
riosciuto, da molti cristiani, tra i quali sono tanti quelli che 
usciranno dalla vita, senza avere, non che meditato, ma ne 
tampoco visto giammai il Libro, che avrebbe dovuto essere il 
codice, la guida, la consolazione della loro vita. 

«Resta ora che di questo mezzo, forse fra tutti il più effi- 
cace a risvegliare e nudrire nelle anime il sentimento cristiano, 
molti si vogliono valere e non pochi ancora si adoprinO per^ 
indurre altri a valersene. Ad ottenere nondiméno un tale effètto 
è uopo àccostarvisi, non come ad un libro qualsiasi, ma con 
cuore umile, con mente docile, e sopratutto con ispirito di fede, 
iihprendendone, continuandone ed iterandone la lettura molto 
posatamente, a poco a poco è nella credenza fermissima di 
aivere innanzi, non là parola dèll'uOmo> che può spésso ingan^' 
nàrài, ed inganna talora, ma la parola medésima della eterna 
ed immutabile verità. Così sia in piacere di Dio, che il N. S» 
Qesù Cristo, conosciuto dà molti, in quésto divino Volumetto, 
siccome verità, si faccia ad èssi via, cioè guida hel pèllegri^ 
nàggio terreno, per essere loro vita di grazia in questo mondo, 
e di gloria nell'altro». 

Nel 1880, il Padre Curci diede alle stàhipé l'intiero iV^fova 



. — -82—=' "-* ■\-' -e -':-~c> ;^:- 

Testamento. Nelle Avvertenze preliminari, scrive: «Da presso a 
dieci anni, visto clie le cose della -religione volgevano tra noi 
sempre in peggio, e non per sola colpa della rivoluzione, né 
sperando meglio per l'avvenire, n'ebbi sentimento vivissimo, je 
capii e dissi che ai termini in cui eravamo, o salvezza non 
vi era per la presente generazione, o quella potea trovarsi spio 
nel ritornare a Cristo ed al suo Vangelo, dal cui insipiente 
abbandono noi siamo stati condotti dove ci troviamo...». 

« Il Nupvo Testamento è il libro meno di tutti studiato è 
letto tra noi; tanto che il più dei laici, anche credenti, istruiti 
e praticanti, neppure sa che si trovi al mondo quel libro, é là 
parte maggiore degli stessi chierici appena ne conosce più di . 
quello che deve leggerne nel Breviario e nel Messale...». 

« Quella Bibbia, che fu la lettura prediletta di Silvio Pellico, 
di Alessandro Manzoni, di Cesare Balbo, di Tommaso Grossì,- 
di Carlo Troya, di Massimo d'Azeglio, di Tullio Dandolo, e di 
tanti altri (dei nominati lo ebbi dalla medesima loro bocca), - 
oggi appena è guardata da molti, i quali assai probabilmente 
vi si applicherebbero se pensassero di trovarvi qualche coisà 
di meglio rispondente alle loro disposizioni » (1). 

Il dottissimo monsignore Isidoro Carini (f 1895), prefetto 
della Biblioteca Vaticana, comincia il suo libro intitolato : Xe 
Versioni della Bibbia in volgare italiano con queste. parole: «La 
Bibbia è il libro che non muore mai. Codice universale della 
umanità, temperato a tutti i tempi e a tutti i luoghi^ scritto in 
forma piana e popolare nonostante la sua sublimità, riconosce 
Dio per autore, e i vari scrittori ispirati come strumenti di Lui »; 

Monsignor Geremia Bonomelli (1831 f 1914), il venerato 
vescovo di Cremona, celebre oratore e patriota, noto per l'altezza 
della sua mente e per lo spirito schiettamente italiano, diceva 
il Vangelo «pura fonte regale», dalla quale esce « l'acqua lim-. 
pida » (2). 

In un suo libro pubblicato nel 1903, Mons. Bonomelli, dòpo 
aver deplorato che non si legga la Bibbia, scrive: « Corriamo 



(2) 



Avvertenze preliminari del Nuovo Testamento. 
Pastorale del Febbraio 1913: Il Papa e l'Italia, la Chiesa e la sua 
politica. 



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troppo facilmente a dissetarci a questi facili rigagnoli di libri 
di devozione, zeppi di pratiche, di esclamazioni, di sospiri, ma 
povert di verità, ma più poveri àncora di quello spirito e di 
quella santa energia, che crea il sacrificio, in cui sta riposta- 
la virtù e di cui riboccano specialmente l&lettere di S. Paolo» (1).^ 

Nell'Agosto del 1909, fu inaugurata, al Piccolo S. Bernardo, 
una lapide in memoria dell'abate Chanoux, simpatica figura 
di religioso e di alipinista. Di lui scrìsse, nel Giornale (Vltaliày 
Tom Paolo Boselli, queste parole: «Annoverò fra i suoi amici 
uomini che avevano diversa credenza, o non ne avevano alcuna. 
A tutti additò in sul morire, come suo testamento spirituale, la 
divinità consolatrice del Vangelo. In Lui un vescovo cattolico rav- 
visava la figura di S. Nilo, dipinta a Grottaferrata, e un pastore - 
protestante lo additò fra quei puri di cuore che vedranno Iddio». 

Nel 1901, il canonico Pietro Vegezzi, di Lugano, scrisse 
un opuscolo di 93 pagine, intitolato : La Bibbia e V Agricoltura. 
L'introduzione incomincia cosi : «Vi è un libro che raccoglie 
la poesia e la scienza dell'umanità: è la Bibbia, cui nessuna 
opera può essere paragonata in alcuna letteratura. Potè essere 
rilliade per la Grecia, in certe epoche, il codice delle tradir 
zioni religiose e politiche di quel paese; ma la Bibbia raccoglie 
la storia del pensiero dei secoli. Credenti e non credenti la 
tessero e la studiarono : — è un libro, necessario alla coltura 
di tutte le classi, e dovrebbe trovarsi in ogni casa, corredata, 
ben s'intende, dai commenti approvati dalla chiesa cattolica;.. 
La Bibbia : ecco il più bello e il più caro, il più utile e il più 
sublime dei libri. Ivi pagine che toccano le intime fibre del 
cuore... ». 

Altro sacerdote dotto e strenuo propugnatore della divul- 
gazione delle Scritture Sacre in mezzo al popolo si è Salvai 
tore Minocchi, prima insegnante di lingua ebraica all'Istituto 
Superiore di Firenze, poi professore all'Università di Pisa, uno 
dei capi del Modernismo italiano/ e direttore della Rivista degli 
Studi religiosi. 



(1) Dal Piccolo S. Bernardo al Brennero. — Milano, Tipografia Editrice 
Cogliati, p. 403. 






. __ 84 — . : :^ : 

Nel 1899, parlando del Nuovo Testamento greco Nestle, edito 
dalla Società Biblica Wurtemberghese, « già benemerita dei suoi 
connazionali per la diffusione della Bibbia », il Minoccbi usciva 
in queste parole : « Dio volesse che in Italia, specialmente nel 
clero, ottenesse larghissima diffusione ! ». E più lungi, a proposito 
del Nuovo Testamento greco-latino del P. Hetzenauer: «...Ci 
gode l'animo di vedere 1 cattolici compiere essi stessi intornò 
alla Bibbia quei lavori che finora sembravano privilegio esclu- 
sivo di dotti protestanti o razionalisti» (1). 

Animato datali sentimenti, s'intende di leggieri come il dottor 
Minocchi abbia posto mano ad una versione della Sacra Scrit- 
tura « da sostituire a quella di Monsignor Martini, ora diffusa 
nel clero e pure così lontana dal rispondere alle giuste esigenze 
dei tempi nostri ». - 

Nello stesso, anno 1899, il Minocchi mandava alle stampe 
I Vangeli, primo volume dell'opera intitolata: // Nuovo Testa- 
mento tradotto ed annotato da S. Minocchi, dottore in Teologia. 
Nella Dedica di questo volume di pressoché 400 pagine, al Car- 
dinale Capecelatro, scrive : « Nobilissima gloria del secolo vol- 
gente al suo termine, è quel fecondo rinascimento degli studi 
religiosi che il pensiero moderno ha inaugurato per le nuove 
vie aperte alle scienze filologiche e storiche; onde alla nòstra 
mente rifulge ora di nuova e mirabile luce la Bibbia, fonda- 
mento della religione e di ogni vera civiltà ». 

ì^qW Introduzione dei Salmi tradotti dal testo originale (1905), 
il Minocchi chiama la Bibbia <^puro codice religioso e morale in - 
cui si concentrò la rivelazione di Dio al genere umano ». 

In una sua conferenza tenuta a Firenze, il 28 Marzo 1903, 
sulla Bibbia nella storia d'Italia, dice il dottor Minocchi, termi- 
nando : «La massoneria vuol bandita la Bibbia dalie scuole e 
la dice un libro da donne. Eppure essa è il libro della forte 
Germania, è il libro dei Boeri, quel pugno di eroi che ha fatto 
stupire il mondo colle sue gesta. Leggiamo la Bibbia : ivi sono 
i più alti ideali di patriottismo. Leggiamo il Vangelo ch'è co- 
dice di libertà, ove impariamo che i figli di Dio non devono 
essere servi d'alcuno. Esso c'insegnerà la legge del dovere, e 
da esso impareremo a vivere e a morire per la patria». 



(1) Rivista degli stadi religiosi: Rivista bibliografica, 1899, ultimo numero. 



Ricordiamo un'ultima parola di Salvatore Minocchi : « La 
vecchia Europa ha nel Vangelo il solo elemento religioso che 
possa ringiovanirla »(i). 

Il rev. Padre Giovanni Genpcchi, nel discorso pronun- 
ziato in Roma, il 27 Aprile 1905, in occasione del 3° anniver-, 
sario della fondazione della pia Società di S. Gerolamo, di cui 
è membro influente, riconosce con leale franchezza che per 
troppo tempo il beneficio di possedere nella propria lingua la 
Scrittura divina, racchiudente la vita, gl'insegnamenti e l'opera 
redentrice del Maestro, era stato negato ai fedeli cattolici ro- 
.mani. Dice esser falsa l'asserzione che la Chiesa non abbia 
mai in modo assoluto proibito la S. Scrittura in volgare, e prova 
con alcuni ricordi storici che per parecchi secoli la Parola di 
Dio è stata tolta al popolo cristiano, sicché quando gli venne 
/finalmente restituita, egli più non se ne curò, ed ora forse 
appena uno per mille, se non uno per dieci mila, sono nella 
nostra Italia «i cattolici che leggono la Bibbia, specialmente il 
Nuovo Testan\ento ». 

Il Genocchi rende pure giustìzia all'opera della Società Bi- 
blica Britannica e Forestiera. Nega che le Società Bibliche, con 
tutti i loro difetti, non abbiano fatto del « bene a molti cristiani ». 

L'illustre padre Semeria, lodigiano, direttore del Collegio 
dei Barnabiti di Moncalieri, tenne il 25 Marzo 1903, in Torino, 
nella chiesa dei SS. Angeli, una conferenza intitolata: Pro 
Evangelio. Dopo aver confessato e deplorato l'ignoranza dei 
cattolici della Parola di Dio, il dotto barnabita raccomanda 
lóro la lettura della Bibbia per le seguenti considerazioni: 

a) «Il Vangelo è un grande libro di storia, perchè ci ritrae, 
liei modo più facile, colle tinte più varie, la figura vìvente del 
Cristo, con cui i cattolici devono più direttamente famiglia- 
rizzarsi,; • 

6) «Il Vangelo è il più sublime codice dì morale, — che 
trova la sua formola più originale ed alta nella legge dell'amore 
— e comprende le virtù più adatte a sollevare lo spirito alle 
più alte vette della vita morale ed a mantenere questa nel più 
perfetto equilibrio; 



(ly La Nazione, 9-10 Maggio 1900. 



— 86'- - ' '- : j" '^ 

f) «li Vangelo è il più grande libro di pietà, che porge a 
tutte le anime un sano è vigoroso nutrimento spirituale, e4 
insegna a fuggire due eccessi antichi ed eterni: il disprezzo 
superbo di ogni pratica religiosa proprio degli antichi e dei 
moderni Sadducei, e la pietà ipocrita e gretta degli antichi è 
moderni Farisei. -. 

« Come i valorosi Boeri nei momenti di sosta attingevano 
nella religiosa lettura del Vangèlo l'eroismo del dovere, cosi 
devono oggi i cattolici col Vangelo vivificare la fiamma della 
fede e della carità e ritemprare a novella fortezza il proprio 
carattere cristiano» (1). 

Nel Maggio dell'anno precedente — 1902, — la Pia Società 
di S. Girolamo, pubblicava in Roma, coi tipi della Tipografia 
Vaticana, la sua versione del Santo Vangelo dìN. S. Gesù Cristo 
e degli Atti degli Apostoli. La versione era .opera del Padre Cle- 
menti, le note che accompagnavano il testo erano vergate dal 
Padre Genocchi, e la prefazione era dettata dal Padre Semeria.' 
In essa, dopo aver ragionato della «propaganda analoga che 
da tempo i nostri separati fratelli protestanti fanno con molta 
attività», esorta i cattolici a quella sana lettura, dicendo : « Nes- 
suna lettura è più edificante, perchè il più grande, il perfetto 
modello di virtù, Gesù Cristo, ci è quivi presentato non solo 
con fedeltà storica scrupolosa, ma con vivacità unica d' im- 
pressione e con adorabile semplicità di forma. E lì, viva al pari 
delia sua figura, troviamo la sua dottrina, così sublime nel suo 
contenuto, così scultoria nelle sue forme sentenziose, così vi- 
vace nelle sue forme paraboliche. Il sentimento estetico si 
ritempera nella contemplazione diretta dei grandi modelli : il 
sentimento religioso e cristiano non si potrà mai meglio ritem- 
prare che nella lettura e nella meditazione del Vangelo. Se la 
nostra vita religiosa può apparire qua moralmente languida, 
altrove rimpiccinita in forme meschine, è per un'insufficiente 
famigliarità con quel Vangelo che ci dà così grande e insieme 
così amabile l'idea di Dio, così soavi e così austeri precetti 
di virtù, che mena colpi così fieri ad ogni Farisaismo ipocrita 
o anche semplicemente gretto...». 

« Torni il Vangelo con gli altri libri santi ad essere pascolò 



(1) Discorso riassunto n&W Italia Reale - Corriere Nazionale, N. 85 del 19(^. 



"delle anime», e queste come per incanto si sentiranno vitalmente 
nutrite. Torni nelle nostre famiglie, e queste sentiranno un nuovo 
alito di purezza, un yijgòr nuòvo di ubbidienza e di paterna^ 
autorità. Nella nostra società esso insegnerà ai poveri a non 
credersi infelici solo perchè posseggono meno dei ricchi, inti- 
merà ai ricchi i doveri troppo negletti di una carità intellir 
gente, generosa ed attiva... ». 

Padre Alessandro Ghismoni, di Venezia, stima che per 
rinnovare e rifare l'anima e la coscienza religiosa italiana « non; 
esserci niente di meglio che ricorrere... a Gesù e alla sua pa- 
rola, più penetrante diceva Paolo, d'ogni spada a due filij e allo 
spirito del suo Vangelo». 

E prosegue : «Assumiamoci tutti, quanti siamo capaci di sen- 
tirla, la santa missione di spargerla questa parola, d'insinuarlo 
dentro nei cuori quésto spirito, in concordia fraterna che mol- 
tiplichi le energie individuali e isolate, e con purità d'inten- 
zione e di mezzi. 

« A tal fine supremo e unico,... dovrebbero valere l'esempio 
della vita nostra, innanzi tutto, specchiata e calcata austera- 
mente e inflessibilmente sul divino Vangelo, poi la parola in 
ogni sua forma di propaganda, cuore a cuore, sémipubblica, 
pubblica e solenne, l'esortazione, la lettura diffusa, sempre 
più diffusa del Vangelo, l'incitamento fraterno, il raccostamento, 
procurato con ogni delicata industria, dei cuori già caldi del 
fuoco sacro di Cristo a quelli ancora incerti o tiepidi, o timidi, 
o diffidenti ». 

E termina con questo invito : «Oh, seminiamo il Vangelo, 
e poi lasciamo che il santo seme vigoreggi e s'innalzi » (1). 



(1) Cultara Contemporanea, Rivista di Filosofia, Storia e Scienza delle Re- 
ligioni — 1913, p. 124. 



— 88 — 



XVI- PAPI. 

Gregorio Magno, pontéfice da! 590 al 605, resosi celebre 
per la sua riforma del Canto ecclesiastico, detto Gregoriano, 
scriveva ad un tal Teodoro, medico: «Che cosa è la S. Scrit- 
tura se non una lettera dell'Onnipotente Iddio alla sua crea- 
tura? Ora, se ti fosse presentato una lettera a te diretta dal 
tuo sovrano terreno, certo non ti daresti pace, non daresti 
sonno ai tuoi occhi, se prima tu non avessi letto ciò che il tuo 
sovrano t'ha scritto. Ma il Monarca dei cieli, il Signore degli 
uomini e degli angeli, per la tua eterna salvezza, ti mandò le 
sue lettere, e tu, o figlio, sei negligente a leggerle? Studia, te 
he supplico, e medita ogni giorno le parole del tuo Creatore y 
apprendi nella Parola di Dio..., affinchè tu possa con maggiore 
ardore sospirare dietro alle cose eterne» (1). 

Lo stesso Pontefice scriveva ancora: «I grandi e i piccoli, 
i forti e i deboli trovano nella Scrittura quell'acqua viya che 
zampilla fino al cielo. Essa si offre a tutti, e a tutti si adatta. 
Ha una semplicità che si abbassa fino alle anime più semplici, 
e un'altezza che esercita ed innalza i più eccelsi. Tutti attin- 
gono in essa, ma lungi dal poterla esaurire, saziandoci di essa, 
vi lasciamo sempre abissi di scienza e di saviezza che adore- 
remo senza comprendere». 

Gregorio IX, pontefice dal 1227 al 1241, scrisse: « L'igno- 
ranza della Scrittura Santa è sorgente d'errori ; bisogna che 
tutti la leggano, o la intendano leggere ». 

Nel 1769, Mons. Antonio Martini, mandava alle stampe il 
suo Nuovo Testamento, seguito, pochi anni appresso, dalla 
versione dell'Antico Testamento. Papa Pio VI (1775 a 1798), 
lodò moltissimo l'Arcivescovo di Firenze per quest'opera sua. 
Gli scrisse nel suo Breve, in data del 16 Aprile 1778, quanto 
segue : « Diletto figlio, salute. In mezzo a sì grande e sordido 
ammasso di libri, che fieramente combattono la cattolica relì- 
gione, e con sì gran danno e rovina delle anime girano attorno 



(1) Lib. IV, Ep. 31. 



per le mani ancora delle persone non punto intendenti di tali 
materie ; tu molto bene la pensi, se giudichi esser necessaria 
cosa, che i Cristiani sieno grandemente animati alla lettura de» 
libri divini; imperocché quelli sono le copiosissime fonti atte 
quali debba a ciascun esser facile ed aperto l'accesso, per attitì-- 
gerei costumi eia dottrina della Santità, sbanditi quegli errori 
che per la corruttela dei tempi presenti vi vanno largamente 
disseminando. Tu non puoi dunque, come tu lo dici, trovare 
un mezzo più efficace che quello di pubblicare le Divine Scrit- 
ture in lingua volgare del tuo paese, affinchè siano adattate alla 
Intelligenza di cfascùno » . 

Belle, stupende parole nella bocca di un papa. Bisogna sog- 
giungere, però, che lo stesso Pio VI, pochi anni appresso, 
nella sua bolla Aucforem Fidei (28 Agosto 1794), condannava 
assolutamente la lettura della Bibbia in lingua volgare. 

Leone XIII (1878 a 1903), — al secolo conte Gioachino 
Vincenzo Pecci, di Carpinete, — dimostrò in parecchie occa- 
sioni di interessarsi alla S. Scrittura e alla sua diffusione. Tra 
i volumi ch'egli teneva in camera da letto, notavasi una Bibbia,., 
una Divina Commedia, un Virgilio e un Orazio. 

Nella sua enciclica Prov/(/e/z//$s//nus £>^us (1893), egli deplora 
che i predicatori cattolici trascurino lo studio delle Sacre Let- 
tere, e li esorta a leggerle ed a studiarle costantemente e 
profondamente: «Vostra prima cura — scrìve -^ dev'essere 
di assicurare nei Seminari e nelle Accademie un insegnamenta 
delle Sante Scritture che risponda all' Importanza di questa 
scienza e alla necessità del tempi ». 

Nel 1900, Leone XIII scriveva una lettera all'imperatore Gu- 
glielmo, di Germania, nella quale si legge: «Il sentimento 
religioso è il solo capace di assicurare alle leggi tutta l'efficacia j 
il Vangelo è il solo codice ove trovansi consegnati i principt 
di vera giustizia, le massime di mutua carità, che devono unire 
tutti gli uomini, come i figli dello stesso padre e i membrt 
della stessa famiglia». 

L'anno seguente, il Pontefice raccomandava al Rev. Gardiner 
«di caldeggiare la formazione di leg^e che avessero per iscopo 
la quotidiana lettura delle Sacre Scritture in genere é del Van- 
gelo in ispecie, occupazione preferita dai primi cristiani, che 



tanto bene nie ritraevano per la fermeìzà^ nella" lóro fede è per^:; 
4a semplicità dei loro costumi». 

Col suo Breve del 30 Ottobre 1902, Leone XIII istituiva una 9 
Commissione per gli Studi Biblici, nell'intento — così diceva-^ 
tii «dare maggior impulso a quegli studi, e dirigerli sicura* 
mente ». 

Leone XIII vide pure di buon occhio la fondazióne, in Roma, 
della Pia Società di San Girolamo per la diffusione dei Santi . 
Vangeli, e lasciò stampare la nuova versione di questa nel Va- 
ticano stesso. 

Nella sua Enciclica del 18 Novembre 1904, il Pontefice ricor- 
dava la parola di S. Girolamo, che ignorationem Scripturarum 
■esse ignorationem Christi (l'ignoranza delle Scritture è l'ignò- 
canza di Cristo). 

Leone XIII lasciò pure scritto queste belle parole : «La dif- 
fusione del Vangelo è la piti necessaria di tutte le opere. È 
knzi la sola che sia necessaria, ed anche la sola che sarà cer- 
tamente efficace. Mettete tutte le opere nella mia mano destra 
-e il Vangelo tutto solo nella mia sinistra. V'è più nella mia 
mano sinistra che nella mia destra. L'Evangelo è il mezzo di- 
vino, nulla può surrogarlo». 

Pio X (1903 a 1914), — al secolo Giuseppe Sarto, da Riese 
■(Veneto), — fu pure un amico del Vangelo. 11 dottor Minocchi 
asseriva ch'egli «ha letto e studiato la Bibbia, da povero 
prete» (1). 

Ricevendo, il 1° Dicembre 1903, la Società di S. Girolamo, 
capitanata dal Cardinale Mocenni, egli ebbe parole lusinghiere 
per l'opera di propaganda da lei compiuta, e rilevò quanto sia 
/vantaggiosa per l'incremento della fede la lettura del Santo 
Vangelo, e come il Sacro Testo contenga la pienezza di ogni 
insegnamento per tutte le classi della societàrOisse còme il 
Vangelo giovi anche alle anime umili, che vi sanno, trovare 
ammaestramenti utilissimi, mentre i più intelligenti ed il clero 
possono attingere in esso, che è il libro di tutti e per tutti, 
altissimi pensieri per meditazioni ed esercizi spirituali. 

Nella sua Lettera Apostolica del 17 Marzo 1906, Pio X, dopa 



(1) Giornale d'Italia, 12 Maggio 1905. 



^ aver ricordato al clero le parole del suo predecessore, conte- 
ir nute nella enciclica /VovKfentìsswias, so^iungeva : «L'insegna-^ 
mento delia Sacra Scrittura dev'esser dato in ogni seminariò^r 
Si curerà dovunque di fornire agli alunni i nìezzì di acquistare^ 
quelle cognizioni che non è lecito ad alcun prete di ignorare... »^ 
Nel 1907, Pio X mandava al cardinale Cassetta, presidente 
onorario della Pia Società di San Girolamo, una lettera intesa 
a disciplinare e incoraggiare la diffusione degli Evangeli. «A 
voi - conclude la lettera - il promuovere con il prestigio della 
Mostra autorità e con la saggezza dei. vostri consigli T incre- 
ménto di un'opera che a Noi sta tanto a cuore; ai soci poi il 
proseguire a dedicarsi al bene déiristituto in quella manièra 
J con cui vi si sono dedicati fino ad oggi, cioè con la più alta 
diligenza e il più nobile entusiasmo. Dal momento che ci siamo:; 
proposti di restaurare ogni cosa in Cristo, nulla potremmo 
meglio desiderare di quello che si introduca tra i fedeli il cor 
stume della lettura non pure frequente, ma quotidiana, dei Santi 
Evangeli ; essendo che precisamente questa lettura dimostra e 
fa chiaramente vedere per quale via si possa e si debba arri- 
vare a quella sospirata restaurazione » . - 

Di Benedetto XV (1914-22) — Giacomo Delta Chiesa.Wgme, 
-T- afferma il Padre Genocchi, ch'ebbe sempre dimestichezza 
.con lui : «Dal Vangelo il Papa attinge i suoi principi di reli- 
gione e di morale, e vuole che tutti i cattolici facciano lo 
stesso: leggano cioè il Vangelo e lo meditino » (1). 

Poche settimane dopo la sua elevazione al Papato, Bene- 
detto XV ricevette il cardinale Cassetta, che gli presentò un 
indirizzo a nome della Società di San Girolamo, di cui egli 
era stato presidente quand'era semplicemente monsignore Della 
CWesa. Il Pontefice ebbe parole d'incoraggiamento per l'opera 
dèlia Pia Società, e, poco appresso, mandò al cardinale Cas- 
setta una lettera in cui, dopo avere additato nell'ignoranza del 
Vangelo la scaturigine dei mali presenti, faceva questo elogio 
altissimo alla Società : «Fanno opera sommamente vantaggiosa - 
per informare gli animi alla cristiana perfezione coloro i quali. 



-(1) Intervista del P. Genocchi con Rob. Marvasi, direttore della Scintillai, 
riportata nella Stampa. 



come voi fate, attendono alacremente alla diffusipne dei divini 
Evangeli, ed abbiamo quindi motivo di rallegrarci dell'imprésa 
ottima in sé ed a noi graditissima ». 

Esponeva quindi Benedetto XV un suo desiderio : « Deside- 
riamo ardentemente, e ne facciamo anche viva esortazione, che 
della vostra ammirabile solerzia non soltanto ricaviate il frutto 
di una larghissima diffusione dei libri dei Vangeli, ma possiate 
altresì ottenere un altro vantaggio, che formerebbe uno dei 
nostri ideali, vale a dire che i sacri libri entrino nel seno delle 
famiglie cristiane, ed ivi siano come la dramma evangelica, che 
tutti ricerchino attentamente e gelosamente custodiscano, di 
modo che possano i fedeli abituarsi a leggere i Santi Vangeli 
e commentarli ogni giorno, imparando cosi a vivere santamente 
conformi in tutto alla divina volontà... ». 

Ricevendo, il 24 Dicembre 1920, il sacro Collegio dei Car- 
dinali, per la presentazione degli auguri del Natale, il Papa, 
dòpo aver parlato delle cinque piaghe che affliggono l'età hostra, 
soggiunse che invano le nazioni e gli uomini si sforzano di 
restaurare le loro sorti se non ricordano ciò che è scritto nei 
libri santi... Il solo rimedio è il ritorno alla luce del Vangelo. 
«Solo tornando al Vangelo, principio e documento della tra- 
sformazione operata un tempo da Gesù Cristo nel mondo, si 
potrà avere quel rinnovamento della società, che è ora ridive- 
nuto più che mai necessario dopo le esiziali deformazioni ope- 
rate dalla guerra. 

«Sotto gli auspici adunque della Chiesa, continui anche oggi 
e si intensifichi lo studio, la ricerca, la venerazione del gran 
libro, dove è consegnata la ricetta di salute, e dove sta scritto : 
« non est in alio aliquo salus » (Act. IV). 

Pochi giorni appresso, il 5 Gennaio 1921, ricevendo in udienza 
il patriziato romano. Benedetto XV gli raccomandò caldamente 
la diffusione dei Vangeli'e la Pia Opera di San Girolamo a tale 
scopò istituita (1). 



(1) V. stampa del 6 Gennaio 1921. 



9a-- 



XVir - PADRI DELLA CHIESA. 

Clemente Romano, vescovo di Rotila dal 91 al 100 D. G^; 
scriveva ai fedeli di Corinto: «Investigate con ogni diligenza 
le S. Scritture, che sono i veri oracoli dèlio Spìrito Santo ; 
conservatele nella vostra memoria, e ripassatele spesso nei 
vostro cuore» (1). 

Sant'Ambrogio (340 1 397), vescovo di Milano, uno dei 
più illustri Padri della Chiesa Latina, scriveva : « La Scrittura 
Santa edifica tutti; ognuno trova in ^sa come guarire le sue 
infermità e fortificare la sua pietà» (2). 

San Girolamo (331 1 420), insigne Padre della Chiesa 
latina, autore della Volgata, lasciò scritto: «Le Sante Scriir 
ture sieno lette da tutte le nazioni; gli Apostoli le hanno scritte 
per tutte le genti; i laici devono abbondare nella conoscenza 
delle sacre carte». Ed altrove: «La sola cosa che sopra ogni 
altra vi raccomando..., e che non cesserò mai di raccomandarvi, 
si è di amare la Scrittura e di applicarvi a leggerla» (3). 

II medesimo loda grandemente un ministro facoltoso de' suoi 
tempi, che faceva, in piccolo, quello che oggi fanno, in grande, 
le Società Bibliche, prestava, cioè, e dava Bibbie a coloro che 
desideravano possederle (4). 



(1) Lettera ai Corinti, Càp. XLV, 2, 3. 

(2) In PsalmAl et lib. I, cap. IX de offlc. 

(3) In Psalm. LXXXVI, ih Ep. ad Col. IH, et Ep. 97 ad Demetriad. 

(4) Lib. I, Apolog. adv. Bufin. 






XVIII - RIFORMATORI. 

Claudio, vescovo di Torino per 17 anni, dall'822 all'839^ 
anno della sua morte, fu un predicatore del Vangelo eloquente 
ed al tempo istesso un riformatore della Chiesa: combàttè 
strenuamente, e con successo, il culto delle immagini nella 
sua diocesi. 

Era Claudio versatissimo nelle S. Scritture, delle quali era 
cultore appassionato, come lo provano i suoi discorsi e scritti, 
pieni di citazioni bibliche, nonché i suoi giudiziosi commen- 
tari, ch'egli diceva «il lavoro suo prediletto». Attinse fedeltà 
e coraggio nella Bibbia, ch'egli si sforzò di spargere intorno a 
se, e allo studio della quale diede un novello impulso. 

Pietro Valdo (secolo XII), di Lione, ma stabilitosi di poi, 
per qualche tempo almeno, nelle Valli Valdesi del Piemonte, 
fu convertito dalla lettura del Vangelo, e fece di esso il suo 
cibo d'ogni giorno. Spese pure gran parte della sua- fortuna 
nel far tradurre e divulgare frali popolo ignorante e supersti- 
zioso porzioni della Parola divina. Venuto a Roma, ed-accoltq 
da papa Alessandro III con un paterno abbraccio, gli presentò 
i libri della Bibbia ed i commenti che aveva fatti tradurre. 

Arnaldo da Brescia, celebre monaco del secolo XII, 
morto sul rogo, a Roma, nel 1145, trovò nello studio e nella 
meditazione della S. Scrittura, l'ispirazione e la forza per la 
sua riforma religiosa e politica. Volle richiamare il popolo at. 
Vangelo, la Chiesa ai precetti apostolici, il clero alla santità 
cristiana. Predicò pure contro la podestà temporale dei vescovi. 
«Colla Scrittura e coi canoni alla mano, — dice il Guadagnini 
— mostrava al popolo che i vescovi non debbono impacciarsi 
né intrigarsi in faccende secolaresche». 

. A Parigi, ove aveva cercato asilo, aprì una scuola, per spie- 
gare le S. Scritture. Il suo insegnamento a Parigi, come a 
Brescia e a Roma, si accordava pienamente col Vangelo : fla- 
gellava, in nome della legge morale di Cristo, i vizi del clero 
e segnatamente dèi grandi dignitari. 



- Un bassorilievo del monumento erettogli nella sua patria» 
nel 1882, rappresenta Arnaldo da Brescia predicante, da uno 
scanno, al pòpolo, al quale fa vedere una Bibbia, ch'egli tiene' 
apertadayanti a sé, e dalla quale ricava le sue dottrine e le^ 
' sue- predicazioni. 
' Un telegramma spedito dall'on. Francesco Crispi, il giorni 
dell'inaugurazione del monumento, salutava, commosso, «Santa 
Arnaldo, cittadino evangelico » . 

Girolamo Savonarola (1452 f 1498), celebre monaco do-> 
menicaho, da Ferrara, eloquente predicatore, era un diligen- 
tissimo e sistematico studioso della S. Scrittura. Nella Biblio- 
teca Nazionale di Firenze, si può vedere ancora una delle sue 
Bibbfe> eòi margini coperti da numerose^ annotazioni scritte in 
minutissima calligrafia. —^ Scrive il Cani(zi!: «Lettura assidua ne 
faceva il Savonarola, come appare dalle postille che caricava 
le Bibbie che gli appartenevano, o che (noi supponiamo), gli 
erano date dai suoi devoti perchè le impreziosisse con sue: 
annotazioni » (1). 

Se, al principio della sua predicazione, egli citava spessa 
i filosofi greci, ed in ispecie Aristotile, egli li lasciò ben presto 
da parte, per tenersi vieppiù vicino alla Bibbia, che divenne: 
la sua compagna Jnseparabile. 

Scrive Io storico suo Pasquale Villari: « E quale altra auto- 
rità poteva il Savonarola accettare, se non quella della iSacra 
Scrittura? Essa era stata la compagna più fedele de' suoi 
giovani anni, il conforto de' suoi dolori, l'educatrice del sua 
spirito. Non vi era verso che non rammentasse a memoria ; 
non vi era pagina che non avesse commentata. A forza di studia 
e di meditazione, essa cessò d'essere per lui un libro, e divenne 
un mondo vivo e parlante, un mondo infinito in cui trovava. la 
rivelazione del passato e dell'avvenire. Non appena apriva le 
Sacre Carte, che era esaltato dal pensiero di leggere la paròla 
rivelata dal Signore; vi trovava come il microcosmo di tutta 
, l'universo, l'allegoria di tutta la storia del genere umano. Questa 
era uno studio che dava alimento a sé stesso; e quindi egli^ 
riempiva i margini del sacro volume d'interminabili postille» 



(I) Erètici d'Italia, I, 289. 



_96-- - ■ r: - : 

nelle quali notava le varie ispirazioni del momento, le molte- 
plici interpretazioni di ciascun paàso » (1). 

« Nella Bibbia — scrive il Canta — trovava spesso i pen- 
sieri suoi, le sue speranze, l'allusione alle cose pubbliche e 
private, grandi e piccole, e le sue visioni e profezie >. «Alla 
Bibbia si appoggia continuamente; in nome e colle espressioni 
di quella, minaccia o loda, esalta o fulmina » (2). Ed è in nome 
della Bibbia ch'egli sorge a riformare i costumi del popolo e 
del clero fiorentini: «Predico la rinnovazione della Chiesa — 
«i dice — fondandomi sulla Scrittura». 

Nell'insegnamento ch'egli impartisce nel convento di S. Marco, 
il Savonarola incoraggia lo studio della filosofia, delle scienze 
inorali, ma sopratutto quello della S. Scrittura. « Le scienze 
— ei dice — bisogna adoprarle per dimostrare la fede, ma 
prendere la fede in semplicità, non dissiparsi in dissertazioni 
«e ciancie, ma studiare la Bibbia e i Padri » (3). Tutti i fedeli» 
ma specialmente gli ecclesiastici, devono leggerla e nutrirsene : 
« Non serve — egli predica — che preti e frati vadano ogni 
igiorno a piazzeggiare, a fare visita alle comari, ma che studino 
la Bibbia » (4). 

Il marchese Gino Capponi porta questo giudizio sopra Sàvo- 
tiarola: « Aveva di lettere buona tintura; della filosofia sapeva 
molto... Ma innanzi tutto il Savonarola era uomo religioso, 
mistico ad un tempo e moralista : la scienza sUa era la Bibbia, 
-dalla quale uscivano come da fónte viva e perenne i molti suoi 
scritti editi ed inediti intesi a dichiarare le Sacre Scritture 
applicarle ad uso ascetico e morale. Il suo predicare era nutrito 
-di bibliche ricordanze. Pare a me che nella povertà nostra sia 
«gli il solo predicatore che noi possiamo ammirare anche oggi, 
^anto egli si mostra efficace, non per arte tribunizia e non per 
impeti inconsulti, ma grave, ordinato, potente di quella che a 
lui. era sola scienza» (5). 



(1) storia di Savonarola, libro I, e. 7. 

(2) Eretici d'Italia, I* 224. 
0) Eretici d'Italia, I, 224. 

(4) Eretici d'Italia, I, 224. 

(5) Storia della Repubblica di Firenze, Voi. 1, p. 223. 



- Antonio Bracipli, fiorentino/ pubblicò in Venezia, nel 
1530, la sua traduzione de[_ Nuovo Testamento. Nella lettera de>. 
1^;^ dicatoria alla «Signora Anna Estense Principéssa di Ferrara »« 
j?!% leggònsi queste parole : « Ricevino... i popoli la dolce e carà^ 
^ -^yisitatiohe dt Giesù Christo nel celeste lume de lo Evangelio; 
i^- il quale è là vera regola de Christiani, regola de la vita, régolaf;: 
i;;;? de la salute... Se tutti uno in Christo, perchè non tutti dobr 
^^^Jbiam mangiare di esso pane evangelico, in modo che tutti sa- 
j- ' jtiamo là mente a la nostra edificatione ?... Esclameranno forse 
: alcuni, essere indegna cosa che una donna o un calzolaio parli 
,:ì^^^ e quelle intenda leggendo? Consideriamo, 

^r^v ;pure quali uditori havesse esso Christo, ;oh! non una mesco-Z 

V- lata moltitudine, e in questa ciechi, zoppi, mendichi, pubblicani, 
^^^^ centurioni, artefici, donne e fanciulli? Oh! sia jiora gravato 
^^ : C^ di essere letto da quegli dai quali volse essere udito? 
'4 È perchè non potrà venire al pasco di quel nostro gran Gìesù 

i; Christo, il mendicante, il fabbro, il contadino, il muratore, il 

^^' pescatore, i pubblicani, e tutte le conditioni degli huomini e de 

le donne che furon fatte degne di udirle dalla bocca dì esso 

.Christo?... Ne so come, non paia a ciascuno cosa ridicola che 
|- le donne e gli huomini, a guisa di pappagalli bisbiglino Moro' 

- psalmi e ie loro preci in lingua latina o greca, e niente inten- 
dino di quello che si dichino, onde edificare ne possino di 
cosa alcuna la mente... Sarebbe cosa laudabilissima e santa 

- se anctìora esso aratore, governando lo aratro, alcuna cosa nella 

- sua materna lingua cantasse dei psalmi. Se il tessitore stando 
V alla tela, riandando qualcosa, con lo Evangelo consolasse la 

- "sua fatica. E se il nocchiero, intento al timone, ne cantasse 

- qualcosa. E se la reverenda matrona, a servigi de la casa in- 
tenta, o a chioma, piuttostochè favelleggiare, conia sua famiglia, 

\,' dei Troiani, di Fiesole, e di Roma, recitasse alcuna cosa de lo 
Evangelio a le piccole nipoti e figliuole...». 

Pue anni dopo, ultimata l'intiera Bibbia, il Brucioli la dedi- 
^^ cava al «Christianissimo Francesco Primo Ré di Francia», cui 
: scrìveva : «Se questi fruttiferi campì de sacri libri, saranno 
^ ' 1; con ogni studio da voi che avete il freno in mano de popoli, 
1^ Ve che reggete le terre, messi avanti come celesti paschi a le 
'pecore vostre, con tranquilla pace sempre reggerete quelle. 
: Vedrete che lo spirito ch'è in essa scrittura farà spogliare a 



.-'>■ ■■.,>-i;siv?7: 



quelli illoro huomo carnale.;/ Che sia cosa turpe a un ptìi- 
losopho non sapere i fondamenti de la sua setta, e nói... non 
pensiamo che sia mal fatto non sapere quali sieno i fondamenti 
deirEvangelio e le intentioni di Christo, le quali danno certis-: 
sima felicità a tutti ?... ». 

«Se Alessandro Magno locò l'Eneide di Omero in un suo 
forziere ricchissimo, mirabile d'oro e di gioie, V. M. habbia a 
locare questo... nella mente sua, tanto più ricco tesoro di 
quello di Alessandro, quanto più arricchisce la mente dei let- 
tori questa divina letione beatificandole, che quella ornata 
poesia che il solo senso diletta». 

Giovanni Ludovico Pascale, di Cuneo, convertito, gio- 
vane ancora, dalla predicazione del Vangelo, prese a studiarlo 
indefessamente e con passione. Desideroso di far conoscere 
ad altri la verità, tradusse in italiano e pubblicò il Nuovo Te- 
stamento, e si consacrò al S. Mihisterio. Dopo una breve ma 
feconda attività evangelistica fra ì Valdesi delle Calabrie, egli 
fu arrestato e gettato nelle carceri di Fuscaldo, Cosenza, Na- 
poli e Roma. 

In prigione, fu consolato dal Vangelo, e col Vangelo cercò 
di confortare gli altri. Ai membri dispersi del suo gregge, scri- 
veva : « Vi prego, fratelli miei cari, di sopportare pazientemente 
le afflizioni che il Signore vi manda, moderando l'asprezza 
della croce per mezzo delle dolci promesse che ci son fatte 
nel Vangelo, allorché dice: oi Beati coloro che piangono e che 
soffrono persecuzioni per amore della giustizia, poiché saranno 
consolati^. — Alla fidanzata scriveva: «Mia cara amica, con- 
solati in Gesù Cristo...; rimetti in Dio ogni tua cura e solle- 
citudine...; leggi continuamente la Santa Scrittura; frequenta 
le prediche...». Ed ancora: «Perchè tu ti sovvenga di me, ti 
prego di leggere il Salmo che comincia : Non cesserò mai di 
magnificare il Signore, onde tu ti rallegri nella speranza certa 
che mi seguiterai presto nel cielo, dove io vado ad aspettarti»^ 
Agli amici di Ginevra scriveva: «Io sono allegro nel mio spi- 
rito e fortificato da Dio col 1° capitolo della seconda Epistola 
ai Corinti : « Secondo che le afflizioni abbondano, le consolazioni 
pure abbondano per Gesù Cristo, per cui siam pronti non solo 



a isoffrire persecuziòni, ma là morte ancóra; per reiidere testi- 
monianza al suo santo Vangelo». 

Il 9 Settembre 1560, Pascale fu strangolato e arso su Piazza 
Castel Sant'Angelo, dopo aver dichiarato ad alta voce ch'egli 
moriva per aver confessato puramente e francamente la dottrina 
del suo divin Maestro e Salvator Gesù Cristo. 

Giovanni Valdès, nobMe spagnuolo stabilito a Napoli 
verso il 1535, ardente riformato, scriveva a Giulia Gonzaga, 
duchessa di Trajetto, commossa e turbata dalle prediche di 
Bernardino Ochino: «La leggevi ha fatto la ferita, l'Evangelo 
ve ne guarisce ». Ed ancora: «Tre vie conducono alla cogni- 
zione dell'onnipotenza di Dio. Il lume naturale che fa cono- 
scere l'onnipotènza di Dio ; l'Antico Testamento che ci mostra 
il Creatore come terribile all'iniquità ; finalmente Cristo, via 
luminosa e maestra». L'invita quindi a leggere ed a meditare 
umilmente ogni giorno, durante alcuni istanti, le S. Scritture: 
«Questi libri vi faranno avanzare in un giorno più che gli 
altri in dieci anni. La stessa, scrittura, se non la leggete con 
tale umiltà di spirito, potrebb 'essere un veleno per l'anima 
vostra» (1)* 

Pier Martire Vermigli (1500tl5ì62), fiorentino, fu il prin- 
cipale riformatore italiano, e, secondo lo storico Bo/z/ze/, potè 
perfino contendere f ra i riformatori la gloria a Calvino. 

A 16 anni entrò nel chiostro agostiniano di Fiesole. Quivi 
— scrive Cflnftì : — «trovò grande opportunità agli studj; e 
massime alle sacre scritture dava grand' attenzione, e se ne 
metteva a mente dei pezzi, del che si giovò in appresso gran- 
demente » (2). 

Più tardi, «predicando — continua il Canta — seguiva i 
metodi scolastici; leggeva i Padri, e non trovandoli concordi, 
si applicò al Vecchio è Nuovo Testamento, e per meglio com- 
prenderli, apprese l'ebraico » (3). 



(1) Abecedario spirituale di Valdès, riprodotto nella Enciclopedia di Herzog. 
— V. CANTÙ: Eretta d'/faKa, III, 710, 711. 

(2) Eretici d'Italia, II, 69. 

(3) Eretici d'Italia, n, 70. 



^^100 — 



"V-'^I "-'■?--; ^v'^* 



Nel 1541, in S. Pietro ad Ara, in Nàpoli, «cominciò ad esporre 
repistole ai Corintj, coii tal concorso, che, chi non v'andava» : 
era reputato mal cristiano » (1). 

Rifugiatosi, nel 1543, a Strasburgo, vi stampò «varj libri sul 
Nuovo e Vecchio Testamento, e facea pubblici commenti » (2). 

Cesare Canta porta su Vermigli il seguente lusinghiero giu- 
dizio: «Non ebbe iljuoco di un Farei, non contribuì quanto 
Lutero, Calvino, Bullinger a formare la Chiesa; ma la sua mo- 
derazione non gli tolse di sacrificare tutto l'essere suo al Van- 
gelo, e con la sua rara superiorità sviluppò Tinsegnamento e 
l'interpretazione delle Scritture. È anche convenuto che nella 
dogmatica e nella esegesi ha reso grandi servizi per lungo tempo 
in tutte le Chiese riformate, in ogni parte di Europa» (3). 

Bernardino Odiino (1487 f 1564), da' Siena, generale dei 
frati cappuccini, fu eccellente predicatore. Carlo V diceva di 
lui: «Predica con ispìrito e devozione tale che farebbe pian- 
gere i sassi». E il cardinal Bembo: «E* fa girar tutte le teste ; 
uomini, donne, tutti ne son pazzi ; qual eloquenza ! quale 
efficacia! »(4). 

Scrisse rOchino : «Alfine lessi la Scrittura, e gli occhi miei 
s'apersero, e Cristo mi rivelò tre grandi verità: che il Signore 
col morire in crocè soddisfece pienamente alla giustizia del 
Padre, e meritò il Cielo a' suoi eletti; che i voti religiosi sono 
invenzione umana; che la Chiesa di Roma è abbominevole agli 
occhi di Dio » (5). 

Per spiegare la sua partenza dall'Italia, Bernardino Ochino 
scrisse: «Quando avessi potuto in Italia predicare Cristo..., noti 
mi sarei partito. Ma ero venuto a termini tali, ch'el mi biso- 
gnava, stando in Italia, tacere, immo mostrarmi inimico del- 
l'Evangelio, o morire. Ed io non volendo negar Cristo..., elessi 
partirmi » (6). - 



(1) Eretici d'Italia, II, 70. 

(2) Eretici d'Italia, II, 71. 

(3) Eretici d'Italia, II, 77. 

(4) CANTÙ : Storia Universale, Vili, 408. 

(5) CANTÙ: Eretici d'Italia, II, 31. 

(6) CANTÙ ; Eretici d'Italia. II, 47. 



;:S:»: '-_ ' __■ - ,y'-^ - :"_v_ ' .-' -:- "lui ' '_ - - 

% ' Xelio Secondo Corione (150311569), torinese, ricevette 
ic da suo padre, per testamento, una Bibbia, ch'egli riguardava 
^ come cosa per lui doppiamente sacra ; non lasciava passare un 

giorno solo senza consacrarle qualche ora. La divina Parola'.' 
(' rischiarò la mente del giovinetto e lo infiammò nel desiderio 
- di trovarvi iddio e la via della salvezza. Più tardi, Curionè 
lesse gli scritti dei Riformatori e abbracciò la religione del 
Vangelo. 

Confinato nel convento di San Benigno di Fruttuaria, nel Ca- 
navese; giocò un tiro birbone ai frati : tolse le ossa dei santi - 
dal reliquarìo, posto al di sopra dell'altare, e le sostituì con r 
una vecchia Bibbia, trovata negletta nella biblioteca, con questa ^ 
scritta: Quesfa é Varca del patto dove si possono trovare e cori? 
saltare i veri oracoli di Dio ; queste sono le vere reliquie. Quando 
la sostituzione fu scoperta, Curione era già sparito. 

Il riformatóre torinese lasciò scrittonel suo testamento: «16 
credo intieramente alle scritture sante sì del vecchio come del 
novo patto, o ver testamento, et abbraccio Jesu Christo vero : 
figliuolo di Dio, e vero huomo, per mio signore et mio media- 
tore, e salvatore fra Dio e noi». 

t - " . ; -" ^ _ . . : ;■" 

Parlando dei tempi della Riforma in Italia, Cesare Cantà- 
scrive : « Qualche dotto prendeva passione della Bibbia come \ 
avrebbe fatto ad un manpscritto recentemente scoperto» (I). 

Fra questi, notiamo Olimpia Morata, Luigia Gonzaga e Albe' 
rico Gentili. ~ 

Olimpia Morata, illustre umanista ferrarese, una delle 
più grandi donne italiane del secolo XVI, dottissima in greco 
e latino, in rettorica e filosofia, che «verseggiava con gusto 
ed eleganza», al dire del Cantù, tradusse parecchi salmi in ^ 
. versi greci degni di Omero. Visse qualche tempo alla corte di 
Renata d'Este, quale ìstitutrice della di lei fijglia, Anna, colla 
PjT _ quale leggeva la Bibbia in greco. 

< La Bibbia — scrive lo storico Giulio Bonnet — era l'og- 
- getta delle sue abituali meditazioni. Essa vi attingeva quei ro-f 
^ busti ^pensieri che invigoriscono il cuore, quelle sante conso- 



ci) £«««• d'ItaUa, I, 414. 



lazioni che ci sciolgono dai legami della terrà, quelle speranze 
eterne che lasciano travedere all'esule un'altra patriia. Essa si 
compenetrava sopratutto di quelle immagini che cosi bene espri- 
mono la vanità dell'uomo e la brevità della vita» (1). 

Stabilitasi in Germania, dopo il suo matrimonio, essa scri- 
veva alla sua allieva, per supplicarla di proteggere i riformati, 
« ed esortandola a studiare le scritture e imitar Cristo » (2). 

«Ad Anna d'Este, principessa di Ghisa, Olimpia Morata 
manda esortazioni affinchè s'applichi allo studio delle lettere 
sacre; essa non aver altro bene che in ciò. Da quando per. 
grazia di Dìo rinnegò queir idolatria italiana, è incredibile 
quanto Dio mutasse l'animo di lei, che, mentre aborriva dalle 
Scritture, allora di esse sole si dilettò, sprezzando ogni altra 
cosa » (3). 

Olimpia Morata scriveva ad un'amica: «Dio vole quésti 
mezzi : l'Evangelio e la oratione per salvarci. La fede, dice 
Paolo, vien per l'udita, e l'udita per la parola di Dio. Così 
scrive a Galatl che essi habbiano ricevuto Spirito Santo per 
bavere udito la voce del Evangelio, come se vede nel historia 
di Cornelio che mentre che udivano la parola del Signore, ca- 
deva lo Spirito Santo sopra essi. 

«Però fate che mai passi giorno che non legiate con devo- 
tione pregando Dio che per Christo vi illumini qualche cosa 
"della Sacra Scrittura con la interpretatione. Più presto levatevi 
un poco più a bon bora perchè Dio vole che prima si cerchi 
il suo regno, e poi fate l'officio vostro diligentemente come 
Dio comanda» (4). 

Olimpia Morata mori a Eidelberga, nel 1555, di soli 29 anni. 

La duchessa Giulia Gonzaga (n. 1513), di Mantova, 
«la più bella donna dei tempi della Riforma», com'è stata 
chiamata, venuta a contatto col riformatore Valdès, si pose a 
lèggere le S. Scritture. A lei il Valdès dedicò le sue traduzioni 



(1) Vita di Olimpia Morata, traduzione di B. P, — Tipografia Claudiana, 
1870, pag. 92. 

(2) Eretici d'Italia, II, 99. 

(3) CANTÙ : Eretici d'Italia, III. 716. 

(4) Lettera alla chiarissima sorella Madonna Vittoria Morata, presso là 
ill.ma signora Lavinia Roverense Orsina. 



/ di aicìinì libri della Bibbia, scrivendole : * Essendo persuaso,^ 

k- illustrissima signora, che per Tassidua lettura dei Salmi di 

r Davide, ch'io vi mandai Tanno scorso tradotti dall'ebraico in 

ispaghuplo, vi siete formata dentro di voi un'anima pia e fidente 

^ In Dio e. a lui sottomessa quanto era quella di Davide, io sarei 

bramoso di vedervi progredire fino a che l'anima vostra sia 

perfetta, stabile e perseverante nelle cose che si appartengono- 

al Vangelo di Cristo, come fu quella di san Paolo. Perciò vi 

mando queste epistole di san Paolo, ch'io tradussi dal greco 

in ispagnuolo. Io so per certo che, leggendole con assiduità, 

voi ne ricaverete largo vantaggio per la vostra edificazionie». 

Alberico Gentili (1551 fi 608), sommo giurista marchi- 
giano, il «fondatore del diritto delie genti», si converti alle 
dottrine della Riforma. Nell'atto di fede ch'egli scrisse, all'età 
di 30 anni, leggiamo queste parole: «... Ti ringrazio, o eternò 
Padre, che mi hai allevato, nutrito, aiutato, insignito di grazia, 
di dignità, di onori e di altri beni... Ma che sono tutti questi 
beni di fronte a quello di avermi, nella tua misericordia, largita 
la luce del Vangelo in mezzo alle tenebre dell'Anticristo?» (1). 
^ Alessandro De Giorgi, biografo del Gentili, osserva che chi 

legge il suo più celebre trattato, l'immortale opera De jure belli, 
specie il Cap. ir del ì° Libro, può constatare che non iscar- 
seggiàno in esso le citazioni della S. Scrittura e dei Padri (2). 
Ispirato dalle massime del Vangelo, il Gentili proclamò la 
fratellanza universale e la pace fra le nazioni costituenti il 
grande corpo della Società Umana. 



(1)V. Z,e«ara, Novembre 1917. 

(2) Vita e Opere di Alberico Gentili. - Cap. VII, spec. pagg, 87 e seguenti. 



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XIX- VARIL 

. Cola da Rienzo (1313 f 1354), rultìmo Tribuno dei Ro- 
mani, lesse, in un colla storia di Roma, anche la Bibbia. Rac- 
conta un suo biografo che, un giorno, rispondendo ad alcuni 
ambasciatori, egli recitò a memoria i libri dei Maccabei, libri 
di sua predilezione. Un frate che Tudì « subitamente sbigottlo 
sì forte che brevemente non sapea che si dicere..., e pensò in 
suo animo : molto è savio homo questo Tribuno, molta scienza^ 
molta memoria ha » . 

Su di che nota il suo biografo : « A quel tempo dovea esser 
cosa da sbigottire che un laico avesse cosi in pronto i testi 
della S. Scrittura» (1). 

Resosi odioso a tutti, per la sua eccessiva arroganza, fu 
condotto ad Avignone e condannato a morte ; egli vi si pre- 
parava leggendo i suoi libri prediletti: la Bibbia, Tito Livio e 
la storia romana. 

Graziato, egli ritornò a Roma, ove si rifece un partito ch'egli 
teneva infervorato con sentenze di Tito Livio e della Bibbia. 
Ma, resosi inviso a tutti, finì per essere barbaramente trucidato 
dal popolino che l'aveva dapprima tanto incensato. : 

Il conte Piero Guicciardini (1808 f 1886), discendente 
dello storico Francesco, patrizio fiorentino intelligente e colto, 
consigliere municipale e membro dell'Accademia dei Georgofili, 
fu convertito dalla lettura del Vangelo. 

Verso il 1833, incaricato dal Granduca, suo amico e compagno 
di studi, di elevare il livello dell'istruzione in Toscana, andava 
il Conte in cerca di. racconti e di temi di composizioni. ^Imbat- 
tutosi, un giorno, nell'abate Lambruschini l Oh! tu che te né" 
intendi, — dissegli, — potresti indicarmi qualche buon libro 
di racconti morali pei miei allievi?». L'abate, guardato in giro 
e visto che nessuno lo osservava e poteva udire : « Pigliati 
l'Evangelo!», gli disse, e scappò via. Tornato a palazzo, il 



(1) Vita dì Cela da Rienzo, tribuno del popolo romano, di un autore an- 
tico, pubblicata solo nel 1624, e ripubblicata nel 1828 da Zefirino Re — Lib. I» 
cap. 23. 



pJ?(È^itrtÌ:Ì3Uicciàrdim ma nòinf yr 

^Siitròvò jrv Vulgata, si pose af lèg-^^ 

^^/^eriya> e più la leggeva più sentiva il bisogno crescente di leg-: 
#iX^^éì1a. Tràdùcendone alcuni brani pei jsuoi alunni, gli venne , 
^|^5j^iai(to!^i dovervi meditai e di trovarvi la verità. 

^>i-^v^ ^Jl prof. Nay scrive di lui : « Le sue convinzioni religiose 
s|^^;jsi^no formata d'uno studio paziente ed assidua 

^M; della Scrittura». 

l^;a'W Guicciardini curò e pubblicò, in un con Giorgio Noè-Walker,; 
Er^ìina edizione riveduta della Bibbia del Diodati, detta ora ancora 
JI^^j* Bibbia Guicciardiniana » . 

J^ ; Si racconta del conte Piero il fatto seguente : Quando la 

f' tolleranza religiosa regnava ancora in Toscana (metà del ser-^ 

§ 5 colo XIX), il Conte, coll'assenso dèi priore di Santa Felicità^ 

fece dipingere sui muri di quel chiostro un certo numero di 

passi della Bibbia in lingua italiana e scelti in modo da ricor-^ 

dare le verità fondamentali del Cristianesimo Evangelico. U 

Priore morì e il Guicciardini andò in esilio. Nel Maggio 1851,; 

i frati fecero sparire, sotto una mano di vernice, quei passi (1).: 

In esilio Piero Guicciardini scrisse la sua Confessione di fede, 

\" documento che attesta una profonda conoscenza della Sacra 

Scrittura. ' 

Lettore assiduo ed appassionato della Bibbia si fu il livor- 
nese Enrico Mayer, patriota ardente ed insigne educatore,, 
amicissimo delle personalità letterarie e politiche più cospicue 
della Toscana della metà del sec. XIX, di Ricasoli, ad esempio^ 
- che l'avrebbe voluto ministro, e di Mazzini, che disse di Iuìl 
«Egli è Una delle anime più nobili che, nella tristissima via. 
ch!io per profondo convincimento calcai, mi fu dato d'incon-^^ 
trare». 

Cristiano evangelico fervente, egli trascorreva ogni sera lunghi 
istanti, colla sua famiglia, nella lettura del Sacro Volume e 
V nella preghiera. Al figlio scrisse : « Per resistere alle seduzioni- , 
" del male, tu non troverai appoggio più efficace che nella parola, 
di Dio e nell'esempio del tuo Salvatore». 



(\\ Rivista Cristiana, 1903, pag. 301. 



APPENDICE 



I. 
^uel che scrivono i Giornali italiani intorno alla Bibbia. 

In questa appendice, lungi dal mirar ad essere completi (còsa 
del resto impossibile), ci limitiamo, per ragioni di spazio e di 
proporzione col resto del lavoro, a riferire gli esempi più carat- 
teristici, tra i molti saggi e giudizi che avevamo raccolti, sceglien- 
doli ira giornali e periodici di tendenze diverse. 

1 - GIORNALI CATTOLICI. 

La Civiltà Cattolica, del 19 Luglio 1902, concludeva il 
«uo articolo sulla Questione biblica nell'esegesi, con queste pa- 
role : «Meno introduzioni e più studio diretto dei Sacri Testi, 
meno apologetica e più esegesi, perchè importa grandemente 
che si finisca di girare indefinitamente attorno alla Bibbia senza, 
-entrarvi mai». 

— La stessa Civiltà Cattolica salutava l'apparizione del Van- 
gelo secondo Matteo della Pia Società di S. Girolamo con 
queste parole (2 Maggio 1903): « ... Oh! torni il Vangèlo con 
gli altri libri santi ad essere il pascolo cotidiano, anzi continuo, 
^elle anime, com'era nell'età dell'oro della vita cristiana ; meglio 
sarà conosciuto il divino Maestro, e meglio la sua dottrina^ 
attinta a queste purissime fonti ispirate, tornerà a fecondare 
di celeste ideale, di sante virtù e di soavi speranze queistó. 
povero nostro mondo, che, trascinato da falsi apostoli, ripiomba 
«elle tenebre e nell'abbrutimento del paganèsimo». 






- : L'Qsse^^ Romano (16 Maggio 1902), sotto il titolo : 

La lettura del Vangelo; pubblicava questo magnifico articolo: 
« Noi crediamo... che non vi sia mezzo più acconcio per metr 
tere t)ene le cose a posto nel dissidio sociale, quanto la lettura 
assidua di quel Libro clie pone nettamente la questionerò me- 
glio la riconosce come esistente e la risolve con semplicità 
portentosa e con autorità magistrale divina. 

«Una delle ragioni... della intolleranza dei diseredati della 
fortuna verso i ricchi e della indiscretezza di molti di questi 
verso i proletarii, si ha da riporre nell'ignoranza degli insegna- 
menti religiosi, morali, giuridici e sociali che sono contenuti 
nel Vangelo di Gesù Cristo. 

« Esso, a torto, viene invero giudicato da alcuni come un 
codice esclusivamente emanato per provvedere allo spirito è 
alla perfezione di esso in lin àmbito soprannaturale. 

« Il Vangelo provvede invece a tutto, e se ha per fine prin- 
cipale la santificazione delle anime, sovviene anche alla pro- 
sperità del corpo, facendo consistere in essa uno dei mezzi per 
arrivare allo scopo precipuo. 

« La lettura del Vangelo... svela il secreto delle disugua- 
glianze sociali, senza offendere in nessuno degli scogli che 
quelle disuguaglianze fanno sorgere irtissimi dove non è retti- 
tudine di giudizio, né conoscimento delle condizioni della vita 
umana, la quale non ci venne data con assicurazione di godi- 
ménti materiali. 

«Alle differenze, tuttavia, che fanno varia, diversa e dolo- 
rosa talvolta la vita stessa, il Vangelo sopperisce con precetti 
tassativi, appoggiati da sanzione inevitabile ; ai ricchi, di ren- 
derle meno sensibili e non solo tollerabili, ma piene eziandio 
di vantaggi per la stessa economia sociale; ai poveri, di non 
esagerarle e in ogni caso di non ricorrere a violenze per ap- 
pianarle. 

« ... E tale è la caratteristica del Vangelo di Gesù Cristo, 
che chi Io approfondisce per davvero..., non può fare a meno 
di "maravigliarsi come sia potuto sorgere ed ingigantire tanto 
dissidio nel mondo fra i poveri e i ricchi, fra i padroni ed i 
servi, fra il capitale e il lavoro, sotto l'impero e l'influsso del 
Vangelo. 

« A parte il malvolere di uomini corrotti e corruttori, i quali 



■^67tm.-S:-i^ 



per superbia che li invade di eséere dappiù del Lègislatòrier ; 
divino, la causa del disordine negli indivìdui e nella società 
non ostante la legge evangelica, è da cercarla nella incoscienze 
vergognosa di esso, incoscienza che procede dalla indifferenza 
dei più per un libro di tanta importanza privata e pubbilica» 

«Appena quei che per obbligo preciso di ministero non pós-v 
sono farne a meno tra noi, sino ad ora, può dirsi abbiano 
letto il Vangelo da capo a fondo ! 

« Orsù, è tempo di renderne popolare la lettura. Qualche 
cosa si è fatto, mail più manca a fare. La società che esorta 
(di S. Girolamo) s'impegna essa a questo maggiore beneficia 
verso la vita religioso-sociale. - 

« L'azione popolare cristiana ha da poggiare sul fulcro del 
Vangelo, e svolgersi con il Vangelo alla mano. Tale è il con^ 
sigilo, tale è^il volere del nostro Santo Padre restauratore del- 
l'azione stessa incominciata e nutrita dal Vangelo e per il 
Vangelo. 

« Prima alla fonte occorre bere, poi usufruire anche dei rivoli 
che a gran copia fluiscono da essa. 

«In ogni famiglia cattolica penetri il Libro divino e €ol libro 
la brama di saperne il contenuto. Sia esso come il titolo nobi- 
liare di ogni casa, esposto in vista, affinchè ciascun membro 
di essa se ne glorii e lo additi anche ai visitatori. Che se in 
ogni casa vi fosse qualcuno che, sulla guida di commenti giusti 
e sobri, illustrasse i passi che più si confanno alle condizioni 
presenti degli individui e della società, oh il bene che si ritrar- 
rebbe dalla lettura del Vangelo !» . ~ 

L'Avvenire d'Italia, di Bologna (Gennaio 1905), inco- 
raggia la lettura del Vangelo, rilevandone « la grande forza 
morale come elemento d'unione delle coscienze», e dichiara 
che «aumentando la lettura e l'amor del Vangelo, si impare- 
rebbe ad esser più sereni, leali eserii». 

— A proposito dell'apparizione, nello stesso anno 1905, del 
libro del professore Zambruni, in cui sostiene la lettura del Van- 
gelo in famiglia, l'Avvenire scrive: «Le edizioni popolari del 
Vangelo cominciano a correre fra le mani del popolo, a servire 
come libri di premiazione scolastica, si trovano talvolta nelle 
case; ma prima che noi siamo arrivati a distribuirne tante 



I ;S cpi>ìé"qtiiante sono le Bibbie che distribuisce- la Società biblica 
p^^inglese, prima che il nòstro popolo ami e cerchi la lettura del 
fe 0^3 ATangelo come il popolo inglese ama e cerca la Bibbia, ci 
S^'f vorrà ancora molto tempo. Certi indirizzi, certe costumanze, 
ri^; «èrte pratiche diventano così radicate che vivono a lungo, 
": r -ianche se vi sieno degli sforzi energici per farle scomparire; e 
J-^v^Mquesto è specialmente vero quando si tratta di pratiche religiose. 
;y;L^diffusione del Vangelo fra il popolo, la restituzione della Bibbia 
- ar popolo ha una larga tradizione contraria da vincere, e la vit- 
:^;^ : toria deve essere opera di uomini di forti convinzioni e di calda 
: : : f ederreligiosa, di uomini, i quali sentendo tutta la bellezza e la 
.rj utilità di riprendere e ravvivare un uso che fu tanto caro ai cristiani 
;^_ dell'epoca primitiva..., sene facciano apostoli ardenti e costanti». 



2 - GIORNALI MORALI e RELIGIOSI. 

Le Battaglie d'Oggi, di Gennaro Avolio, annunziando, neF 
1908, la creazione d'una nobile istituzione, così si esprimeva : 
«Si è formato un gruppo di persone, d'ogni parte d'Italia, le 
quali, ispirandosi al Vangelo, si propongono di dar vita ad utia 
propaganda che porterà il nome di Parola Fraterna^ e mirerà 
all'adempimento del doveri fraterni fra gli uomini e al conse-^ 
guente rinnovamento del nostro paese». 
. '— Nello stesso anno, le Battaglie d'Oggi pubblicavano una 
serie di articoli della signora Antonietta Giacomelli sulla. Prepa- 
razione delle fanciulle alla vita. Insìste dessa sull'istruzione reli- 
giosa ed esprime il voto ardente che questa non sia « un inse- 
gnamento meccanico, disadatto all'intelletto del fanciullo quanto 
alla psiche umana, incapace di formare la coscienza, di riscalr 
dare il cuore, d'illuminare la mente, ma sia una educazione^ 
religiosa, fatta col Vangelo alla mano, col Vangelo nel cuore 
-e nella vita di colui che la compie». 

Deplora pure che certi libri di preghiera di un pseudo mìsti- 

vCismo corrano per troppe mani di giovinette, le quali, per 

>« armarsi per questa lotta della vita che si fa sempre più ardua, 

avrebbero piuttosto d'uopo della luce e del nutrimento delle 



pagine evangeliche, dei tesori scritturali e liturgici che sono 
divino patrimonio della Chiesa». 

La Voce pubblicava, il 9 Maggio 1912, un articolo di 
Giovanni Amendola intitolato : Il libro non letto. Accennato alla 
apparizione, nel 1902, del Nuovo Testamento della Società di 
S. Girolamo e, nel 1912, dì quello della «Fides et Amor », l'au- 
tore domanda : «Vorrà dire che la chiesa cattolica non ha voluto, 
o non ha saputo, imporre la lettura dei Vangeli in Italia ? O 
vorrà dire forse che l'anima italiana, dal piccolo libro d'oro 
della vita umana s'arretra istintivamente, non sapendo che farne, 
tendendo naturalmente ad altro ? Probabilmente bisogna, in 
una certa misura, rispondere affermativamente all'una ed all'altra 
domanda: ma in una certa misura soltanto... Sta il fatto che 
il Vangelo non trovò in Italia quella profonda e continua lettura 
che può costituire il nutrimento spirituale di una società : ma 
nulla ci autorizza a spiegare questo fatto mediante presunte 
qualità essenziali dello spirito italiano». Più oltre dice: «Ma 
se il Vangelo è qui da noi il libro che non è letto, nessuno può 
affermare ch'esso sia il libro che non sarà letto. I secoli tra- 
scorsi ci hanno liberati da molti pesi, e le vecchie pagine sempre 
vive aspettano ancora i loro lettori italiani. 

« Perchè gli Italiani non leggono il Vangelo ? Perchè non 
l'hanno mai letto. I primi che lo leggeranno saranno i pionieri 
di una folla immensa ed innumerevole... Gli italiani scopriranno 
un bel giorno il Vangelo, allorché saranno stanchi dei Santi 
Vangeli nuovissimi che sbocciano ogni mattina, qui e là per 
gli angoli del mondo. Ritroveranno il vècchio Libro quando 
saranno stanchi delle valanghe di libri che non riescono a saziar 
di carta un popolo che ha bisogno di formarsi l'anima». 

L'Amendola afferma infine che « l'introdurre una copia del 
Vangelo in ogni famiglia italiana è un compito immenso desti- 
nato a provocare una vera rivoluzione psicologica». 

La Vita Nnova, di Casale Monferrato, nel suo N° 6 del 
1912, ha un articolo di Ph. Loretz snW Analfabetismo, nel quale 
constata la superiorità delle nazioni evangeliche per quel che 
concerne l'istruzione. Scrive : « Fu la riforma religiosa, o il 
protestantesimo avvenuto sul principio del 16® secolo, che ih- 



dusse tutte le classi^ persitio il volgo, ad istruirsi... Il prote- 
stante evangelico... ha l'obbligo di leggere il Vecchio e il Nuova 
Testamento, e di meditare sul loro contenuto, ad imitazione- 
dei primi cristiani istituiti dall'apostolo Paolo, i quali venivano 
lodati perchè esaminavano ogni di le scritture per assicurarsi; 
se le cose erano come diceva Paolo (vedi : Atti XVII, 12). Pel 
protestante evangelico è quindi un dovere religioso l'imparare 
a leggere». 



3 - GIORNALI LETTERARI e POLITICI. 

La Rassegna Nazionale, di Firenze, pubblicava nel 1905 
un articolo della signora Matilde FioriHi,da.\ titolo: Del principio 
religioso nella educazione. Leggesi in esso : «Oltre alla opinione 
non certo spregevole dei pagani... e della maggior parte dei 
filosofi greci, vi è una autorità molto più forte : la Bibbia. Che 
questo libro immortale contenga indiscutibile sapienza, lo rico- 
noscono anche gli scettici. Le Leggi del Decalogo, sebbene da 
noi cosi lontane di tempo, saranno sempre il fondamento di 
tutte le altre leggi; e basterebbe il perfetto adempimento di 
quei dieci semplici precetti per mantenere l'armonia nella so- 
cietà umana. 

«Quello che nell'Afitico Testamento è il Decalogo, è il Padre 
Nostro nel Vangelo : un monumento di tale sapienza, che fa 
meditare ogni uomo di senno : in poche domande è compen- 
diato ogni dovere, ogni bisogno dell'uomo». 

II giornale Jolanda (1903), vorrebbe un ritorno dell'arte 
agli antichi soggetti sacri : «... La Bibbia... è ricca di figure ca- 
ratteristiche, di scene grandiose, vive d'alta drammaticità, so- 
lenni di semplice pace, immaginose di visioni, pittoresche di 
costumi. Le donne della Bibbia sono individualissime nelle 
loro tinte piene di diversa poesia. E i patriarchi, i re, i profeti: 
ce n'è per tutti i temperamenti». 

Il Marzocco (Novembre 1911), sulle traccia dello Standard, 
rileva che il segreto dello stile smagliante di John Ruskin, l'apo- 



«tolo della Bellezza, è da cercarsi nella profonda coripscénzàj 
<;h'egli aveva della Bibbia :« Egli non prendeva ispirazione chis;: 
da un libro solo : la Bibbia. È questo l'unico libro ch'egli abbia 
veramente letto. È stato fatto il calcolo che in tutta l'opera di 
Ruskin ci sono cinquemila richiami alle pagine della Bibbiàtj 
Ora molta parte della sua opera morirà, ma non morfrà quella 
parte in cui egli ha espressa la sua anima con un soffio è un 
afflato biblici». 

La Tribuna Illustrata, di Roma, scriveva, nel 1898^ 
«Tutta la sapienza umana, le elucubrazioni dei fllosofì, gli stùdi' 
dei giuristi, le speculazioni degli scienziati, non han dato nulla 
di meglio, inventi secoli, a beneficio della questione sociale e 
della fratellanza umana di quelle poche massime che un pescsir 
,tore (sic) di Galilea andò predicando: «Ama il prossimo come 
te stesso», — «non fare agli altri quello che non vorresti che 
gli altri facessero a te », — «quel che avanza datelo ai poveri»... 
Che grande economista quel pescatore (sic), e che sublime 
trattato di legislazione quelVangelp!». 

Il Fanfalla della Domenica, di Róma, in data del P Feb^ 
iraio 1903, scriveva: «Per più di quattro secoli, i nostri mi- 
gliori pittori e scultori non hanno dato, si può dire, altro che 
produzione sacra ; i loro pennelli e i loro scalpelli non d'altro ^ 
si sono occupati che di far vivere episodi e leggende (?) del 
Vecchio Testamento». 

La Minerva (8 Maggio 1904), riproducendo un articolo 
della /?ev«e che tratta della vita religiosa negli Stati Uniti, scrive^ 
ira l'altro : « La Bibbia ha ancora nella vita pubblica una parte 
importantissima: nei tribunali i testimoni giurano sulla Bibbia; 
in alcuni stati, oltre al giurare, devono anche baciare il libro 
sacro ; nella maggior parte delle scuole pubbliche le lezioni 
cominciano con la lettura della Bibbia e con la recitazione del 
Padre Nostro». 

Nel Luglio del medesimo anno, la Minerva pubblicava un 
articolo interessante sulla «Svezia felice», riprodotto dalla 7?ev«e 
de Paris. Ecco quel che dice della vita religiosa degli svedesi :: 
«I contadini svedesi sono profondamente religiosi. Ogni lami- 






^^^^à poissiede utiar Bibbia; che il padre lègge spesso ad alta voce. 
Ì-4^I]ifc Bibbia, .ve il primo regalo che vien fatto a una fidanzata^^ 
Sì; 1^41 prezioso consigliere al quale si ricorre nelle circostanze^ 
: difficili della vita». 

0:Ay- '■'■■' :-: ■ ; -■ 

: : L'Illastrazione Popolare, di Milano, in un articolo del 
Vvl^ Marzo 1885, accompagnato da una bellissima incisione rap- 
presentante « La lettura della Bibbia », scriveva quanto segue :• 
-^ «Presso i cattolici la lettura della Bibbia è cosa rarissima : chi 
y di noi legge quel libro sublime, che racchiude tanta sapienza 
-umana? I Protestanti invece non possono farne senza: hanno 
'bisogno d'un Salmo di Davide più che del pane della loro 
U^ mensa... Persino nelle regioni più lontane dove si spingono gli 
"Inglesi, alla lettura della Bibbia, tutti stanno taciti, pensosi ; 
-dopo una settimana di lungo lavoro, attingono nuovo conforto 
: nelle pagine dei profeti e degli evangelisti, che a loro sembra 
quella stessa di Dio». 

11 Corriere della Sera, di Milano, dopo aver parlato a 
:, lungo della pastorale di Mons. Bonomelli «sugli abusi del culto 
^religioso», aggiunge (17 Aprile 1905): «Se preme alla Chiesa 

che l'Italia torni ad essere religiosa e cristiana, essa deve rifor- 
: mare sé stessa... purificando il sentimento religioso, spoglian- 
: dòlo del suo involucro pagano di formalismo e di superstizione, 

ritemprandolo nella viva fonte del Vangelo». 

La Lettura, rivista milanese di G. Giacosa e del Corriere 

'della Sera (Luglio 1904), pubblica un lungo articolo: È vera la 

Bibbia? accompagnato da dieci interessanti illustrazioni. Dopo 

aver parlato delle iscrizioni babilonesi messe in luce dal pie- 

; cohe degli escavatori e decifrate dai dotti archeologi, l'autore 

finisce con queste parole : «Le narrazioni del Vecchio Testa- 

: -mento ricevono piena conferma dalle risultanze dovute alla 

pt intuizione ed all'abilità di colorò che seppero decifrare i carat- 

-; deridi quelle antichissime iscrizioni». 

m Nella rivista Natura ed Arte (Aprile 1907), D. Carracolo 

: scrive: «Quando mai la figura di Gesù, la sua anima, la sua 

V ; dottrina, furono più vive e presenti di quanto lo sono ai giorni 



_:; 114 — 

nostri ? Le interpretazioni dei Vangeli^ le indagini storicoj<:fitiche, 
le evocazioni poetiche si succedono senza posa, come si vo- 
lesse rievocare quell'epoca, in cui da un mondo parimenti' 
vecchio, spossato e corrotto, una grande parola di fratellanza 
e d'amore suscitò un mondo ringiovanito e pieno di speranza». 
Lo scrittore mette poi in rilievo le ispirazioni tolte al Cristo 
ed all'Evangelo nella poesia di alcuni dei nostri più squisiti 
cesellatori di strofe : del Fogazzaro, del Pasfonchi, del Graf, di 
Clarice Tartufari, del giovane sacerdote Giuseppe Fedele) di 
Corrado Corradini. 

Il Giornale d'Italia (19 Ottobre 1920), a proposito della 
Società delle Nazioni, che si affanna a compilare nuovi statuti 
e una nuova magna charta della fratellanza universale, cosi si 
esprime : Quella magna charta^ quello statuto fu compilato diciotto 
secoli fa, sulle rive del lago di Tiberiade : e con tanto sem- 
plice, ma veramente divina sapienza, che ogni tentativo d'inte- 
grarla o di correggerla si è sempre dimostrato vano. E si chiama 
il Vangelo; e gli uomini non avrebbero che da mettersi d'ac- 
cordo per applicarlo con sincerità e purità di spirito, perchè 
il mondo diventasse tutt'altra cosa da quell'inferno che è, così 
nei rapporti da popolo a popolo, come in quelli da individuo 
a individuo». 



n. 

Granchi e spropositi di olii scrive o parla di Bibbia 

in Italia. 

Scriveva il poeta satirico Francesco Berni: 

« ... In nessun'altra cosa l'uom più erra, 
piglia più granchi e fa maggior marroni, 
certo, che nelle cose della guerra». 

Se il poeta diceva giusto, parlando della guerra quale la si 
intende generalmente, altrettanto giusto sarebbe l'applicare i 
suoi versi ad una guerra di tutt'altra natura, a quella cioè che 



— 115 — 

alla Bibbia muovono gli uomini, in nome del libero pensiero, 
della scienza e... di una tronfia ignoranza. 

I giornalisti, scrittori ed oratori d'Italia, in generale, cono- 
scono poco, pochissimo la Bibbia, perchè l'hanno Ietta con 
griande superficialità, o non l'hanno letta affatto. Eppurnondi- 
meno essi hanno il vezzo di infiorare i loro scritti e discorsi 
di citazioni scritturali, ma Io fanno in modo così balordo, da 
prendere ad ogni istante delle solenni cantonate e granchi ma- 
dornali. 

Di varia natura essi sono. Consistono, talvolta, nell'attribuire 
ad un autore ispirato quel che appartiene ad un altro autore 
ispirato anch'esso, — ovvero nel dare ad un autore biblico quel 
che spetta ad un autore profano, o, viceversa, ad un autore 
profano quel ch'è d'un autore biblico. — Talvolta si commet- 
tono strafalcioni storici, inesattezze cioè di fatto, confusione di 
nomi, di persone, di luoghi e di date. — Talvolta ancora si^ 
cita inesattamente il testo sacro, o lo si torce addirittura, in 
modo da far dire all'autore tutt'altra cosa di quella ch'ei vo- 
lesse dire. 

Gli esempi che seguono non rappresentano (come ognuno 
intende) se non un piccolo saggio nell'infinita congerie di granchi 
e di spropositi, che ogni giorno si arricchisce di nuovi contri- 
buti (1). 



1 - Attribuzione ad nn autore ispirato di quel eh' è di un altro 
autore parimente ispirato. 

Giuseppe Rigatini, traduttore di Lorenzo Benoni, del 
Ruffini, alle parole : «II pane che avremo gettato sopra le acque, 
sarà di nuovo trovato» (pàg. 369), aggiunge questa nota : «Parole 
prese dal Nuovo Testamento (2). — [No, dall'Antico, dall' Ec- 
clesiaste : 11/1]. 



(1) La Rivista Cristiana, di Firenze, diretta dal chiarissimo Prof. Dr. Emilio 
Comba, aperse, nel 1885, una rubrica speciale intitolata : « La buca dei granchi ». 
Da questa ne ho tolti parecchi qui ricordati. 

(2) Le parole che costituiscono il granchio sono scritte in corsivo, onde lo si 
possa più facilmente afferrare. 



>- 116^— . .^ /. - ^= - 

La Tribuna Illustrata (1900) scrive: «Aveva ragione 
V Ecclesiaste: «La lettera uccide! ». — [No, non rEccIesiaste; 
ma S. Paolo ; 2 Cor. 5/6]. 

All'opposto La Sera, di Milano, e La Nazione, di Firenze 
(28-29 Marzo 1900), dicono « sentenza di Pao/o » le parole :M/; 
sub sole novi (nulla di nuovo sotto il sole). — [Sono invece 
dell'Ecclesiaste: 1/9]. i; 

Alfredo Fanzini, nel suo romanzo satirico Io cerco moglie^ 
attribuisce a Mosè (!) il detto di Cristo : « Siete il sale della 
terra» [Matt. 5/13]. 

L'on. Luigi Lnzzatti, che è senza dubbio uno di quelli 
che meglio conoscono la Bibbia in Italia, si lasciò sfuggire 
questo bel sfarfallone nella rivista Ars et Labor (Giugno 1906) : 
« San Paolo stesso predicava ai fedeli : Le volpi hanno una 
tana, gli uccelli i nidi, ma Vuomo (!) non ha né tane né nidi ». 
[Parole press'a poco simili furono dette da Gesù ; Matt. 8/20]. 

Sul frontone della Cappella dell'Ossario di Solferino, 

monumento nazionale, è citata questa parola della Scrittura : 

I morti risusciteranno incorruttibili, coll'indicazione erronea: Joh. 
ad Corint. — Il pastore valdese della vicina Castiglione delle 
Stiviere si permise di rendere avvertito il prefetto della Pro- 
vincia che dette parole non sono di Giovanni bensì di Paolo. 

II prefetto rispose gentilmente, promettendo di far correggere 
l'errore. Ma poi non fece niente, dimostrando così la verità del 
motto latino: De minimis non curai praetor. 

2 - AttriMone ad un autore profano di quei che appartiene ad 
m autore biblico, e viceversa, ad un autore biblico di 
quel che spetta ad un autore profano. 

Nel 1877, moriva, in Torino, la Duchessa d'Aosta. Sul cata- 
falco erettole nella metropolitana di S. Giovanni, in occasione 
del suo funerale, si scrisse la sentenza biblica (che la Duchessa 
aveva essa medesima ricordata, poco prima, nel suo testa- 
mento): «Chi dà ai poveri, impresta al Signore». 






^■^c-i'- 






^Uh snióìK'iialisia torinese, le ttè quest^ parole, s'affrettò a- 

scrivere sii un -cotidiano della città: «11 bel testo ricordato 

>;|daUa rimpianta Maria Vittoria di Savoia ai teneri suoi figli: 

^ Chi dà ai poveri impresta al Signore, è nientemeno di Viftor 

C^Hùgo (I), ciò che prova sempre più che l'immortale nostra 

principéssa era nudrita di buoni studi ». — [Peccato che il giór- 

riaiista lo fosse così poco egli stesso! Il passo citato ìeggesf 

in Proverbi 19/17], 

Scipione Fortini, in un fascicolo della sua Luce sul Va- 
Jicàno, fsiìa critica dei mali costumi-clericali, ed esce in questo 
memento: «Preti, ricordate che S. Paolo lasciò scritto : <iSinon 
xjèasfe, saltem caute», 

"Anche Enrico Montazio attribuisce a Paolo questa mas- 
/ sima empia, a pag. 35 del racconto Una dama del primo Impero, 
^pubblicato nel Fieramosca, di Firenze, nel Gennaio 1886. 

[Disgraziati Fortini e Montazio! scambiare S. Paolo con 
Escobar, la spirituale e ideale morale di Cristo colla ipocrita 
,e schifosa casuistica dei reverendi Padri della Compagnia di 
Gesù ! !]. 

In una delle Università del Regno, parecchi laureandi di- 
scutono sulla pace mondiale. Emerge fra gli altri il più saputo, 
che esclama: Sì, ormai i tempi sono giunti perchè s'avveri il 
Vaticinio d'Annunziano : « delle loro spade fabbricheranno zappe 
e delle loro lance falci». Il poverino nemmeno sospettava che 
il poeta avesse plagiato il profeta Isaia (cf. cap. 3, v. 4). — 
Riferito da La Luce, 18 Gennaio 1922. 



3 - Strafalcioni storici: inesattezze di fatto, confusione di per- 
i - sone, di luoghi e di date. 

A pag. 16 della sua 5fona Orientale e Greca, pei Ginnasi 
li Licei (1885), l'on. Ruggero Bonghi, riferendo intorno alla 
^origine dell'uomo secondo la Bibbia, dice : « L'uomo sarebbe 

stato fatto il settimo giorno dacché Iddio ebbe intrapreso di 
:èxèare il mondo». — [L'uomo fu creato il dì del riposo? Nò, 

bensì nel 6** giorno]. 



— 118 - 

Enrico Ferri, nella sua conferenza: «Dal microbo al-^ 
l'uomo» (1907), sostiene che nessuno potrà dimostrare clie Iddio - 
abbia creato nel secondo giorno la luce, quando solo al terzo 
giorno è stato creato il sole ! — [La Genesi parla del primo e 
éél quarto giorno (1/ 3-5 ; 14-19)]. 

II Corriere della Sera (Agosto 1911), riferendo la pre- 
tesa scoperta d'uno scienziato inglese, asserisce che «il fruttò 
mangiato da Eva non fu una meta, ma una albicocca (I), perchè 
il melo non è mai cresciuto /2e//aPfl/esftnfl ». — [Il giardino di 
Eden nella Palestina ?!]. 

L'Alba, di Genova, « periodico critico, scientifico e lette- 
ràrio», pubblica, il 5 Aprile 1885, un articolo, firmato Foca, 
s\i\V Origine dell'Agnello pasquale, nel quale trovansi parecchi 
granchi fenomenali. Eccoli: «Mosè, in età di 18 anni (!), anda- 
tosi a bagnare nel fiume Sinai (!1), s'incontrò colla principessa 
Faraone (?) che pur si bagnava... Mosè, col cag^/rto (11 !) Aronne, 
aveva preparato l'emigrazione del popolo d'Israele ». 

Il Giornale d'Italia (27 Novembre 1921) scrive: « Ci vole- 
vano le dodici pagine del Popolo Romano, come le dodici (!) 
piaghe di Egitto ». [E dire che Mosè ne aveva contato soltanto 
dieci/]. 

L'Opinione Nazionale, di Firenze (1882), parla della 
colonna di nuvole e di fuoco che camminava davanti agli eser- 
citi di Gedeone » (!). [No ; ma del popolo d'Israele : Es. 15/21-22]. 

La Perseveranza, di Milano (23 Giugno 1885), negli ap- 
punti bibliografici del cav. Carlo Reale sull'opera del BarzeI-' 
lotti : David Lazzaretti, dice : «...Tutti (i discepoli del visionario 
di Arcidosso) erano convinti che al loro presentarsi, il vecchio 
mondo si sarebbe sfasciato, a un di presso come le mura di 
Gerico dinnanzi ai trecento di Gedeone» (!). 

Parimenti il Corriere della Sera scrive (Febbraio 1908) : 
« Gedeone espugnò a suon di tromba le mura di Gerico e fece 
fermare il sole su Gabaon» (!). 

Passando al Nuovo Testamento ed alla vita di Cristo, Jarro, 
lo spiritoso e simpatico scrittore fiorentino, scrive nella Nazione 



r- _- 119 _ • 

del 17 Dicembre t885: «La Bibbia ci racconta che Gesù nac-_ 
.que /ra un bue ed un asino (!). È tutti e due erano ammaestrati, 
. poiché gli stavano intorno a riscaldarlo col loro alito (!)». [Né 
S. Matteo né S. Luca ricordano questi due animali. L'amplifi-!> 
cazione leggendaria d'uso corrente tra i cattolici — (la si trova 
anche nella Piccola Vita di Gesù (1915) scritta pei soldati per 
cura di Padre Genocchi) — deve la sua origine a una libera 
applicazione del passo Isaia i/3]. 

Il Corriere della Domenica (1910) scrive: «Il Dottor 
Barrow, un inglese non ignoto nel mondo scientifico e letterario 
londinese..., in un articolo... inserito in questi giorni nel The 
Morning, ha affermato che i tre re magi, recatisi a fare atto di 
ossequio al Divino Pargolo, erano... due!...». 

Il giornalista milanese non è di questo avviso, e trova le 
prove della credenza tradizionale negli scritti di S. Agostino 
e... nella Bibbia (!). Scrive invero: «Nelle sacre scritture, del 
resto, per quanto concerne i re Magi, si legge :« Tertius fuscus, 
integre barbatus», il che, oltre a dire chiaramente che vi era 
un terzo re, afferma anche che era fuscus, cioè di tinta bruna, 
ossia il re moro». 

E prosegue : « Vennero d'Oriente a Gerusalemme tre Magi... 
E i tre Magi coi loro presenti s'incamminarono alla^volta della 
sacra grotta». — [Quanta ignoranza della Bibbia, che non pre- 
cisa affatto il numero dei Magi, che non li dice re, che non 
parla di fuscus né di barbatus, e che non accenna ad alcuna 
grotta !]. 

Giuseppe Giusti scrive all'amico G. Montanelli (Lettera 
n. 53 dell'Epistolario, ordin. da Giovanni Prassi - Malta, 1870) : 
« Mi son rammentato di Cristo a quattordici (?) anni ai capelli 
nel Tempio cogli Scribi e coi Farisei. Prendo i miei paragoni 
dalla Bibbia ». . — [Benissimo, ma avrebbe potuto prenderli un 
po' più esatti!]. 

La Nazione scrive che Gesù scacciò i mercatanti dei 
tempio di Gerusalemme «co/2 una mascella d'asino». [No, ma 
con una frusta (Giov. 2/14), che starebbe tanto bene se appli- 
cata sul groppone di certi asini dei giorni nostri!]. 



La Gazzetta d';ltàlia(lS76), là m^^ da^ì 

Gesù oi alle nozze di Caria »{ì). ._; 

Analogamente il Secolo, di Milano (17 Marzo 1909) : « Non è 
lecito far le meraviglie se ad ogni seggio vacante... i candidati cré-- 
sconoe si moltiplicano come ì famosi pesci alle nozze di Cana» (II). - 

Scrive il conte Ang-elo De Gnbernatis, nel suo Viaggio , 
in Terra Santa (1900): «Sari Paolo (?) dice nobile e ricca (?) 
la famiglia di Lazzaro, Maria Maddalena e Marta». 

Del resto la confusione tra Maria di Betania, Maria Madda- 
lena e la peccatrice di Luca 7/36-50 è, stavo per dire, normale 
nel nostro popolo. Si veda il Dizionario del Petrocchi alla 
voce : Maddalena, dove si registra il proverbio « Far da Marta 
e da Maddalena», proverbio che il Manzoni pose in bocca a 
Perpetua (Promessi Sposi, e. XXIX). 

Alfredo Fanzini, uomo studioso e di gran coltura, in due 
sue novelle («Il topo di biblioteca» e «La casa delle vecchie»), 
ripetutamente si riferisce ad una parabola di Gesù, da lui ricor- 
data come quella « delle sette vergini sagge e delle sette ver- 
gini fatue » (!). 

.. In una terza riferenza a quella medesima parabola, ci svela 
il Panzini a chi vada debitore di quel granchio. Scrive invero : 
« Mi venne allora in mente le sette vergini fatue e le sette ver- 
gini sagge, quali le descrive D'Annunzio...». 

Anche i pontefici prendono, talvolta, delle cantonate. Sisto V, 
in una Bolla concernente una nuova edizione della Vulgata, 
afferma essere il papa infallibile, perchè Gesù Cristo disse tre 
volte (?) a S. Pietro : « Ho pregato tre volte (?) per te, affinchè 
la tua fede non venga meno ». — [Eh, no, quel che vien meno 
air« infallibile » è la memoria; egli confonde i versetti 31 e 32 
del cap. XXII di S. Luca col versetto 34, dal quale risulla in- - 
vece la fallibilità di S. Pietro !]. ^ 

La Patria (26 Agosto 1902), scrive: «Dov'è la giustizia? - 
dov'è la verità?... Sono tanti secoli che ci si arrovella a tro-. 
varia, la verità vera, la verità assoluta. Anche Gesù (1) lo chiese 
a Pilato j quid est veritas?... Ma il buon Ponzio preferì lavar- ^ 



;j;^^ne le mani e tìàcirèéhe^^ 

p* ! [Come si scrive la storia 1 1 Leggasi il racconto vero in GidV. 

"j^':^" 12/33-40]. V ; 

: il Matilde Serao, in un articolo intitolato « Per Israele *, 
h^^ pubblicato nella S/a/npa del 19-20 Dicembre 1905, scrive : «Pi- 
:' ' /a/o... dalla finestra sua, parlò al popolo della maestosa Sionne...,. 
7 Y e disse : « Ricada il sangue di questo Giusto sul capo de' vostri 
:" 'figli, sino alla settima generazione». — [Non Pilato pronunziò 
|§j^;3questa imprecazione, ma il popolo d'Israele; le ultime parole 
J^l^^npoi sono inventate di sana pianta]; 

f^^^j; -.-^ U^ errore simile a questo commette l'on. Giovanni Boyicv 
Jfy^nél suo. libro II Genio, pag. 193, ove leggonsi le frasi seguenti :. 
^^0j* Colai che mori perdonando, aveva mandato un grido : II sangue 
j -f^ : i^iinio cada su voi e sui vostri figli I La storia lo raccòlse. Questo 
^&v7;;i^l?àlto significato della vendetta del genio ». 

^|r^:^7 Ponachido Oliva pubblica, nel 1910, un bell'articolo nel 
^p^i^òiorndle d'Italia, sul libro del Dàrchini: «Alla ricerca di Gesù». 
^^;c^:{^Dice dell'autore: «Egli è andato alla ricerca di Gesù; l'ha 
pi cercato a Gerusalemme, a Betlemme, a Nazaret, sulle rive del 
kìC Jago Getsemani {\)». [Vuol dire: di Gennesaret], 

^g£ ; ; terminiamo questo florilegio, che potrebbe esser dì molto 
^g Rallungato, con due esempi, nei quali il testo sacro è citato ine- 
p7? santamente e rivolto ad altro senso. Si riferiscono entrambi aì 
r7^ Discorso sulla Montagna. 

-p^ : -È comunissimo udire attribuire a Gesù il detto: «Beati i 
^iS poveri di spirito» (nel senso di «i poveri di mente»). Questo 
prjl. sproposito lo ripetè anche in Senato il sen. Vacca, nel 1876 ; 
vj'^i-e più tardi il romanziere Zola. Il vero significato del passo 
l^f <;>Màtteo 5/3 (sentimento della propria povertà spirituale dinanzi 
1^^ ;à Dio) è rivendicato dal Papini, Storia di Cristo, pag. 112. 
Ilp-l Nel suo volume: Le origini: Dante, ffe/rarca, Boarflcc«)(Hpepli, 
?§^ri^ Scberillo, accennando alla /£^^ 

^^^^l tallone «occhio per occhio, dente per dente», in uso presso - 
te^^li Ebrei, chiosa con somma disinvoltura che detta legge «v/e/r 
W0^f^attciia- nel Vangelo » I. — [È vero precisamente il contrario,, 
ggjilcpme si vede in Matteo 5/38, 39]. 






CONCLUSIONE 



Se, da un lato, la lettura delle precedenti pagine ci lascia 
iristi, al pensiero che tanta parte di nostra gente ignora, misco- 
nosce sprezza il Vangelo di Cristo, d'altra parte, siamo Viva- 
mente rallegrati e fortemente incoraggiati nel vedere tanti Italiani 
d'ingegno fervidi ammiratori e lettori assidui della Bibbia, come 
pure nel constatare gli sforzi che si stanno facendo, così da parte 
protestante come da parte cattolica, per uno spargimento largo 
della Parola di Dio nel nostro paese e per invogliare il popolo 
nostro a fare di questa il cibo suo cotidiano e prediletto. 

Possa il numero dei lettori della S. Scrittura accrescersi di 
giorno in giorno, e possano questi sforzi essere coronati da grandi 
successi! Ed esaudisca il Signore il voto espresso da egregi e be- 
nemeriti sacerdoti nella Prefazione del loro Nuovo Testamento, 
pubblicato sotto gli auspici della Pia Società di S. Girolamo: 
« Torni il Vangelo, cogli altri libri santi, ad essere pascolo delle 
anime, e queste, come per incanto, si sentiranno vitalmente no- 
drite... Vada il libro per le mani di molti, e porti in ciascuno quei 
frutti di cui per sua natura é fecondo, a rinnovamento morale, 
religioso e civile della nostra Italia». 



■^ FINE 






INDICE DELLE MATERIE 

-— ^ PER ORDINE ALFABETICO ^- 



NB. - 1 nomi stampati in corsivo si trovano solo nell'Appendice. 

A 

pagg. 

Alfieri Vittorio, poeta .... . . . 10 

Allgliieri Dante, poeta . . . ... .5 

Ambrogio (Sanf), padre della Ciilesa .... 93 

Amendola Giovanni, scrittore ; 110 

Arnaldo da Brescia, riformatore . . . . . 94 
Avolio Gennaro, giornalista . . . . .43,109 

B 

Benedetto XV, papa . 91 

Berni Francesco, poeta . . .... . 8 

Bianclieri Giuseppe, deputato . . . . .64 

Bianclii Leonardo, ministro . . . . . . 64 

Bonglii Ruggero, ministro . . . . . .61,117 

Bonomelli Geremia, vescovo . . . .. . . 82 

Bovio Giovanni, deputato . . . . . . 121 

Brucioli Antonio, riformatore . ... . . 97 

Buonarroti Miclielangelo, artista ..... 50 

Caetani Leone, deputato . . . . . . . 68 

Cairoli Benedetto, ministro . ... . . 63 

Calepi Girolamo, letterato ... . . . 77 

Canonico Tancredi, senatore . . . . . 67 

Cantù Cesare, storico . . .. . . . .21 






" *.- 



Capponi Gino, storico . . . . , • • 21 

Carini Isidoro/ monsignore . . . . . . 82\ 

Carlo Alberto, rè . . . . . . . . ~ 55 _ 

Castelli David, professore ... . . .40 

Cavour (Camillo Benso di), ministro . . . . 56 

Cellini Benvenuto, artista . . . . . . 52 ~ 

Chànoux, abate . .83^ 

Ciampolini Ermanno, professore . . . . ' . 41 

Clemente Romano, vescovo . . . . . . 9S 

Claudio di Torino, vescovo . . . . . . 94 

Colloredo (Monsignor di) . . . . . . 76 

Colonna Vittoria, poetessa . . . . . . 9 - 

Corradini Corradino, poeta . . . . . . 18 , 

Correnti Cesare, ministro . . . . . . 61 

Curci C, Maria, gesuita . . . . . . . 81- 

Crespi Angelo, giornalista . . . . . .44 

Grispì Francesco, ministro . ... . . 6S 

Curiòne Celio Secondo, riformatore . . . .101 

D 

D'Annunzio Gabriele, poeta .... . . 19 

Da Rienzo Cola, tribuno . . . . .- . 104 

D'Azeglio Massimo, romanziere 28- 

De Gubernatis Angelo, professore . . . . . 37, 120 

Del Lungo Isidoro, professore . . . . . 42_ 

De Marchi Emilio, scrittore . . . . . .30 

De Sanctis Francesco, critico . . . . . . 34 

De Sarlo Francesco, professore . . . . . 38 

Di Borio Maria, scrittrice 321 

Duse Eleonora, attrice . . . . . . .53 

F 

Fava Angelo, poeta . . 16 

Ferri Enrico, scienziato .118 

Ferrini Contardo, ^professore . . . . . . 35 

Fiorini Matilde, scrittrice . . . .. . Ili, 

Fogazzaro Antonio, romanziere . . . . .30 

Fortini Scipione . . . . . . . . 117 

Foscolo Ugo, poeta . . . . . . . . 10' 






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FÌaminto Marcantonio, monsignore . 



r^: 'l^rancesco (San) d'Assisi, frate 






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Galilei Galileo, scienziato 
i^aribaldi Giuseppe, generale . ' . 
v^hoQchi Giovanni, prete . ' ,. 
;:^èntiii Alberico, giurista . 
gentili Giovanni, professore, ministro 
^hignòni Alessandro, prete . 
'Giacomelli Antonietta, scrittrice 
:%ànhone Pietro, storico . . . 
ìGiÒberti Vincenzo, filosofo 
Giordani Pietro, letterato 
:Giòvagnoli, deputato 
prrplamo (San), padre della Chiesa 
:Giulió-Benso Luisa, scrittrice . 
Giusti Giuseppe, poeta . 
;<jònzaga Giulia, riformata 
Gregorio Magno, papa 
Gregorio IX, papa . ._ . . 
^riffini Luigi, deputato . 
Guicciardini Piero, conte . . 



j 



5Jandelli Gaetano, scrittore 
§[arro, giornalista . . 



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i^abanca Baldassarre, professore 
^Lanìbruschini Raffaele, abate 
^;Ì.anza Giovanni, ministro 
^;Eeone XIII, papa . . 
|£inaker Arturo, professore 
JjLorefe Ph.y scrittore 
Jiiuzzatti Luigi, ministro . 

iMamiani Terenzio, filosofo 
|Alantegazza Paolo, scienziato . 





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pagg. 


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— 1 26 — ' 

Manzoni Alessandro, romanziere . 

Mapei Camillo, poeta 

Margherita di Francia, duchessa 

Mariano Raffaele, filosofo 

Martini Antonio, arcivescovo . . 

Marzorati, professore 

Mayer Enrico, patriota 

Mazzarella Bonaventura, deputato . 

Mazzini Giuseppe, patriota 

Mazzoni Guido, senatore, professore 

Melegari Dora, scrittrice . 

Minghetti Marco, ministro 

Minocchi Salvatore, abate, professore 

Molmenti Pompeo, deputato . 

Montanelli Giuseppe, ministro 

Morata Olimpia, riformata 

Moretti Andrea, deputato . 

Murri Romolo, abate, deputato 

N 

Negri Gaetano, filosofo . . 
Niccolini Giovanni Battista, poeta . 
Nobili-Vitelleschi Francesco, senatore 



pagg- 
27 
Ì6 
54 
2& 
76 
40 
105 
68 
70 
42 
31 
60 
83 
60 
57 
101 
65 
60 

25 
13 
67 



Ochino Bernardino, riformatore 
Oliva Domenico, scrittore 
Orano Paolo, professore . 



100 

121 

4r 



Paladini Carlo, scrittore . . . 
Panzini Alfredo, scrittore 
Papini Giovanni, scrittore 
Pascale Giovanni Ludovico, riformatore 
Pascoli Giovanni, poeta . 
Passavalli, arcivescovo . 
Pellico Silvio, letterato . . 
Perfetti Filippo, professore . . 
Petrarca Francesco, poeta 
Petruccellì della Gattina, deputato . 



. ,43 
63,116,120 
-44 
98 
17 
81 
14 
36 

66 



pSSefSS'Sfe^U ■•• ■•._..-,,.-i-.--t.. ---■■• .-Xi- ^,..-., -,-.r ,..■,:> ■;.--■ .•:-,-.-r;^'ii-H "A; .■•■•»-•-. VJ-.. -':■-■. - 

^p^fccòlt DoirienicOi deputato . ; . > . . ; ^69^^ 

^fl|ip:yi,-papa- ■ v-;'^'- ,.■■■ ';.■- ' ". ." ; ■ .'' . ' ■ ,.- - .' ;. 88^ 

^|f||fÉiò.X>.papà ' '. . ". . ■.'.■" . . ... . >■- ^ 

jlll^l Polo Reginaldo, cardinale . . . . . . 7^^ 

m^^Proyenzal Dino, scrittore . ..... 4^ 

;|l5^#^uccianti Giuseppe, letterato . .... . . 4S 

MlS^Puoti Basilio, letterato . . . . . . .33^ 

Rajna Pio, professore, senatore . . . . • 4> 

\ Renàta di Francia, duchessa . . . . . . 5& 

Ricasoli Bettino, ministro . ... ^ . 5& 

Ricci Scipione, vescovo . . . . . . . 7^ 

' -Ricotti Ercole, storico . . . . . . .22 

Rigatini Giuseppe f letterato . . . . . . 115 

Rosadi Giovanni, ministro . . . . . . 6& 

. I Rosmini Antonio, filosofo . . . . . . 2S 

Rossetti Gabriele,' poeta . . . . . . . 10 

- Rossi Alessandro, senatore . . . . . . 65 

Rùffini Francesco, ministro . . . . . . 65 

% Rufìini Giovanni, romanziere ...... 28^ 

s 

Sabbadini Remigio, professore . . . . . 47 

Saracco Giuseppe, ministro . . . . . .63 

Sarpi (Fra Paolo) ........ 75 

Savonarola Girolamo, riformatore . . . . .95 

Sbarbaro Pietro, professore, deputato . . . . 35 

" - Schermo Michele . . ... . . .121 

Sèmeria Giovanni, frate . . . . . . . 85 

Serao Matilde, scrittrice . 120 

Settembrini Luigi . 10, 33 

Sisto V, papa . . . . . . . . .120 



. -_ „ Tibpni Pietro Emilio, monsignore . . . . . 79 

V Tilgher Adriano, professore . . . . . . 45 

Tommaseo Niccolò, criticp . . . . . .33 

Trezza Gaetano, professore . . .... 39 



^ I2g — 



u 



Ugdulena Gregorio, prete 



Vacca, senatore 
Valdès Giovanni, riformatore 
Valdo Pietro, riformatore 
Yegezzi Pietro, canonico 
Verdi Giuseppe, musico . 
Vermigli P. Martire, riformatore 
Volta Alessandro, scienziato . 



-- - nMnB 



l'arni 



991 



Coppola Giuseppe, professore 
2umbini Bonaventura, critico 



40i 
35 



INDICE DEI GIORNALI 

-<S> CHE PARLANO DI BIBBIA <$>• 



-^C:'ài^'^i 



Alba (L') . . 
Avanti ! \, 
Avvenire d'Italia (L') 



Battaglie d'Oggi 
-Bilychnis . 



B 



pagg?rSsS 

.-■;■''' 1,8 =:if 

.66,108^1 



. 43,109i;i 

36, 45, 47, .5Ì|1| 



Capitan Fracassa (II) 
Civiltà Cattolica (La) 






Vii*' "-«^ **■ > t - 



- 129-i 






ir'-.:-. 

iilii 



i 



^Coenobium ^ . . 
^Critica (La) 

^^orriere della Domenica (II) 
IjSprriere della Sera (II) . 
^Cultura (La) . . 
^Cultura Contemporanea (La) 



sDintto (II) 
Esaminatore (L') 



jFanfulla della Domenica (II) 
Fede e Vita 
Forche Caudine (Le) 



jGazzetta d'Italia (La) 
Gazzetta del Popolo (La) 
Giornale d'Italia (II) 
[Giornalista torinese 



Illustrazione Popolare (L') 
jltalia Evangelica (L') 
Italia reale - Corriere Nazionale 







pagg. 






. 39, 44 






78 






. . , 119 






. 36, 113, 118 






. . . 63 






17, 61, 63, 87 


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^i#l: Jolanda 


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#?v;[^ Lettura (La) . , 
*ì|< Libera Parola (La) . 


• • 


• • 


;:ISStluce-(La).. \ 


• • 




Ivi 


5il§SAtarzocco (II) . 


• • 


m^lliyiinèrva (La) . ' . 


• • 



111 

103, 113 

35 

12, 48, 117 



111 
112 



— 130 — 

pagg. 

Nazione (La) . ..... .85,116,118,119 

Natura ed Arte . . . . . . . . . 113 

Nuova Antologìa (La) 59, 67 

o 

opinione Nazionale (L*) . - 118 

Osservatore Romano (L') 107 

P 

Patria (La) . . .60, 120 

Perseveranza (La) . . '. 118 

R 

Rassegna Nazionale (La) Ili 

Resto del Carlino (II) 44 

Riforma laica (La) 68 

Rinnovamento (II), di Milano . . . . . . 31 

Rivista Cristiana (La) . . . .19, 27, 36, 105, 115 

Rivista d'Italia (La) .37 

Rivista degli Studj Religiosi (La) ..... 84 

s 

Scintilla (La) . . ... . . . . 91 

Sera (La) . . . . 116 

Stampa (La) 53,69,91,92,119 

T 

Tempo (II) . . . . . . . . . 44, 45 

Tribuna Illustrata (La) 112, 116 

V 

Vita Nuova (La) . . ... . ^ . 110 

Voce (La) 110 



iiinintiiiiiiiiiiiiiiiiMMiiiiitiinniiiiiii 






— 131 — 



INDICE DELLE MATERIE 



*tm*- 



pagg. 
Introduzione .3 

I - Poeti .... . . . . . 5 

II - Storici . .20 

III - Filosofi . ... . . . . . 23 

" IV - Romanzieri .27 

V - Critici .33 

VI -Scrittori vart . 35 

VII - Scienziati .48 

Vili - Pittori e Scultori . . . . . . 50 

IX - Musici . . . . . . . . . 53 

X - Artisti . . . . . . . . . 53 

XI -Principi e Monarchi 54 

XH - Ministri di Stato . . . . . 56 

XIII - Senatori e Deputati . . . . . .65 

XIV - Patrioti e Guerrieri . . . . . .70 

XV - Ecclesiastici 73 

XVI - Papi ......... 88 

XVII - Padri della Chiesa . . ... 93 

XVIII - Riformatori ........ 94 

XIX- Vart . . 104 



APPENDICE 

pagg. 
I. Quel che scrivono i giornali italiani intorno alla Bibbia : 

1. Cattolici, — 2. Morali e religiosi. — 3. Letterari 

e Politici . .196 

IL Granchi e spropositi di chi scrive o parla di Bibbia in 

Italia ......... 114 

Conclusione ... . 122 

Indice delle materie per ordine alfabetico . . . 123 
Indice dei giornali che parlano di Bibbia . . . 128 






^^"^^ ì Tipografia Alpina - Torre Pellice ì ^^ 



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